Matematica, i conti non tornano

di Elisa Marioni
Numeri e formule tirano sempre meno: alle medie sono 1600 i posti vacanti. L'insegnamento è ancora una vocazione, ma spesso i laureati preferiscono l'azienda alla scuola. Per soldi.

Professoressa alla lavagnaTante cattedre libere e pochi insegnanti. In tempo di crisi occupazionale sembra quasi un paradosso eppure in Italia scarseggia l’offerta di professori di matematica. I numeri pubblicati dalla rivista Tuttoscuola e commentati da Repubblica, infatti, parlano di 3.817 posti rimasti vacanti alle medie: per occuparli tutti, si legge, non basteranno nemmeno i vincitori del concorso del 2016, che porterà nelle scuole italiane solo 2.200 docenti iscritti in graduatoria e disponibili alla nomina. Lasciando scoperti circa 1.600 posti. C’è chi parla, allora, di crisi delle vocazioni all’insegnamento e chi di matematici snob, attratti ormai da altre professioni più remunerative e ritenute ‘di prestigio’. Ma perché lavagna e gessetto sembrano non attrarre più?

«UN PERCORSO IRTO DI OSTACOLI»
Secondo Marta, insegnante quasi 40enne e non ancora di ruolo, che frequenta le aule da tanti anni, non è vero che la scuola non è più vista come il naturale sbocco della laurea in matematica. «Conosco molti giovani matematici che vorrebbero fare dell’insegnamento la propria vita. Non credo che siano in calo, ma che semplicemente molti di loro siano spaventati dai tempi molto lunghi e dalla burocrazia», racconta. «Entrare in un istituto scolastico è ancora un percorso irto di ostacoli. Ci sono laureati che per fare più in fretta, in passato, hanno scelto di passare per il sostegno e per l’informatica. Lì le graduatorie scorrevano più velocemente, ma poi per cinque anni non si può cambiare classe di concorso», spiega Marta. Anche Luisa, classe 1990, ha scelto di iscriversi a Matematica per imboccare la strada dell’insegnamento ma, una volta laureata, si è vista quasi costretta ad abbandonarla e a ripiegare su un lavoro in azienda, l’unica via per avere un buono stipendio in tempi brevi e guadagnarsi un po’ di indipendenza. «Appena uscita dall’università mi sono trovata nella fase di transizione tra il vecchio TFA (tirocinio formativo attivo) e il nuovo strumento per accedere all’abilitazione. C’era così tanta confusione con la riforma che chi si è trovato in quegli ‘anni di mezzo’ ha preferito smettere di aspettare e dedicarsi ad altro. È allora che mi si è presentata una buona occasione in Ibm che non ho potuto rifiutare», confida. Un lavoro molto soddisfacente, che però non le ha fatto perdere del tutto la voglia di provarci: «Mi sto iscrivendo nella graduatoria di terza fascia, quella per chi ha solo la laurea, e non escludo di poter cominciare. Ma credo che se molti rinunciano sia perché la confusione regna ancora sovrana: ogni anno il ministero propone riforme che sono l’esatto opposto di quelle che aveva proposto l’anno prima. Mancano anche le certezze su cosa si deve fare per diventare insegnanti», conclude.

Stefania Colonnelli, professoressa di matematica

Stefania Colonnelli, professoressa di matematica.


QUESTIONE DI SOLDI

Aprire il FIT, il nuovo modello di formazione iniziale e tirocinio dei docenti che sostituirà il TFA, potrebbe essere uno degli strumenti per reclutare nuovi docenti. «Certo, per entrare a far parte del magico mondo del precariato», commenta ironica Stefania Colonnelli, professoressa 35enne che, dopo aver vinto il concorso del 2016, è in attesa di essere chiamata. Il suo percorso nella scuola è iniziato solo da tre anni, da quando cioè ha deciso di lasciare la ricerca universitaria perché, dopo aver avuto una bambina, non se l’è sentita di accettare un’occasione di lavoro in Irlanda. «La scuola per me non è stata un ripiego, anzi. Ma si vive alla giornata, è tutto molto aleatorio, il ministero dà scadenze che poi non vengono mai rispettate dalle scuole. Questi fattori tendono già ad allontanare, ma credo che nella scelta di fare o meno il professore sia determinante l’aspetto economico», spiega. Se nella generazione di Stefania, infatti, l’obiettivo degli iscritti a Matematica era quasi sempre la cattedra, ora è convinta che gli studenti abbiano altro per la testa. «Sono molto più propensi a percorsi alternativi orientati sull’informatica, la crittografia, la statistica: cose che interessano alle aziende e alle banche. Quanto alla retribuzione non c’è confronto: in azienda offrono 2mila euro al mese, a scuola 1200», dice ancora. È della stessa idea anche Ilaria, studentessa all’ultimo anno di università, convinta di voler entrare a scuola: «Gli iscritti al mio corso sono solo 11. Il percorso è così duro e impegnativo che molti miei compagni trovano quasi riduttivo andare a insegnare dopo tanta fatica».

«CHI TE LO FA FARE?»
Stipendi bassi e lavoro difficile. Questa è la risposta che sempre Stefania si è data al perché sia in atto una ‘crisi delle vocazioni’. «Non credo si possa parlare addirittura di vocazione, non salviamo il mondo (ride, ndr), ma c’è chi si chiede chi lo faccia fare. C’è un po’ di demotivazione: il percorso di studi in matematica di per sé non è semplice e se ne esci stremato non sempre hai voglia di entrare in un mondo ancor meno roseo», giura Stefania. «Il ruolo del professore è delicato. L’esperienza di precariato mi ha messo di fronte a delle realtà che dal punto di vista educativo erano davvero difficili, perché spesso tutto questo aspetto è lasciato alla scuola. Sono problemi che vengono meno se lavori con il tuo pc in azienda creando modelli matematici. Non voglio criticare chi fa questa scelta, è comprensibile», ammette ancora. Non bisogna poi dimenticare che tra i banchi di scuola numeri e formule fanno spesso paura. «C’è un problema culturale in Italia: la matematica è vista ancora come una materia difficile, che capiscono il professore e pochi altri. I ragazzi sono spesso demotivati e vedono i numeri come se fossero riservati a una ristretta élite, non capendo che invece non saper fare una percentuale o una divisione significa essere proiettati nella vita verso fregature di ogni tipo», ammonisce Stefania. Ma una soluzione a questa disaffezione verso una materia percepita ancora come fredda e complicata, si può trovare? Ilaria, da studentessa, è convinta di sì: «Se la amo è perché me l’hanno fatta amare. Basta saperla trasmettere. Per questo è importante che venga insegnata dai laureati in matematica, la differenza si vede. Noi non demordiamo».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 25-07-2017 01:06 PM


Una risposta a “Matematica, i conti non tornano”

  1. Alessandra scrive:

    Non si può conoscere ciò che non si misura

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