«Epurati come lebbrosi»

di Nicola Vanni
Parla Valeria Giannotta, docente in Turchia, che ha visto molti colleghi subire le misure restrittive di Erdogan. Ma nonostante l'escalation di violenze, non si pente di essersi trasferita.

Turchia - Opposizione in piazzaHa visto morire una sua studentessa in uno degli attentati ad Ankara nel 2016. Si è trovata i carri armati sotto casa quando, qualche mese dopo, la Turchia piombò nel caos per il tentativo di golpe attribuito all’imam Fetullah Gulen, sventato poi nel giro di una notte. E si è detta sconvolta per i colleghi, professori universitari, vittime di epurazioni e costretti a lasciare dal giorno alla notte le proprie scrivanie. Eppure Valeria Giannotta, 37enne laureata in relazioni internazionali, docente all’università di Ankara e direttrice del CIPMO (Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente), non si è mai pentita di essere rimasta nella Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk, al termine del dottorato fatto a Istanbul nel 2009. Adesso, dopo otto anni trascorsi tra la vecchia Bisanzio, Gaziantep e Ankara, si è presa un anno sabbatico. Ma non per paura, anzi. «Personalmente non ho mai subito pressioni», racconta a LetteraDonna. «Non mi sono mai pentita del mio trasferimento, è stato un percorso che in Italia probabilmente non avrei potuto fare», continua. Ha lavorato in contesti super islamisti e in altri decisamente più laici, vissuto in quartieri conservatori ma anche «dove sembrava di stare a Montecarlo». Nessuno le ha mai detto come vestirsi, per quanto, confessa, «non ce ne era bisogno. Non metterei mai una minigonna sul posto di lavoro neppure in Italia». Un’esperienza decisamente positiva ma al tempo stesso difficile, decisamente più complicata dopo l’escalation di misure restrittive adottate dal presidente Erdogan che in ultimo, ma solo in ordine temporale, hanno portato agli arresti del presidente e della direttrice di Amnesty International Turchia, Taner Kiliç e Idil Eser.

DOMANDA: Come si vive oggi in Turchia?
RISPOSTA: Bisogna fare un distinguo tra prima e dopo. Nel senso che la vita quotidiana è cambiata dopo il proliferare degli attacchi terroristici nel 2016 e, soprattutto, in seguito al tentativo di golpe e alla conseguente estensione dei vari stati di emergenza. Nel piccolo, la rimozione di docenti universitari e del personale integrato negli uffici pubblici creano delle tensioni. Io stessa nel mio Ateneo ho assistito a diverse epurazioni. Diciamo che questo ultimo anno è stato abbastanza claustrofobico.
D: Quali sono le modalità delle epurazioni?
R: Ci sono stati casi registrati in seguito a report dei servizi segreti. Alcuni, invece, sono semplicemente basati su sospetti, mentre altri effettuati sull’onda dell’entusiasmo che viene sfruttato per regolare dei conti interni a livello di dirigenza. Una questione tuttavia già vissuta nel 2013, quando inizia la rottura col gruppo di Fetullah Gulen che ha portato alla chiusura di scuole gestite da gulenisti (dershane), corporazioni e anche banche vicine all’imam. Devo dire però che, a livello proprio di istruzione, questi istituti non erano molto qualificati.
D: Che opinione si è fatta?
R:  Mi è sembrata una sorta di caccia all’appestato. Ho visto partire colleghi che fino al giorno prima erano apprezzati, direttori di dipartimenti costretti a svuotare gli uffici in completa solitudine come fossero dei lebbrosi. Di altri ho saputo tramite Facebook, che sono stati incarcerati con accuse di terrorismo anche se, a un certo punto, non si capiscono più quali siano le accuse. Il dato un po’ ironico è che alla fine non ci si stupisce più.
D: Non si sente in pericolo, almeno dal punto di vista professionale?
R: Personalmente non ho mai subito nessun tipo di pressione. Certo, serve la consapevolezza di lavorare in un determinato contesto: sapere, in sostanza, che a toccare certi argomenti ci si sottopone a critiche o indagini sul proprio conto. In sostanza, ci si autocensura, consci del fatto che certe finestre non si possono aprire. Come ci si riesce? Cercando, per esempio, di elevare la discussione da un punto di vista teorico.
D: Cosa l’ha spinta a trasferirsi in un Paese del genere?
R: Quando sono arrivata nel 2009 si parlava di modello turco, c’era un certo zelo democratico per l’ingresso in Europa, tassi di crescita fino all’11%. Poi l’ho visto cambiare, per certi versi anche in meglio. L’Erdogan che adesso piace poco è quello al quale dedicavano le copertine le riviste internazionali. Un leader che sicuramente ha fatto crescere la Turchia anche a livello di ricchezza, dandole una dimensione internazionale. Inoltre per quello che mi riguarda in prima persona, ho avuto diverse cattedre e molte soddisfazioni. In una logica di paragone, rimane un Paese dalle molte opportunità.
D: Diverse possibilità, ma anche tanta paura.
R: Sicuramente c’è una percezione negativa e in Italia me ne sono accorta. Purtroppo la Turchia viene associata a Erdogan ma di fatto lui rappresenta il 50% della popolazione. Poi c’è un altro 50% contro. Il tentativo di golpe aveva scaldato gli animi in termini positivi e il presidente era riuscito a giocare la carta del nazionalismo, della tutela della democrazia, portando sullo stesso palco i vari leader politici di tutti gli schieramenti. Poi, con la proclamazione dello stato di emergenza, questa armonia si è dissolta. Ci ritroviamo dunque con una polarizzazione sociale che è molto marcata.
D: Cosa ne pensa della manifestazione repubblicana che ha portato in piazza un milione di persone il 9 luglio?
R: Guardi, io muovo soltanto una critica a Kılıçdaroğlu e ai repubblicani. Il fatto che loro, da maggior partito di opposizione (il Chp, ndr), hanno sempre fatto il gioco di Erdogan. Sono loro che hanno partecipato alla votazione per togliere l’immunità parlamentare ai leader curdi. E poi non sono mai stati in grado di rivedere il loro programma. Kılıçdaroğlu è stato criticato internamente per non avere il carisma da leader: adesso ha mosso questa marcia soltanto quando uno dei suoi, ai vertici del partito repubblicano, è stato incarcerato. In poche parole si è svegliato quando è stato toccato da vicino, ma almeno il messaggio è positivo. Finalmente ha fatto qualcosa, speriamo che questo sia davvero l’inizio di un cambiamento. Oggi si può dire che da segretario di partito sia diventato un leader.
D:  C’è dunque un Paese pronto a ripartire in nome di quei diritti negati?
R: In realtà i turchi non fanno molto. Il vero vantaggio è che non hanno una memoria storica. Questo li aiuta a affrontare le crisi e andare avanti. Credono molto al fato. Le cose vanno come devono andare. Sostanzialmente vivono un malessere, ma non si adoperano più di tanto. Anche perché hanno provato che quando vanno in piazza vengono gassati, per cui non sono veramente propositivi. La vera molla per farli ripartire è quando si tocca l’aspetto nazionalista. Quando si mette in discussione l’orgoglio turco allora sì, si muovono.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 10-07-2017 06:15 PM


Lascia un Commento

*