Donne drag, e allora?

Secondo alcuni questo tipo di arte prende in giro il mondo femminile. Ma ad esibirsi non sono solo gli uomini, come credono in tanti. Ecco la storia e gli obiettivi della performer Holestar.
Holestar, in una foto dal suo profilo Facebook.

Holestar, in una foto dal suo profilo Facebook.

Ciglia lunghe, parrucca, colori brillanti, trucco pesante e vestiti sfarzosi. Chi la vede passeggiare per strada pensa si tratti di una drag queen, un uomo travestito. E invece no. È Holestar, ed è donna dalla nascita. Anche se lei per prima si considera una drag queen. Nata e cresciuta a Londra si è trasferita a Vienna dove è diventata ‘un’artista decadente’, come si definisce scherzando. «Le persone vedono le caratteristiche tipiche di una drag queen come la spettacolarità e i modi esagerati e pensano che io sia un maschio. Io invece vi chiedo di osservare più in profondità. Guardate il mio naso, le mie mani, i miei seni. Voglio che mettiate in discussione gli stereotipi e il ragionamento rigido e binario di genere, razza, classe e dire: ‘non importa’», spiega al The Guardian. La sua riflessione è uno spunto interessante per approcciarci ad un pensiero utile a tutte noi per liberarci da rigidi limiti di comportamento e stile che la società impone. Basti pensare quanto è tutto relativo: «Ma poi cosa significa avere un corpo femminile? Le donne trans hanno un corpo femminile, e i corpi femminili possono essere di varie forme», sostiene Holestar.

IL DRAG È FEMMINISTA?
Insomma il drag ci manda un messaggio forte e benefico. Ciò nonostante continua ad essere accusato di essere misogino, di prendersi gioco delle donne esagerando la loro femminilità all’esasperazione e trasformandole così ‘in una buffonata’. Ma non per artiste come Holestar, che è fortemente convinta si tratti di una celebrazione della femminilità. «Ci permette di mettere in discussione un mondo che ci dice che la donna è debole, frivola e stupida. E anche lo stereotipo che obbliga una donna intelligente e femminista a non portare unghie lunghe e rossetto». Secondo l’artista «il drag non è performare una donna, è performare la femminilità». E c’è una bella differenza. Una persona può essere biologicamente femmina, ma non essere femminile, perché questo è un tratto culturale e comportamentale che non ha nulla a che vedere con il proprio corpo. E a chi la accusa di assecondare il male gaze (la percezione maschilista della donna)  lei risponde: «Come può la mia scelta di stile discriminare il mio genere? Io mi diverto così». Ma attenzione, non è una lotta al femminismo classico la sua. Anzi, pensa che le attiviste abbiano «fatto cose meravigliose per le donne, ma hanno ucciso il glamour, l’esuberanza e la teatralità». Aspetti che  invece «le drag queen hanno riportato in vita. Non esistendo prima di loro donne di questo tipo».

LA STORIA DEL DRAG, RECENTE E DISCONTINUA
Che poi più che ‘riportato’ dovremmo dire ‘mantenuto’ in vita, perché il fenomeno è sempre esistito, o per lo meno è nato insieme all’abbigliamento. Le origini del termine ‘drag queen invece vanno fatte risalire all’epoca vittoriana, al modo di vestirsi eccentrico e succinto della monarchia inglese. Ecco il perché di ‘regina’, queen appunto. Ma la vera rottura, come ricostruisce il The Guardian, sarebbe avvenuta nel 1869, anno in cui ci fu il primo masquerade ball ad Harlem, un evento in cui maschi e femmine si travestono rendendo ambiguo il proprio sesso. Insomma, la prima grande festa queerpreludio della liberazione sessuale. Soltanto negli Anni ’20 però queste parate iniziarono a svolgersi platealmente a New York. Nonostante la maggior visibilità si dovette attendere fino agli Anni ’90 perché anche le donne entrassero in scena. «Soltanto da poco vediamo ragazze con le sopracciglia pazze e che indossano più makeup di quanto non si metta di solito. Il drag prima dell’apporto delle donne era molto androgino», commenta Holestar. Questo perché era un tipo di cultura domininata prettamente da maschi e includeva perlopiù uomini gay che performavano la femminilità. Le colleghe erano invece note come ‘faux queens‘ (false drag queen)  o ‘bio queens‘ (drag queen biologiche). Molte di loro, però, trovavano questi appellativi offensivi, perché svalutavano il loro lavoro. Il drag invece è celebrazione delle diversità attraverso l’esuberanza, aver escluso le donne l’ha reso invece discriminatorio, tradendo la sua stessa natura. Fortunatamente stiamo assistendo a un graduale miglioramento della concezione di queste artiste, che, come spiega il quotidiano inglese, godono oggi di un successo senza precedenti.

UNA LOTTA ALLA BANALIITÀ
Successo che può fare solo che bene alla loro lotta agli stereotipi. Chi ha detto che per farci prendere sul serio non possiamo essere eccentriche? E i critici non possono che trovarsi in difficoltà quando sono delle donne a fare le drag queenNon più maschi travestiti, si tratta invece di ‘donne che recitano la parte di uomini che impersonano donne’. Manda in confusione, vero? È proprio questo l’obiettivo: farci smettere di identificare a priori una persona con il proprio sesso. Farci smettere di legare un uomo alla virilità, una donna femminile alla frivolezza e una donna femminista alla serietà. Le queen vogliono creare uno straniamento ed un subbuglio tali da farci smettere di ragionare in termini di maschio e femmina, perché è un modo di pensare generalista e limitante. Parliamo quindi di temi trascurati persino dai movimenti di liberazione sessuale.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 14-07-2017 05:42 PM


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