«Tuttapposto», mamme in carriera!

Il libro Di corsa e di carriera, di Maria Antonietta Spadorcia, racconta la vita frenetica, tra gioie e preoccupazioni, di una donna che deve conciliare lavoro e famiglia. Ecco un estratto.

maria-antonietta-spadorcia-2-630x310Essere una mamma in carriera non è semplice. Tutte le donne che lavorano e hanno figli lo sanno bene. Gli impegni professionali e quelli familiari possono in alcuni casi ‘scontrarsi’ tra loro, raddoppiando ansie e preoccupazioni. Per fortuna, però, si moltiplicano allo stesso tempo anche le gioie e le soddisfazioni. In libreria da pochi giorni, Di corsa e di carriera (Male Edizioni) di Maria Antonietta Spadorcia racconta la vita frenetica di una professionista dell’informazione, che non si sottrae alla liturgia della vita familiare e vive la quotidianità ripetendosi continuamente una parola che, in qualche modo, la aiuta a superare e ad affrontare con ottimismo i piccoli ostacoli di ogni giorno: «Tuttapposto». Giornalista parlamentare e madre di due bambini, Maria Antonietta ha origini abruzzesi, ma è romana di adozione. 

IMG_6460LA TEORIA DEL «TUTTAPPOSTO» (ESTRATTO)
Messaggio numero 1: mas… tachipirina party qui. Lui con 38.8, lei i compiti da fare. È iniziato il week end. Voglio tornare a lavorare. Ma tuttapposto sempre. Sabato mattina. Il bip del wathsapp e il racconto in due righe della vita di una amica. Due giorni pieni tra medicine, termometro, libri, quaderni da controllare. E quando arrivi a domenica sera, prepari gli zaini per il giorno dopo e sembra che la tua settimana non sia mai finita. Ma c’è una parola chiave, una di quelle che ci siamo date quasi per esorcizzare gli intoppi quotidiani ed andare avanti con più forza: tuttapposto. A dir la verità l’origine viene da un’altra donna lavoratrice – madre. Una carriera in Banca d’Italia e un desiderio irrefrenabile di maternità. Con i primi due figli tutto corre liscio o quasi. Poi nasce il terzo e già la macchina casa-lavoro comincia ad avere qualche intoppo. Al quarto figlio la macchina va in panne. E allora la vita si stravolge. Lettera di dimissioni, (Ma sei sicura? Le continuava a chiedere un’amica preoccupata), inventarsi una vita formato famiglia e non rinunciare al lavoro. Idee tante, la fatica pure. E quando le domande di amici e parenti diventavano insistenti con quel «come va», alla fine la risposta di questa donna è stata: tutapposto, con due p e tutto attaccato. Interlocutori interdetti. Che vorrà dire? Si saranno chiesti guardando i capelli comunque in ordine, la borsa piena di biscottini, colori e macchinine. Vuol dire che nulla può fermare una donna-madre. Da questa esperienza è nato un clan. Nessun problema irreparabile certo, ma tutti quei piccoli ostacoli quotidiani che rendono la vita più complicata.

Messaggio numero 2: bronchite, 7 giorni di antibiotico e lo mando a scuola. (emoticon con le mani sulla bocca quasi a dire: meglio non parlare). Noi appena atterrati e corriamo a lavoro. Stasera cena a casa, 12 persone e la tata si è presa una settimana di ferie. Tuttapposto. Avere una vita come quella prima dei figli è quasi impossibile. Non solo perché ci sono le loro esigenze, ma perché dovresti clonare le giornate, moltiplicare le ore, avere due Natali, due Pasque, due pasquette. Tutto il doppio. Un tempo gli auguri di Natale si facevano a casa. Cenetta con gli amici qualche giorno prima delle feste passate rigorosamente con i parenti, regali pensati e scelti con cura, le lasagne di M. da tradizione, il panettone, lo spumantino e l’augurio di L. sempre lo stesso. L’orizzonte che ci si dava allora era l’estate e l’organizzazione delle ferie. A lavoro si stava 12 ore, la valigia era sempre dietro la porta, i viaggi frequenti. Poi a quelle cene di Natale si cominciò a parlare di matrimoni e arrivò la prima bimba, una sorta di mascotte per quel gruppo che sperava di allargarsi presto. E si è allargato eccome, tanto da dover dividere le cene in tre giorni fino a rinunciare del tutto dopo aver visto le palline di cristallo dell’abete finire in mille pezzi. Massimo 8 adulti e 6 bambini, teorizza ancor oggi la mia amica. E anche così, allegramente, la casa diventa un campo di battaglia. Così quando sparecchi insieme, carichi tre lavastoviglie, chiudi la stanza dei giochi perché ci vogliono due giorni per raccoglierli tutti, vedi che anche i lettini sono impraticabili, pieni di peluche e pezzi di lego, c’è sempre qualcuno che ti chiama e ti chiede: vi siete divertiti? Come va? E la risposta davanti al caos viene quasi con il sorriso: tuttapposto.

Messaggio numero 3: ho fatto causa all’azienda, voglio vedere se stavolta non mi riconoscono il lavoro fatto finora. Mi hanno bloccato il contratto. Ora devo cercare altrove. Tuttapposto.
La visione del lavoro è questa: ti preoccupi per te, certo, per quello che hai costruito finora, ma soprattutto per i tuoi figli. Quando sono ancora piccoli perché pensi al latte da comprare, ai pannolini. Quando sono più grandi perché hai lo sguardo alla scuola, al corso di inglese che costa troppo, allo sport irrinunciabile. Così quando ti trovi senza lavoro ti senti mancare il terreno sotto i piedi. Come a G. Bisognava fare in fretta. Perché contare sui mariti, le donne di oggi proprio non lo fanno. Questione di indipendenza e di orgoglio prima ancora che di bilancio familiare. E poi c’è tutta la questione interiore: lo devo a me stessa e a quello che ho fatto finora. Capitò anche a me qualche anno fa. Un bel po’ di anni fa in verità. Ero già in Rai da molto tempo e avevo la possibilità di un passaggio in un tg nazionale prestigioso. Colloquio con il direttore e tante speranze. Su una domanda specifica – desideri avere dei figli? – la mia risposta fu secca: desideri avere figli? Certo, magari non subito, ma certo. Perplessità dall’interlocutore ma quel «magari non subito» lo aveva tranquillizzato. Quando vuoi avere figli però non calcoli i tempi. Li vuoi e basta. E durante i mesi che servivano per questo passaggio, due linee rosa mi dissero che bisognava ridisegnare i piani. Alla felicità si aggiunse un interrogativo: come faccio a dirlo al direttore? La scelta fu semplice: caro direttore abbiamo scherzato, il passaggio non è più possibile, sono incinta. Mi aspettavo qualche battutaccia, nel modo giornalistico è quasi normale. E certo i racconti di chi lo conosceva bene lo descriveva preso solamente dal lavoro. Dall’altra parte una risata quasi accennata e un tono lieve: «e va bò, nove mesi passano, hai tutta una vita per lavorare”. Incredibile, penso. E stavolta era tuttapposto davvero.

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Publicato in: Attualità, libri, persone Argomenti: , Data: 19-05-2017 05:50 PM


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