«Maschi, liberiamoci dal sessismo»

di Cristina Obber
Amore, sessualità, pornografia, prostituzione, cura. Un libro racconta l’identità maschile tra vecchie ipocrisie e nuove libertà. A tu per tu con l'autore Lorenzo Gasparrini, filosofo e femminista.

TeenagersNella mia esperienza vissuta in numerose scuole superiori di tutta Italia, ogni volta mi stupisco piacevolmente di quanto i ragazzi, intesi come giovani maschi, siano disposti a mettersi in gioco. A volte per dire cose terribili, pregne di stereotipi e violenza inconsapevole, ma anche per raccontare i sentimenti e il sesso, la felicità, il dolore, la rabbia, le speranze e le paure. Insomma, per parlare di sé. È un primo passo importante, dove l’incoscienza si trasforma in coraggio e porta verso un’assunzione di responsabilità individuale, politica, sociale da cui prende vita un confronto di genere che può solo giovare a tutte le parti coinvolte. Un coraggio che è di queste nuove generazioni a cui bisogna lasciare lo spazio che sono pronte ad occupare.
L’eredità che i ragazzi, i maschi, si ritrovano sulle spalle dal fatidico fiocco azzurro in poi è pesante anche per loro, e uscire dalle gabbie, per ogni uomo ribelle, è una gioia da conquistare con fatica ma anche con orgoglio.

Di questo percorso di liberazione ci racconta Lorenzo Gasparrini, filosofo e femminista, nel libro Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni (Edizioni Settenove). Un libro parlato, con un linguaggio semplice che mette ordine tra stereotipi, sentimenti, sessualità, esperienze; che ricompone i pezzi di un puzzle in un’opera che si può definire rivelatrice. Un viaggio di cui gli ho chiesto le origini e le conseguenze. Non come studioso, ma in un quotidiano come tanti di un ragazzo che diventa uomo, appunto.

diventare uomini libroDOMANDA: Pagina dopo pagina in quel Diventare uomini tu condividi una sorta di cammino, dall’infanzia all’età adulta. Come nasce questo connubio tra sapere ed esperienza personale?
RISPOSTA: Non è facile mettere insieme tanti argomenti diversi e l’unico modo mi è sembrato quello classico di tanti romanzi che seguono il protagonista lungo la sua biografia, perché nella vita di tutti e di tutte il sessismo si presenta come un’educazione, anzi, come la normale educazione alla socialità: una educazione al sessismo.
D: Come hanno accolto l’uscita del libro i tuoi amici maschi?
R: Durante il mio personale percorso femminista molti amici li ho guadagnati, altri li ho ‘convinti’ e altri li ho persi. Della qual cosa non mi dispiaccio. Togliere il potere patriarcale dalle relazioni le fa diventare più felici e sensate. Se un amico non riesce – tanto per fare un esempio – a smettere di dire «porca puttana» perché gli sembra assurdo o inutile, allora la sua non era granché come amicizia. Il libro non fa altro che espandere queste situazioni a molti altri casi, e per molte altre persone.
D: Veniamo a uno dei tanti temi che tocchi nel libro, la pornografia; tu come la definisci, uno spazio di libertà o una gabbia?
R: La pornografia esiste da quando esiste l’Occidente. Il problema è il suo significato sociale e simbolico, e il fatto che da molti decenni è diventata un mercato. Per questo uso sempre l’espressione ‘pornografia commerciale’: per distinguerla da quella che non viene prodotta al solo scopo di lucro. La differenza è fondamentale: la pornografia commerciale è prodotta per soddisfare una clientela che, essendo cresciuta in una cultura patriarcale, vuole vedere riprodotti i rapporti di potere tra uomo e donna che gli sono stati insegnati come desiderabili. È un’industria che purtroppo arriva a svolgere una funzione educativa – in uno Stato dove l’educazione sessuale è assente – perché con la sua produzione strabordante si fa trovare facilmente e ovunque. Molti studi confermano che fa informazione soprattutto tra i giovani. E i risultati si vedono, mi pare. Quindi è peggio di una gabbia, è uno strumento del potere patriarcale che fa conoscere tutto tranne la meraviglia della sessualità.
D: C’è chi minimizza dicendo che un porno non ha mai fatto male a nessuno.
R: Chi sostiene che sia innocua e inoffensiva lo fa per difendere i propri interessi in quella fetta di mercato, come per qualsiasi altro prodotto.
D: E com’è questo mercato?
R: La pornografia commerciale non è solo il mondo patinato – e comunque opprimente – di Playboy, Brazzers, Digital Playground: sarebbe come giudicare il mercato automobilistico guardando solo la condizione degli operai della Ferrari. Quella è l’eccezione, mica la normalità. La media delle produzioni commerciali pornografiche è sfruttamento e massimo lucro per chi la produce. Ci sono persone sfruttate, sottopagate, maltrattate per tutto questo. È una industria che logora e distrugge soprattutto quelle donne che ne sarebbero le protagoniste, che sono sfruttate, sottopagate e maltrattate per tutto questo.
D: Sono sempre più giovani anche i ragazzi che si avvicinano alla prostituzione. Basta andare in università per sentirsi raccontare di massaggi speciali a 25 euro per rompere la noia della settimana. Cosa pensi di questo nuovo approccio disinvolto alla prostituzione?
R: È una ‘disinvoltura’ che nasce dall’ignoranza e dallo stereotipo, e per questo avvicina facilmente i più giovani, che non hanno fonti autorevoli e competenti su questi argomenti. E che continuano a comportarsi più o meno come i loro padri e i loro nonni. In più si continua a chiamare prostituzione un insieme di fenomeni molto diversi e si nomina molto meno la piaga sociale, politica ed economica che c’è invece dietro la maggior parte dei casi: la tratta. Fior di femministe di vario orientamento e di ‘intellettuali’ uomini si scontrano periodicamente sulla prostituzione e intanto nessuno dice o fa nulla contro la tratta che ha le dimensioni di un’industria sempre più florida: qualcosa vorrà pur dire.
D: Si parla molto di regolamentare la prostituzione. Si guarda ad altre esperienze europee, tra cui il cosiddetto modello nordico che prevede la punibilità del cliente. Tu come la vedi?
R: Nemmeno uno tra i tanti modelli’ di legalizzazione o regolarizzazione del fenomeno ha mai portato significativi risultati contro la tratta, che è un crimine internazionale. Tornando alle altre forme di prostituzione, come impedire alla studentessa fuorisede che decide di prostituirsi per permettersi un tenore di vita migliore e magari non pesare più sulla sua famiglia, di farlo? Cosa si può fare per evitare che tante ‘casalinghe disperate’ si prostituiscano saltuariamente per avere di che fare la spesa perché il marito è disoccupato? Ci dimentichiamo poi di quante persone transessuali nel nostro paese sono cacciate di casa dalla famiglia d’origine e respinte dai datori di lavoro: si prostituiscono semplicemente per sopravvivere. Gli studi ci dicono che i clienti abituali di prostituzione in Italia sono nove milioni: ce ne vogliamo occupare o continuiamo a fare finta che sulla ‘domanda’ di quel mercato non si possa agire? La soluzione non è metterli in galera, chi pagherebbe la detenzione di anche solo di un decimo di loro?  Dovremmo gestire un milione di detenuti in più.
D: E le istanze delle prostitute che si definiscono sex-worker?
R: Trovo inutile il dibattito sulla libertà delle sex-worker: in Italia la prostituzione non è un reato, lo è lo sfruttamento; si parla sempre di loro invece di chi è costretta con la violenza, il ricatto e la paura a fare quello che non vuole e a non prendersi manco la maggior parte dei soldi che raccoglie. Sono inoltre due gruppi, numericamente, neanche lontanamente paragonabili. Sono gli uomini i primi a doversi rendere conto che usare la prostituzione è il segno che non sono più padroni del proprio corpo, ma il padrone è diventato il potere e il suo strumento, il denaro; ma per rendersene conto ci vuole un percorso educativo anti-sessista. Per questo è importante cominciare a scuola.
D: Hai due figli maschi. In che cosa la tua educazione si differenzia da quella che hai ricevuto?
R: Cerco sempre di metterli in grado di criticare le scelte che vengono fatte su di loro e per loro, in modo che imparino senza fatica cosa sono l’autodeterminazione, la libertà, il consenso e il rispetto di tutti e tutte. Io sono cresciuto, invece, come un qualsiasi maschio etero che normalmente non si pone minimamente il problema.
D: Nel libro parli del matrimonio come istituzione patriarcale. Come riesci a conciliare il tuo ruolo di marito con la diserzione al patriarcato?
R: Non c’è qualcosa da conciliare, se non intendi ripetere il ruolo tradizionale di ‘marito’. La chiave è in quella parola, ‘ruolo’. I ruoli sociali e le loro immagini, i luoghi comuni che li raccontano, si cambiano vivendoli in maniera diversa. Allo stesso modo si cambiano anche le istituzioni come il matrimonio. Io e la mia compagna ci siamo sposati per solo una parte dei valori di tutta l’istituzione matrimoniale che è certamente – la storia è quella – un’istituzione patriarcale. Il che non c’impedisce di cambiarla forzandone i limiti, portando il discorso su alternative possibili sia emotivamente che socialmente.
D: Quanto contribuisci nella tua famiglia alla condivisione della cura?
R: Semplicemente mi accordo con la mia compagna sulle cose da fare. Il grande vantaggio, ho notato, nei confronti di tanti uomini è che io le cose ‘della cura’ le so fare, perché per esempio – al contrario, dicono le statistiche, di milioni di italiani – ho vissuto da solo per qualche anno, imparando per esempio cosa vuol dire tenere pulita una casa, o badare a sé stessi. È così che capisci, tanto per capirci, che fare la pipì seduti non è da femmine né femminista: è quello che chiedi ai tuoi amici quando il bagno lo pulisci tu. Idem per la lavatrice o il ferro da stiro: quando certe cose le hai fatte, capisci quanta fatica costano e che è un lavoro da prendere sul serio, la cura.
D: E per i figli?
R: Stessa cosa: quella delle migliori capacità naturali della mamma è solo una scusa. Curarsi della prole è una faticaccia, e la storiella del ‘io lavoro, tu badi alla famiglia’ è solo una scusa per evitarla. La natura non impedisce a nessun uomo di imparare a curarsi di un bambino, e anche lo stereotipo delle ‘donne multitasking’ è una trovata per non impegnarsi.
D: Tempo fa, ad un incontro, un uomo mi disse «Io ho più potere di mia moglie in questa società, lo riconosco, ma perché dovrei rinunciarci se il potere fa comodo? Sarei masochista». Giro a te la domanda.
R: Quell’uomo non solo non ha ben chiaro che cosa sia il masochismo, ma neanche il potere. Lui non ce l’ha quel potere, è il potere che lo manovra. E pretende da lui di essere sempre all’altezza di qualcosa che lo vedrà prima o poi fallire – perché c’è sempre qualcuno più potente di te, più forte di te, più ricco di te, più bello di te, più giovane di te, più maschio di te, insomma che ce l’ha più lungo del tuo – e lo trasformerà irrimediabilmente in un frustrato. Capirà di aver sprecato il suo tempo per dei vantaggi che sono durati poco e sono andati a scapito di altre e altri. Quel potere è una sentenza di infelicità.
D: Che cos’è per te il femminismo?
R: Sintetizzando direi che è l’insieme dei movimenti e delle pratiche che combattono le discriminazioni e i pregiudizi che limitano l’identità e i diritti di qualsiasi persona. Poi c’è da dire che la realtà storica dei femminismi, per fortuna, è molto ricca e complessa, per cui esistono ed esisteranno sempre femminismi tra loro inconciliabili; ma questo non fa che arricchire un confronto che può significare molto per tutti e tutte.
D: Secondo te, che cosa spinge tanti uomini a farsi paladini di una crociata contro il femminismo negando il femminicidio e la sua origine misogina?
R: Negare un fenomeno è il modo più semplice per non occuparsene; in questo caso permette pure di nascondere la propria misoginia e non mettere in discussione la propria identità di genere. Il mondo dei media non aiuta: puntualmente del femminicida si racconta tutto ciò che possa servire a deresponsabilizzarlo, allontanare la sua volontà da quel gesto. In ballo, come al solito, c’è la propria identità di uomini. Guarda come tante volte fior di intellettuali imbrattano pagine raccontando come loro sono diversi dall’ultimo femminicida, e come quest’ultimo non fosse per niente una persona comune, ‘normale’. Mentre invece il primo discorso sensato da fare, come uomini, sarebbe ragionare su ciò che tutti abbiamo in comune con i colpevoli di femminicidio. Ed è la cultura sessista.
D: Che cos’è per te la libertà?
R: La ricerca continua di spazi in cui non mi sento condizionato da qualcosa o qualcuno, in ogni forma di espressione non violenta.
D: E l’amore?
R: Un insieme di relazioni coinvolgenti che vivo insieme ad altri e altre, che arricchiscono la mia vita e mi fanno stare meglio anche quando sono solo.

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Publicato in: Attualità, libri Argomenti: Data: 26-05-2017 06:46 PM


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