Nessuno tocchi le curvy

di Margherita Tirame
Sexy o repellenti? Le donne in carne hanno due scelte: essere iper-sesualizzate o de-sessualizzate. In entrambi i casi sono condannate ad essere identificate col proprio peso.
Marie Southard Ospina, dal suo blog

Marie Southard Ospina, dal suo blog.

Coraggiose, esemplari, impavide, sfrontate, pigre o riprovevoli. Che siano apprezzamenti o critiche le donne in carne si vedranno sempre giudicate per il proprio peso. Obbligate ad esasperare la loro femminilità mettendo in risalto le curve, tendono a compensare la loro mancanza di caratteristiche ‘accettabili’ dalla società con ciò che invece è ritenuto l’aspetto più sensuale del loro corpo. Fanno uno sforzo enorme per curare il loro aspetto. E questo per via della pressione sociale, della necessità di piacere. «Quando convinci te stessa di essere solo una ‘una tipa tutta curve’, limiti fortemente il tuo potenziale rispetto a tutto ciò che potresti essere», racconta Marie Southard Ospina, editorialista freelance. Il rischio maggiore è quindi che si sentano obbligate ad uniformarsi all’idea che ha la società di bellezza curvy, piuttosto che assecondare il proprio stile personale. E così facendo mettono a repentaglio la propria identità, multiforme, unica e degna dello stesso rispetto che si dà a chi rientra nello stereotipo di ‘desiderabile’.
«Le pin-up sono glamour, femminili nella loro celebrazione delle curve. Ma io, da  grassa, ho vissuto tutta la mia vita sentendomi dire che sono meno donna proprio per la mia taglia, una ragazza che non è davvero una ragazza. Bellezza e sensualità mi sono sempre state precluse semplicemente perché sono troppo grassa», racconta Ragini Nag Rao, blogger. Secondo lei le donne grasse hanno due scelte: essere de-sessualizzate iper-sessualizzate. Il primo caso è, tristemente, conosciuto per via della derisione che subiscono pubblicamente. In questo caso il rischio maggiore è che si arrivi persino a de-umanizzarle, negando loro di rientrare in ciò che consideriamo ‘accettabile’. Ma, più subdolo e più complicato da identificare è il caso in cui di loro si faccia l’icona della femminilità e della sensualità più accentuata, svendendo così la loro immagine alla stregua di oggetti del desiderio maschile.
Queste donne, invece, vorrebbero solo condividere la loro vita personale senza essere giudicate. Come quando sui social network provano a postare il proprio outfit, come una qualsiasi ragazza. Purtroppo però l’abito passa sempre in secondo piano. Tutti guardano alla loro forma fisica.. Internet peggiora la situazione delle curvy. Marie, che oltre ad essere scrittrice è anche fat acceptance activist (attivista per l’accettazione delle persone grasse), racconta a Dazed di aver personalmente sperimentato tutta l’aggressività di cui sono capaci gli utenti. Specie nei confronti delle persone più sensibili a critiche sull’aspetto estetico.
Poco importa se vogliono parlare di tutt’altro, la loro taglia è ciò che fa parlare e le identifica, sempre. È una condanna: non vengono viste come persone, ma come grasse.

STRATEGICI, NON RAPPRESENTATIVI
Del resto, tutta la retorica sulla body positivity (l’accettazione di ogni diversità estetica)non è altro che una strategia di marketing. Ormai le donne in carne se ne sono accorte e, finito l’effetto positivity degli inizi, hanno cominciato a sentire tutta l’ipocrisia. Non è altro che  il modo più semplice per il mondo della moda di darsi una facciata di moralità, quando invece operano in tutt’altra direzione. Di certo non si preoccupano di rappresentare le diversità. E, quando sembra lo facciano, in realtà stanno soltanto selezionando ciò che più gli fa comodo per estendere la fascia di potenziali compratori. Gli esempi più lampanti di ipocrisia sono dati da campagne pubblicitarie come quelle di Zara che con Love your curves ha fatto davvero ridere (e arrabbiare). Sul cartellone tre ragazze magrissime e sopra la scritta «ama le tue curve». O ancora la pubblicità di Victoria’s Secret che con A body for every body mandava un messaggio potenzialmente positivo, ma pur sempre servendosi di 10 modelle magre.

VERSO UNA VERA ‘POSITIVITÀ’
La vera body positivity non dovrebbe passare per le campagne di marketing strategico della aziende di moda, ma da un movimento di protesta, sociale e radicale, in grado davvero di rendere apprezzabile agli occhi della società le curvy. Così era agli inizi, all’epoca delle prime manifestazioni, poi però il tema è stato abbandonato, per dedicarsi a lotte ritenute più rilevanti. Ci siamo dimenticate che se i diritti vanno acquisiti per tutte è inevitabile operare in modo specifico e differenziato. Perché ora come ora non stiamo procedendo insieme verso l’emancipazione, allo stesso passo e alla stessa velocità. Abbiamo lasciato indietro qualcuna: la donna in carne, quella dalla pelle colorata, quella con deformazioni estetiche, quella androgina, quella transgender e molte altre di cui si parla ancora meno.

LA MEDICALIZZAZIONE DELLA DONNA IN CARNE
E quando invece ce ne occupiamo, lo facciamo nel modo sbagliato. Marie Southard Ospina ritiene impossibile che la società inizi a rispettare le donne in carne finché continua a vederle con «gli occhi di un medico». È difficile che vengano accettate finché vengono additate come un caso patologico, quindi anormale, quindi da curare. ‘Sovrappeso‘, ‘obese‘, così vengono chiamate, anche solo per identificarle tra la folla, per parlarne con qualcuno. Cambiare il nostro linguaggio può veramente fare la differenza.

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Publicato in: Attualità, Bellezza Argomenti: Data: 24-07-2017 06:44 PM


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