La Brexit (e non solo) secondo Gina

di Caterina Belloni
Prima ha sfidato Theresa May, poi ha lanciato una campagna per il voto tattico alle elezioni nel Regno Unito. Ma con noi la Miller ha parlato anche di volontariato, gender gap e violenza sulle donne.

Dopo il referendum sulla Brexit ha presentato ricorso all’Alta Corte di Londra contro la decisione del primo ministro Theresa May di invocare direttamente l’articolo 50, chiedendo che fosse il Parlamento a prendere la decisione finale, ed ha vinto. Prima delle elezioni ha creato Best for Britain, movimento per il voto tattico con l’obiettivo di portare alla Camera dei comuni deputati favorevoli a un divorzio morbido, ed ha avuto successo. Due grandi risultati per Gina Miller, che con le sue azioni in poco tempo è diventata un punto di riferimento per tanti cittadini britannici. «A un certo punto mi sono resa conto che i politici stavano esagerando, passando sopra la testa delle persone, e che spesso il primo ministro prendeva delle scelte quasi senza coinvolgere davvero il Parlamento. Mi sono stupita del fatto che nessuno protestasse, e l’ho fatto io», spiega la manager a LetteraDonna: «Tutti erano spaventati dalla retorica e tacevano, così ho deciso di parlare per prima e vedere se altri mi avrebbero seguito. Ed è accaduto, con accademici, uomini d’affari e gente comune, che hanno seguito il nostro progetto».

DOMANDA: Soddisfatta del risultato delle elezioni?
RISPOSTA: Devo dire che si è ottenuto il migliore possibile. Il 19 aprile, quando Theresa May ha convocato le elezioni, abbiamo fatto un sondaggio e in base ai risultati pareva i Tory avrebbero guadagnato 188 seggi. Eravamo sotto choc. Qualcuno voleva addirittura farsi da parte, ma abbiamo deciso comunque di tenere duro e pochi giorni prima del voto i sondaggi davano indicazioni decisamente diverse, che poi sono quelle uscite dalle urne.
D: Perché non avete abbandonato l’impresa?
R: Avevo questa sensazione, che si potesse fare qualcosa come in Canada, dove nel 2015 tutto sembrava definito e poi invece la gente ha rovesciato le sorti e scelto Trudeau. Solo che per la campagna lui aveva avuto nove mesi di tempo e noi avevamo solo sei settimane. Ma si trattava di una sfida da cogliere.
D: L’attività sul voto tattico promossa dal vostro movimento Best for Britain ha inciso?
R: Ne sono sicura. Nelle settimane di campagna elettorale siamo andati in mezzo alla gente, abbiamo parlato con tante persone puntando soprattutto sulle fasce che di recente avevano votato meno, cioè donne e giovani. Abbiamo cercato di spiegargli che non potevano pensare che la politica non gli interessa, visto che è parte della loro vita e che in gioco c’erano grandi temi, come ad esempio la Brexit, di cui nessuno stava parlando. Ci siamo affidati a strumenti nuovi, ai media dedicati al mondo femminile, a Internet.
D: Riesce a spiegarci meglio questa strategia?
R: Il nostro obiettivo era raccogliere i voti delle persone che si opponevano a un’uscita dura dall’Unione Europea (quella che viene definita la hard Brexit, ndr) e per raggiungere le persone interessate al tema, come ad esempio I giovani, ci siamo affidati ai social media. In sei settimane abbiamo avuto 21 milioni di contatti e commenti sui nostri social, puntando non tanto su Facebook, ma su altri mezzi più vicini ai giovanissimi. E poi ci sono stati mezzo milione di visite al nostro sito, blogger e youtubers coinvolti, contatti con associazioni di cittadini e con le urban platform, che qui sono sempre più diffuse. Alla fine 22 dei candidati che supportavamo, perché erano contro una Brexit rigida, sono in Parlamento e quindi agiranno in modo trasversale per un progetto che ci convince.
D: Avete fatto anche raccolta fondi, con un successo notevole.
R: Abbiamo ottenuto 433 mila sterline per finanziare la nostra attività, versati sterlina dopo sterlina dai cittadini che credevano nel progetto.
D: Qual è la sua più grande soddisfazione?
R: Quando ho lanciato la proposta del voto tattico molti erano scettici, sostenevano che si trattava di un comportamento lontano dallo stile britannico, che nessuno avrebbe accolto l’idea invece sono stati smentiti. La gente ha capito che si unisce per un progetto può fare la differenza.
D: Secondo lei adesso cosa accadrà?
R: Ormai c’è una specie di partito trasversale che è favorevole a una linea meno rigida. Io sono contenta dell’idea di aver suscitato un dibattito, di essere in grado di dare suggerimenti. Rispetto a Brexit occorre avere un approccio onesto, realistico e trasparente. Bisogna essere saggi su questo tema e avere chiarezza su quale sia il cammino migliore. Si devono considerare l’aspetto finanziario, quello della salute, il mercato e molti altri ambiti. Soprattutto dobbiamo cercare di ottenere accordi che rendano la situazione migliore di come è adesso. Se la proposta che arriva dagli altri paesi non è adeguata va rifiutata con una discussione in Parlamento. Anche se probabilmente si tratterà soprattutto di limitare i danni.
D. Non è la prima volta che scende personalmente in campo per combattere contro qualcosa che non la convince. Lo ha fatto anche nel volontariato, in cui si è impegnata molto.
R: Sono intervenuta per favorire un po’ di trasparenza. Le associazioni di volontariato sono fondamentali, raccolgono un mucchio di soldi, ma poi ci sono delle cose che non sono del tutto chiare. Eppure chi devolve fondi per un progetto caritatevole vuole che siano usati per fare del bene e non per pagare stipendi troppo alti, pensioni, benefit. Invece nel Regno Unito ci sono charity shop che fanno i soldi e non lasciano nulla alle associazioni. Mancavano secondo me regole e controlli, così ho suggerito nuove pratiche organizzative e azioni di monitoraggio. Certo questo mi ha procurato parecchi nemici.
D: Come è accaduto dopo con il ricorso sull’articolo 50. Non la preoccupa questo fatto?
R: Per la verità non particolarmente.
D: Lei è davvero un tipo che non si lascia spaventare. Un altro tema a lei molto caro è la parità tra uomini e donne, giusto?
R: Sì, tengo molti incontri e discorsi su questo argomento, nella speranza di lavorare in favore delle pari opportunità. Ci sono ancora grandi differenze nella paga che ricevono uomini e donne impegnati allo stesso livello e molti episodi di bullismo compiuti dai maschi nei confronti delle loro colleghe. Io ho un approccio a questo problema che è femminista nel senso tradizionale. Punto a una parità, fondata sulla qualità. L’importante è però che le donne abbiamo il coraggio di parlare e di denunciare i comportamenti che discriminano, mentre molto spesso hanno paura di lamentarsi perché pensano che questo peggiorerà la situazione. Soprattutto è fondamentale che le donne che hanno conquistato posizioni di potere aiutino le altre donne, anche se in realtà spesso questo non accade.
D. Come se ci fosse un pregiudizio delle donne sulle donne?
R: Ci sono tanti pregiudizi. L’idea chiave secondo me è che le persone andrebbero giudicate per quello che producono e i risultati che raggiungono, non per le ore che passano alla scrivania.
D: Lei lavora anche contro la violenza domestica.
R: Si, faccio campagne contro la violenza fisica e mentale e contro la manipolazione subita da certe mogli. Purtroppo si tratta di un fenomeno in aumento, come dimostrano anche le denunce delle violenze subite dalle donne nei campus universitari inglesi. Spesso poi le violenze sono legate a un rapporto familiare sbilanciato, con donne magari di potere e successo che cercano supporto nel marito e invece si vedono messe in difficoltà e sminuite anche da lui. Una situazione dolorosa.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 16-06-2017 07:01 PM


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