Non chiamateci signorine

di Margherita Tirame
Per molti è una forma di cortesia, ma la realtà è un'altra. Il linguaggio quotidiano non rispetta le donne, e spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Lo sapeva bene Sheila Micheals, femminista americana a cui dobbiamo l'introduzione dell'espressione Ms.

Il linguaggio che usiamo riflette il nostro modo di vedere il mondo. A maggior ragione se parliamo di disuguaglianze: le parole possono dirci tanto sul nostro pensiero. Riferendosi alle donne, in particolare, il modo di esprimersi è sessista e, nonostante i miglioramenti fatti dalla rivoluzione culturale, oggi continuiamo ancora a penalizzare l’immagine femminile. Spesso è involontario: si parla senza analizzare il perché delle regole grammaticali e dell’etimologia dei termini propri della nostra lingua. È il discorso a costruire il pensiero, visto che fin da bambine impariamo per associazione. E, parliamoci chiaro, siamo stanche di essere associate ai concetti di debolezza e adorabilità. Quindi bando ai soliti vezzeggiativi e diminutivi, tra i quali il celebre e criticatissimo ‘signorina’. Avete mai sentito chiamare, in contesti formali, un vostro collega ‘signorino’? In molti liquidano la questione rispondendo che si tratta di un tratto culturale, una forma di cortesia. Ma quale cortesia?  Si tratta semplicemente della scomoda eredità di una società storicamente dominata dagli uomini in cui la nostra esistenza è sempre stata legata al maschio di turno (papà e marito in primis). Prendiamo come esempio il tema del cognome. Una madre che sceglie di dare il proprio ai figli viene ancora additata come un’eccentrica radicale. E poi avete mai conosciuto un uomo che si presenti con il nome di famiglia della moglie?

UN LINGUAGGIO SESSISTA PER LEGGE
In Italia il Codice Civile stabilisce, testualmente, che «la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva durante lo stato vedovile, fino a che passi a nuove nozze». Ma attenzione, per coloro che non lo sapessero: «L’art. 143 bis del codice civile va interpretato nel senso che la moglie ha il diritto, non l’obbligo, di aggiungere il cognome del marito al proprio», ha specificato il legislatore. Per fortuna nel contesto europeo, ci sono governi più progressisti che dimostrano di prendere sul serio il linguaggio discriminante. Quello francese, per esempio, nel 2012, ha deciso di abolire l’uso del vezzeggiativo Mademoiselle (corrispondente del nostro ‘signorina’) in tutti i documenti amministrativi. E lo stesso per le espressioni «cognome da nubile» e «cognome da coniugata». Anche il Parlamento Europeo nel 2009 ha raccomandato agli Stati membri di riferirsi alle donne solo con titoli che non implicassero un legame ad un uomo.

Sheila Michaels

LA RIVOLUZIONARIA DEL ‘MS.’
Il fatto di possedere il cognome del padre si definisce ‘patrilinearità’, e significa che la discendenza di genitori in figli si traccia passando per le figure paterne. Lo sapeva bene Sheila Michaels, importante figura del femminismo americano, scomparsa nel giugno 2017. Come segnalano i vari articoli usciti dopo la sua morte, l’attivista nel corso della sua vita di cognomi ne ha cambiati tanti. Nata Michaels, dal nome del marito della madre, nonostante il padre biologico fosse un altro, durante l’infanzia divenne Kessler, come il nuovo patrigno. Poi tornò ad essere Michaels da adulta, su esplicita richiesta di Mr Kessler che voleva tutelare la sua reputazione dalle lotte per i diritti civili che la figliastra portava avanti nel Sud degli Stati Uniti, dove lui aveva interessi economici. Cambiare cognome, qualcosa di così identitario, a seconda degli uomini che le attraversavano la vita deve aver stimolato qualcosa in Sheila. La svolta è arrivata quando scoprì, sull’Oxford English Dictionary, l’esistenza dell’espressione Ms., rimasta inutilizzata fino agli Anni ‘60. Si trattava di un modo rivoluzionario di riferirsi alle donne, che potevano così essere identificate individualmente e non legate al proprio marito o padre. La prima volta che la vide adoperata fu sulla rivista marxista per la quale scriveva, News & Letters. Incredula pensò fosse un refuso, ma una volta scoperto che la scelta era voluta da ragioni politiche iniziò a sviluppare una propria consapevolezza e a studiare la questione.
L’attivista americana ha fatto così riflettere tutto il mondo sulla serietà della questione linguistica. Anche se la sua rivoluzione delle parole ha impiegato tempo, i risultati ci sono e significano molto per quelle donne che non tollerano identificazioni sessiste. Certo all’inizio Sheila ha dovuto vedersela addirittura con l’indifferenza di molte altre femministe statunitensi che hanno sottovalutato la sua battaglia, ritenendola una problematica di secondaria importanza. Un errore perché, se il cambiamento parte dal basso, il primo step è il linguaggio quotidiano, come già abbiamo detto. Ma l’introduzione dell’espressione Ms. non era abbastanza. Lo sapeva bene anche Ms. Micheals alla quale le americane devono anche lo sdoganamento di termini come ‘sessista’ e ‘femminista’ al posto delle attenuanti usate all’epoca, parole tipo ‘porcellino’ e ‘liberazione femminile’.

La copertina del primo numero di Ms.

La copertina del primo numero di Ms.

Nel frattempo Ms. divenne il nome di una rivista, uscita nel 1971, che nella sua apertura spiegava il significato dell’espressione. Espressione che una quindicina di anni dopo verrà adottata addirittura dal New York Times. Insomma una prima vittoria in quella lunga battaglia iniziata da Sheila che ognuna di noi ha il dovere di combattere quotidianamente perché, come spiegava lei «essere ‘femminista’ significa semplicemente chiedere uguaglianza nei diritti di donne e uomini».

 

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: Data: 12-07-2017 03:06 PM


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