Pesciolini fuor d'acqua

di Nicola Vanni
Pronunciare i termini pene e vagina con i bambini risulta volgare. Ma è solo un dettame di una società bigotta. Dove farfalline e pistolini confondono decisamente di più. Il parere di Nicola Vanni.

Bambina in riva al mare«Mamma, mi pizzica la farfallina», piagnucola una bambina in riva al mare togliendosi le mutandine dopo la puntura di una medusa. «Zio, ma le farfalline non pizzicano. Sono le zanzare che pizzicano. O le api, che però fanno più male», precisa quella saccente di mia nipote. Ha due anni e mezzo, ma i suoi genitori la crescono a Quark più che a Peppa Pig. È smarrita. Guarda dubbiosa la madre della piccola vittima che prova a dare sollievo alla figlia con un po’ di acqua fresca. «E perché le sciacqua la vagina?», continua facendo girare increduli i vicini di ombrellone. È in quel momento che decido di prendere in mano la penna e buttare giù due righe da mandare in redazione.

PERCHÉ?
Patatatina, farfallina, cosina. Che al maschile diventano coso, pisellino o pistolino. E potremmo andare avanti all’infinito tra passerotte e pesciolini che al limite possono confondere ma almeno non stravolgono la lingua. Perché poi ci sono le popoline e i pipini che invece non vogliono dire assolutamente niente e servono solo a rassicurare vecchietti e genitori troppo prevenuti per sentire termini come pene o vagina uscire dalla bocca dei propri figli. Per carità, nessuno chiede di sdoganare parolacce e volgarità che dette da un bambino suonano ancora peggio, ma perché non educare fin da piccoli ragazzi e ragazze ad usare vocaboli più appropriati che aiuterebbero, tra l’altro, a prendere coscienza della propria sessualità fin dalla tenera età?

SE IL SESSO È UN TABÙ
La questione è piuttosto semplice: in Italia, molto più che in altri Paesi, vige una mentalità bigotta e un finto pudore che sa tanto di autocensura imposta dalle convenzioni. Parlare di tutto ciò che attiene alla sfera sessuale, nello specifico degli organi genitali, non sta bene. Anzi, è un vero e proprio tabù. Ricordo ancora la prima lezione di educazione sessuale alle scuole superiori tenuta da una psicologa di un consultorio: 15enni imbarazzati, facce rosse dalla vergogna al solo sentir pronunciare la parola pene e risolini di circostanza. Figurarsi quando, dopo un esame anatomico su cartine da studio medico, l’argomento cadde sulla masturbazione: incrociare due sguardi in una classe di 25 studenti era più difficile che incontrare per caso un vecchio conoscente al polo Nord in una vacanza decisa all’ultimo minuto.

QUESTIONE DI VOCABOLI
Qua, però, stiamo affrontando un discorso diverso. Non vogliamo porre l’attenzione sulla necessità o meno di una certa educazione sessuale che parta dalle scuole, percorso tra l’altro di non facile attuazione quando se ne sono verificate le condizioni. I tanti libri pensati per bambini sono stati oggetto di critiche da insegnanti o genitori in egual misura e alla fine il pensiero comune (ma non il mio) è che a ricoprire il ruolo di educatori, in ambito sessuale, debba essere la famiglia. E allora ci rivolgiamo proprio alle mamme e ai papà: se può essere imbarazzante spiegare a un figlio, a maggior ragione piccolo, che i bambini nascono diversamente e non portati dalla cicogna, è possibile almeno insegnare loro i termini corretti per identificare quegli organi genitali che, un domani, chiameranno comunque nel peggiore dei modi? Non dico di attingere dall’antologia di Benigni decantata davanti alla Carrà in un Fantastico del 1991, ma qualcosa di più appropriato si può trovare. Tipo pene e vagina. Altrimenti andiamo pure avanti con salamino e gattina, generando confusione in quei bambini che non saprebbero più cosa mangiare o accarezzare.

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Publicato in: Attualità, persone, video Argomenti: Data: 04-08-2017 08:22 PM


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