Confessioni di una donatrice

di Federica Villa
Dalla selezione al senso di appartenenza. Oggi è il World Blood Donor Day e la nostra Federica Villa racconta perché ha deciso di collaborare alla raccolta del liquido più prezioso per la vita.

Nel mondo le donazioni di sangue sono 107 milioni, ma sono ancora troppo poche. Nel nostro Paese i donatori sono 1,6 milioni, il 2.9% degli italiani e in particolare il 4.5% della popolazione tra i 18 e i 65 anni, e siamo ancora al di sotto della media europea. Per questo, in occasione della Giornata Mondiale del Donatore di Sangue 2017, che  si celebra il 14 giugno, l’invito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità si basa su precise parole chiave: «Che cosa puoi fare? Dona sangue. Dona ora. Dona spesso». L’obiettivo per il 2020 è quello di coprire il fabbisogno con donazioni su base volontaria non retribuite, e in particolare, nel 2017, la campagna si concentra sulle donazioni necessarie a far fronte alle emergenze negli stati di crisi planetaria. 250 milioni di persone sono colpite ogni anno da calamità. Disastri naturali come terremoti, alluvioni e uragani, ma anche incidenti stradali e conflitti, sono situazioni drammatiche e le trasfusioni sono una componente essenziale della cura.
Tra i nostri collaboratori c’è anche una donatrice che ha deciso di raccontarci come e perché ha iniziato a regalare il suo sangue. 

Il manifesto della campagna della World Health Organization.

Il manifesto della campagna della World Health Organization.

«Chi di voi vuole donare il sangue?». Primavera del 2011, ultimo anno di liceo, la porta dell’aula si apre e due ragazzi interrompono una lezione per fare questa domanda a noi studenti maggiorenni. «Beh, vi lasciamo un volantino qua, è per settimana prossima».
Delle donazioni avevo già sentito parlare nei corridoi da amici più grandi di me. «Non devi fumare e non devi essere sottopeso, semplice. Ma se sei andato a letto con tante persone diverse o ti fai le canne, scordatelo. Quelli ti chiedono proprio tutto», mi avevano detto. ‘Quelli’ sono i dottori che, alla prima donazione, ti sottopongono a un colloquio conoscitivo, per conoscere le tue abitudini. E, sì, anche quelle sessuali. L’ho scoperto una settimana dopo aver letto il volantino dell’associazione donatori Amici del Policlinico, quando mi sono ritrovata nell’omonimo ospedale milanese, pronta per vedere se potevo diventare una donatrice o meno. Della mia scuola eravamo un gruppetto di volontari. Di lì a mezz’ora saremmo stati decimati proprio a causa delle famose domande. Del resto, quando diventi donatore, lo capisci subito: il tuo sangue salverà qualcuno. Perciò deve essere controllato, non esistono margini di rischio. E allora meglio non ci siano scrupoli.

GLI STEP DELLA SELEZIONE
Non ricordo molto della chiacchierata con il dottore, se non che dopo il mio «no non fumo, perché pratico attività agonistica» e dopo il mio «no, non mi drogo, se no credo che non sarei qui», ha posato la penna, soddisfatto:  «Ok, puoi donare». Ma questa era solo una delle tante tappe con cui un donatore ha a che fare. Prima di effettuare il prelievo, infatti, si misura l’emoglobina, con una puntura sul dito (nelle donne non deve essere inferiore a 12,5 g/dL). Inoltre, come è scritto anche sul sito Donatori di Sangue Onlus, la pressione arteriosa massima deve essere compresa tra 110 e 160 mm Hg, mentre quella minima tra 60 e 100 mm Hg. Dopodiché arrivano la conferma e la firma del consenso: ora si può procedere.

AIUTI GLI ALTRI MA ANCHE TE STESSO
La procedura è sempre la stessa: sdraiati sul lettino, ago in vena e sacche che man mano si riempiono sotto l’attenzione del personale. Al Policlinico, i donatori si trovano uno vicino all’altro e capita spesso che si facciano due chiacchiere nell’attesa. Ma io, in quella primavera del 2011, ero troppo impegnata a non guardare gli aghi (mi fanno paura) e le sacche di sangue (mi fanno impressione e mi sento svenire). Quando si raggiunge la quantità di sangue da donare, tutto però svanisce: sai che hai fatto qualcosa di importante per uno sconosciuto, e poco importa se la testa gira un po’ e devi stare una ventina di minuti ad aspettare seduta sul lettino. Te ne stai lì, e provi una bella sensazione che dura anche quando ti accompagnano al punto di ristoro gratuito, garantito a ogni donatore: dal dolce al salato, lì c’è quello che a me piace pensare come una sorta di ‘premio gastronomico’.
Ma il premio è anche un altro: perché donare il sangue significa anche fare bene a se stessi. Il proprio prelievo viene infatti analizzato in modo da assicurarsi che possa essere utilizzato, ma anche in modo da poter fornire al donatore un servizio gratuito: quello di controllare il suo stato di salute. Le analisi a cui si viene sottoposti a ogni donazione sono utili per individuare eventuali malattie o per stabilire diagnosi precoci e poter intervenire nelle giuste tempistiche.

COME IN UNA GRANDE FAMIGLIA
Dicono che quando diventi donatore, lo sei per sempre. Ed è vero, perché anche se a causa di viaggi o interventi bisogna aspettare periodi più lunghi del previsto per tornare a fare il prelievo (qui tutte le indicazioni), ti senti di appartenere a un immenso gruppo di persone che, con un piccolo gesto, possono cambiare la vita di qualcuno. Forse è per questo che quando si scopre che un amico o un conoscente è un donatore, allora si inizia subito a parlare di come funziona, di quante volte si è aderito al progetto, del fatto che non sia assolutamente vero che poi, per mesi – come alcuni credono – ci si senta spossati e più stanchi del normale. Le controindicazioni per i donatori, infatti, sono minime e, anzi, dopo aver fatto il prelievo ci si sente solo più forti: abbiamo donato una parte di noi a un altro.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 14-06-2017 10:03 AM


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