Giù le mani. Anche a Pamplona

di Nicola Vanni
Abusi e molestie sessuali superano i soliti feriti di San Firmino. Se non c'è lo stupro, come nel 2016, poco ci manca. Un problema figlio di una cultura machista che la città prova a superare.

Pamplona - San Firmino
Una macchia nera tra il bianco e rosso. E un vergognoso bollettino di guerra relativo a bersagli innocenti, spesso oscurati dall’affannosa quanto indegna conta di altri caduti che, invece, non meriterebbero neppure una riga di giornale perché vittime della propria idiozia. Per finire, poi, con un numero imprecisato di richieste di assistenza che testimoniano un’altra mattanza, inaccettabile rispetto a quella socialmente tollerata di chi, animale indifeso, corre in mezzo a una strada senza una meta ma con un destino già segnato. Siamo a Pamplona, calle Estafeta o paseo de Pablo Sarasate poco importa. Dove ogni angolo è buono per dare sfogo a pulsioni malate, più facilmente liberate da fiumi di vino e mascherate in mezzo a una folla che di festante conserva solo la tradizione. È a San Firmino, la settimana più attesa dal popolo navarro che, anche quest’anno, si è riversato per le strade del capoluogo aspettando il chupinazo o un qualsivoglia encierro per mettere in mostra la propria virilità istigando i tori a correre più veloce di loro. Siamo nel delirio di una città che quintuplica il numero di presenze tra il 6 e il 14 luglio di ogni anno e che assiste, fortunatamente non più troppo inerme, alle aberranti violenze, abusi e molestie sessuali cui sono sottoposte le donne che, al pari di molti altri maschi, vorrebbero invece soltanto partecipare alla fiesta.

Pamplona - San Firmino

SENSIBILIZZARE NON BASTA
«Pamplona/Iruña, le sue istituzioni e i suoi cittadini vogliono reiterare il proprio deciso e inequivocabile impegno per sradicare questa piaga dalla città e dalla sua festa in linea con la campagna intrapresa quest’anno: Pamplona libera dalle aggressioni sessiste», recita la campagna avanzata dal comune insieme all’Instituto Navarro para la Familia e Iguadad. Uno slogan tuttavia ancora inefficace perché, al di là delle mani rosse che dicono no más violencia machista, ci sono le storie raccontate da molte ragazze che spiegano come ancora prevalga la cultura del todo vale en fiestas. Anzi, secondo quanto raccontato al Guardian da Analía Solís, una giovane ecuadoregna impegnata nella vendita di bibite e panini, le cose andrebbero addirittura peggio: «Ci sono decisamente pochi poliziotti, puoi camminare tre ore per strada e incontrarne al massimo due. Se ti va bene, la miglior cosa che ti può capitare quando resti circondata da un gruppo di uomini è che ti tocchino il culo», racconta. «Ci sono troppe persone ubriache che ti invitano a bere con loro. E sono così pieni di alcol che non capiscono di smettere nonostante il tuo rifiuto. È tutto così deprimente», aggiunge la 18enne Sangurima.

 

LA CULTURA MASCHILISTA
Non solo. C’è chi non si ferma neppure davanti a una telecamera, quella di Espejo Público, molestando in diretta una giornalista. E chi giustifica gli abusi, qualificandoli come reazioni alle provocazioni di certe ragazze. «Il fatto che io mi tolga la maglietta non vuol dire che qualcuno abbia il diritto di toccarmi. Ci sono un sacco di uomini che vanno in giro senza maglietta e non mi pare che le donne gli saltino addosso», attacca Miren Aristu, attivista dell’organizzazione femminista spagnola Gora Iruñea. Un libero sentire figlio di una cultura maschilista, come spiega il consigliere comunale Aritz Romeo: «Penso che le ragioni di questi atti deplorevoli siano fondamentalmente culturali. Sono radicati nella falsa convinzione che gli uomini siano superiori alle donne e che le queste siano lì per soddisfarle. È una cultura sessista e patriarcale», dice Romeo. «Noi, nel consiglio, siamo assolutamente contrari e per questo crediamo che, al di là dell’importante risposta della polizia, sia altresì necessario aumentare la consapevolezza delle persone per impedire altri atti del genere». Per esempio si potrebbe punire anche chi vende magliette e gadget sessisti sfoggiati liberamente per le strade di Pamplona. T-shirt che inneggiano al sesso orale o spille con scritte «chupa y calla» che non hanno bisogno di traduzione. E che, a giudicare dalle reazioni sui social, divertite e tendenti a minimizzare la questione, spiegano come il percorso da fare sia ancora molto lungo.

IL TRISTE BILANCIO
Lo dicono i numeri: più di 10mila le segnalazioni nei vari punti di ascolto dislocati per le strade, almeno 11 le denunce, 16 fermi e 4 arresti da parte della polizia che, per arginare una situazione ormai degenerata negli ultimi anni, ha installato 100 telecamere e messo in campo oltre tremila agenti. I numeri, tuttavia, spiegano come l’impegno dell’amministrazione comunale, in prima fila nella campagna contro le aggressioni sessiste, e quello delle varie associazioni di categorie non può bastare. «È stato un festival meraviglioso, ad eccezione degli attacchi sessuali. Non ci sforzeremo mai di dire che queste aggressioni sono intollerabili e che adesso rappresentano una macchia nera su San Firmino», ha sottolineato il sindaco di Pamplona Joseba Asirón. «In qualche modo le cose stanno cambiando. Con queste campagne di prevenzione, la società è consapevole di questi problemi e sta agendo contro le aggressioni anziché tollerarle», aggiunge Zurine Altable della Plataforma de Mujeres contra la Violencia Sexista. Certo, anche se non si registrano casi di stupro come quello accertato, nel 2016, da parte di un gruppo di cinque sivigliani su una 18enne britannica e per il quale in tribunale sono stati chiesti 22 anni complessivi agli imputati, la situazione non sembra essere migliorata troppo.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , , Data: 13-07-2017 07:12 PM


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