Il Trono scomodo del femminismo

di Matteo Mazzuca
Nella settima stagione dello show Hbo il potere sembra in mano alle donne. Basta per scagionare la serie tivù dalle accuse di misoginia? O il girl power è il patriarcato di sempre, sotto mentite spoglie?

Emilia-Clarke-in-Game-of-Thrones-Season-5-Episode-7Nel secondo episodio della settima stagione del Trono di Spade, la scena che ha visto Daenerys, Olenna, Ellaria e Yara riunite intorno alla mappa strategica dei Sette Regni ha raccolto plausi e lodi: un gruppo di donne coese (più Tyrion), pronte a riprendersi tutto quello che il patriarcato ha sottratto loro negli anni passati. Intanto, più a Nord, la minuta ma agguerrita Lyanna Mormont metteva in chiaro che no, lei non ha nessuna intenzione di starsene a casa a fare la calza mentre gli uomini combattono contro i non-morti in arrivo da oltre la Barriera.
Il giorno dopo la messa in onda dell’episodio, è successo quello che chiunque poteva immaginarsi: Il Trono di Spade è stato salutato, tutt’a un tratto, come uno show profondamente femminista dove il girl power la fa da padrone. Nel bene e nel male, perché ad Approdo del Re sul trono siede Cersei, che personcina a modo proprio non è. Ma sotto sotto, a dispetto delle sue nefandezze, una parte del fandom celebra anche lei in quanto donna che ce l’ha fatta, non importa come: cosa che non deve stupirci, perché nel nostro mondo, quello reale, un libro di successo che racconta alle bambine le storie di tante grandi donne ci ha infilato dentro anche Margaret Thatcher. Spunto di riflessione tutt’altro che fine a se stesso, soprattutto nel momento in cui ci chiediamo come la serie di Hbo sia riuscita a ribaltare la sua nomea di show sessista, misogino, maschilista, patriarcale ecc ecc.

OLTRE AGLI SLOGAN C’È DI PIÙ
Tanto di cappello ai due showrunner David Benioff e D.B. Weiss e alla produzione (quanto c’entri George Martin non possiamo dirlo, anche se lui si definisce femminista), che se non altro hanno dimostrato di conoscere bene il proprio pubblico. E, a voler essere un po’ sospettosi, anche di saperlo manipolare. Perché, forse forse, non basta mettere quattro donne intorno a un tavolo per parlare di show femminista; non basta mettere in bocca a una ragazzina un paio di battute salaci. È il dubbio che, tra le righe, avanza Megan Garber su The Atlantic parlando di slogan feminism: è un piacere assistere alla verve dialettica con cui Lyanna rimette al loro posto omoni barbuti ben più grossi di lei, tra gli sguardi complici e stupiti degli astanti. La domanda è: dietro quelle affilatissime, chirurgiche linee di dialogo, c’è dell’altro? C’è un reale cambiamento nella rappresentazione delle donne dello show, o il tutto è funzionale solo alla produzione di meme, tweet e viralità diffusa? Sono fenomeni, questi ultimi, che fanno comodo in primis alla produzione e agli autori, perché promuovono (gratis) il loro prodotto. Siccome a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, ci coglie il sospetto che gli slogan di cui sopra (e anche il calo della quota tette per puntata, perché no) siano in realtà dei richiami per allodole che permette alla Hbo di prendere due piccioni con una fava (e perdonate il florilegio di frasi fatte a cui avete appena assistito): da una parte si mettono a tacere le critiche sul sessismo, dall’altra ci si inserisce nel filone del girl power che nell’ultimo decennio ha preso sempre più piede e che ha permesso a opere modestissime come Wonder Woman di raccogliere plausi e consensi proprio in virtù del suo essere un’opera «femminista», e non tanto per la sua riuscita artistica. Metteteci anche il primo Dottor Who donna, serie tivù come Il racconto dell’ancella, e capirete da che parte tira il vento del successo.

C’È FEMMINISMO E FEMMINISMO
D’altra parte, va anche detto che la domanda «Il Trono di Spade è femminista?» vuol dire poco e niente, così come ha poco senso parlare di «femminismo». Dirsi femminista vuol dire tutto e niente, perché di femminismi ce ne sono una marea: c’è quello radicale, quello black, quello lesbico, quello separatista e via dicendo. Il punto di partenza è pressoché lo stesso (liberarsi da oppressione e diseguaglianze); i punti di arrivo possono essere diversi e anche in conflitto tra loro. E quindi Il Trono di Spade può piacere a talune femministe e farne incazzare delle altre. Prova ne sia che, tra il 7 e il 24 luglio, su Bustle sono stati pubblicati due articoli di schieramento opposto: uno che salutava lo show come il più femminista di tutti o quasi, l’altro che lo criticava perché poteva soddisfare solo un certo tipo di donna. È fuor di dubbio che personaggi come Sansa, Arya e le altre citate sopra siano ben scritti, a tutto tondo, e non riposino su pigri stereotipi in cui sono soliti indulgere gli sceneggiatori maschi; è altrettanto fuor di dubbio che, però, per riaffermarsi sul mondo brutale in cui vivono, le stesse siano dovute ricorrere a espedienti altrettanto brutali, e che a muoverle ci siano soprattutto sentimenti di vendetta o la sete di potere, a volte giustificati a volte no, ma comunque mai positivi e sempre derivati da un trauma. Nel secondo articolo di Bustle linkato poche righe più su, Jordan Lauf si lamenta per come l’emancipazione e la riscossa dei personaggi femminili sembri passare dall’adozione di metodi violenti, e quindi «maschili», e dall’adesione a un sistema di valori che rimane ancora profondamente patriarcale.

DA SOLE O ACCOMPAGNATE?
Problema irrisolto, dunque. E su cui sentenziare è prematuro: Il Trono di Spade è un’opera narrativa che non è ancora giunta alla sua conclusione. Non si può decretarne a priori, senza averne il quadro d’insieme, il femminismo sulla base di operazioni che potrebbero essere solo di facciata, o l’antifemminismo a causa delle angherie subite dalle protagoniste nelle stagioni passate. Anche perché i Sette Regni sono un mondo vastissimo dove trovano cittadinanza sia personaggi a tutto tondo come Sansa sia, come sottolinea Garber, personaggi decisamente più piatti e scollacciati come le Vipere delle sabbie che, peccando di orientalismo, ricadono nella stereotipizzazione. Cose che succedono, quando si introducono in fretta e furia una manciata di personaggi il cui unico scopo è mandare avanti (piuttosto malamente) una linea narrativa, e che poi contribuiscono ad accrescere l’ambiguità sul sessismo, reale o presunto, della serie. Così come non c’è davvero granché di cui scandalizzarsi se, nella messa in scena di una società misogina, violenta e sessista, le donne vengono spesso vendute, maltrattate, violentate. Il problema, in questi casi, è il come, ovviamente, e non il cosa, come ha spiegato Alyssa Rosenberg sul Washington Post: a volte, il nudo femminile e le violenze sono stati gratuiti, altre no. Prudenza, dunque, quando si parla di femminismo e Trono Di Spade. Soprattutto, mai dimenticare che Weiss e Benioff non raccontano idee, ma personaggi imperfetti che, il più delle volte, pensano in primis a sé stessi, alla vendetta personale, alla sete di potere. Per questo, prima di fare di Daenerys e Cersei delle icone femministe, varrebbe la pena interrogarsi su qual è davvero la propria idea di femminismo: se quella di un movimento che unisce tutte le donne e aspira all’uguaglianza, o quella di un grimaldello con cui farsi strada, da sole e spietate, in un mondo di uomini. E, una volta sfondato il soffitto di cristallo, lasciare tutto così com’è.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 01-08-2017 04:05 PM


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