Ritrovarsi a Bali

di Sara Pinotti
Ultima meta del suo viaggio in Asia, Sara fa i conti con la crisi dei 30 anni che l'ha spinta a partire. Rimpianti? Nessuno. Perché chiudere una o più porte alle proprie spalle significa aprirne di nuove.

sara pinottiUn buon lavoro in una grande città. Una vita piena e normale, dopo tanti sforzi e conquiste.
Cosa succede quando appena superata la soglia dei 30 anni ci si accorge che forse non è quello che ci fa stare bene? Che abbiamo dato spazio a cose togliendolo ad altre, che ci servivano invece a sentirci vivi? Ce lo racconta Sara, italiana a Londra da cinque anni, che ha deciso di mollare un lavoro a tempo indeterminato per andare alla ricerca di qualcosa, per riscoprirsi. Della libertà? Forse. Dopo molte riflessioni e con parecchie paure ha deciso di partire con uno zaino alla volta dell’Asia con il suo fidanzato. Per sentirsi un’irresponsabile ma tornare a respirare. Il viaggio in Asia di Sara ve lo raccontiamo tappa per tappa su LetteraDonna ogni mercoledì. Ed è anche su Instagram: @viaggiolibera_mente.

viaggiolibera_mente

Lo so che il mondo è nostro ma se lo stanno già prendendo con una 38, con un cannone freddo appoggiato sulla tempia e poi ti chiedono di scegliere qualcosa che non vuoi. Ti impegni soffrendo coi tuoi pagherò e trovi qualcuno che ti dice di no. C’è la noia, il dolore e ti chiedi perché e intanto la felicità la tolgono a te. La corazza indurisce i pensieri che hai e distruggi le cose che non tornano mai ma in fondo ci credo ancora.
Che cos’è che ci fa male? Avere tutte quante le risposte oppure andarcele a cercare? Nel masochismo che ci spinge a perdere le cose e poi rimpiangerle, vedere se spariscono davvero oppure è come dicono, che restano e siamo noi che andiamo via da loro.
Otto Ohm, Ci credo ancora

Questa canzone è diventata parte integrante della colonna sonora non solo del mio viaggio in Asia ma del mio ultimo anno e mezzo di vita, da quando sono entrata nella cosiddetta ‘crisi dei trent’anni’.
La chiamano così questa crisi, penso, perché prima dei 30 (nell’odierna società italiana) ci si domanda raramente se davvero la vita sia solo questa e non un’altra. Poi, un giorno, ci portano in una stanza piena di porte e ci chiedono di aprirne una e di incamminarci: lì dentro realizziamo alcuni obbiettivi e ne lasciamo andare altri; lì dentro ci scaviamo la nostra prima, importante, nicchia nel mondo; lì dentro iniziamo a dubitare: ma è davvero tutto qui?

È come se avessimo capito il trucco che il mondo è pronto a giocarci e no, non ci piace per niente: si prenderà la parte migliore di noi in cambio del nostro costante impegno a fare la cosa giusta, con la promessa che ci sarà poi tempo per viaggiare, per prendersi momenti di solitudine, per lavorare un po’ di meno e godersela un po’ di più, per essere felici di quello che si fa. E se invece non dovesse esserci mai più occasione di recuperare quel po’ di libertà che ci pareva scontata fino a pochi anni fa?

Difficile per me credere in questo momento che la vita sia tutta lì, dove stavo prima, visto l’incredibile tramonto sul mare che mi trovo davanti agli occhi sull’isola di Bali, ultima tappa del mio lungo viaggio in Asia. Nelle ultime settimane tempo per viaggiare ne ho decisamente trovato anche se il prezzo da pagare è stato prendere una decisione controversa: licenziarmi. Ora che sono passati più di due mesi la domanda sorge spontanea: era proprio necessario mollare il lavoro e arrivare fino a Bali per affrontare questa fantomatica crisi dei 30 anni, per provare a me stessa che no, la vita non era tutta all’interno di quella porta che mi ero chiusa alle spalle? Lo chiedessi a un balinese induista probabilmente riceverei la seguente risposta: «Inutile domandarselo. Il fatto che tu sia qui significa che il tuo destino è sempre stato di farti venire a vivere Bali per un mese e mezzo». Quindi… siamo d’accordo che fosse necessario?

Per lo meno ora che sono venuta in Indonesia posso mettere un’altra spunta alla mia infinita lista dei desideri, tanto promettente quanto pericolosa. Fin dall’adolescenza ho vissuto galvanizzata dallo spirito della conquista e mi sono circondata di un così ampio accumulo di roba, titoli, vittorie e sconfitte che a un certo punto hanno iniziato a perdere senso.
Così un giorno ho iniziato a fare degli esperimenti. Ho misurato le distanze, tirato la corda per vedere quando si spezzava, perso tante cose, sofferto. Dopo la corsa all’arraffare tutto il possibile degli scorsi anni, ho iniziato a lasciare andare quello che non mi rispecchia più e persone che purtroppo non mi fanno sentire bene. Dopo tutto come dice la canzone degli Otto Ohm, quando provi a mollare la presa su qualcosa giusto per vedere cosa succede, non vuol dire in realtà che di questa cosa ne puoi benissimo fare a meno? Che non è sparita, persa, ma sei tu che te ne stai andando sempre più lontano mentre lei resta lì dove è sempre stata, incastrata nel tuo irrecuperabile passato?

Forse essere in ‘crisi dei 30 anni’ vuol dire avere finalmente passato abbastanza tempo con se stessi da riuscire a capirsi un po’. Sappiamo cosa ci piace e non ci piace ma abbiamo ancora fame di nuove esperienze e soffriamo a vederci costretti in certi ruoli solo perché ci hanno detto che è giusto così, che ‘siamo arrivati’ e d’ora in poi sarà sempre tutto uguale, anno dopo anno. Sarà che è passato pochissimo tempo da quando sembrava tutto possibile e non avevamo niente da perdere e tutto da costruire ma a volte ci piacerebbe ancora riuscire a cambiare le carte in tavola in libertà e il problema sorge quando qualcosa ce lo impedisce: la sicurezza di un lavoro, le obbligazioni sociali, le persone che amiamo, la nostra coscienza, il cuore e la testa. E intanto la lista dei desideri resta sempre lì in bella vista, appiccicata al frigorifero con un magnete e le spunte non sembrano essere mai abbastanza anzi, i vuoti sono diventati pieni di nuovi obiettivi.

Non sarà che tutta questa voglia di fare vuol dire semplicemente che sotto l’assopimento della quotidianità siamo in realtà pieni di energia e che, in fondo, ci crediamo ancora? Che siamo pronti a prenderci la responsabilità di provare qualcosa di nuovo invece di non rischiare mai niente? Io penso di sì e per questo – consapevole come mai prima di avere 30 anni di ciò che mi piace e di quello che mal sopporto – ho gentilmente spostato la pistola calibro 38 che mi sentivo puntata alla testa e ho deciso di tornare indietro in quella stanza piena di porte dove sono passata qualche anno fa, ne ho spalancate un po’ di quelle più belle e mi sto muovendo dentro e fuori da tutte le soglie che sento possono portare qualcosa di buono. Bali inclusa. Perché, in fondo, ci credo ancora.

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Publicato in: Attualità, viaggiolibera_mente Argomenti: Data: 14-06-2017 02:05 PM


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