Lesbofobia ti riconosco

di Giovanna Pavesi
Di paura e odio verso le donne omosessuali si parla raramente, ma esistono da sempre. Ne abbiamo discusso con Michela Pagarini, tra le fondatrici del gruppo Lesbiche in Casa.

stop lesbofobiaDurante il terzo anno di liceo, P. aveva perso la testa per la sua compagna di banco, una ragazza con i capelli neri e le lentiggini. Ma non l’aveva detto a nessuno. Le aveva chiesto gli appunti di filosofia in cambio di una versione di latino. La trovava bella e molto intelligente. Siccome però era una ragazza, esattamente come lei, aveva preferito lasciar perdere, restando insieme al suo fidanzato. Come tutti si aspettavano da una ragazza della sua età. L., invece, è un’attivista per i diritti della comunità LGBT e la sua omosessualità non è mai stata né un segreto né un problema per lei. I suoi amici ne sono al corrente, da sempre, così come la sua famiglia. Si è innamorata di M. al lavoro e da quel momento non si sono mai lasciate. Vivono in una paese molto piccolo: tutti le conoscono e tutti sanno che non sono soltanto due amiche che dividono lo stesso appartamento. L. non si è mai tirata indietro e si è sempre esposta, anche attraverso le sue battaglie. Fino a quando, in una giornata qualunque di sette anni fa, quattro uomini hanno seguito M. e l’hanno violentata. Quando hanno finito, l’hanno riportata a casa e l’hanno lasciata davanti alla porta. Sola e piena di vergogna.

GLI «STUPRI CORRETTIVI»
Li chiamano «stupri correttivi», ma le denunce sono poche. Eppure la lesbofobia (l’odio nei confronti delle donne omosessuali), che non si nomina quasi mai, esiste da sempre, anche se ne restano pochissime tracce nella società. Si manifesta in tante forme diverse. Tra le ragazze più giovani che magari a scuola si fidanzano con un coetaneo per nascondersi. Nelle molestie sessuali di uomini che vogliono prendersi tutto. O nell’isolamento. «Il Paese fa molto poco sull’omofobia, ma la lesbofobia, che non si nomina mai e che sembra essere inesistente, invece c’è», spiega Michela Pagarini, ex co-presidente della Casa delle Donne di Milano e tra le fondatrici del gruppo Lesbiche in Casa, che nella giornata mondiale contro l’omofobia, racconta a LetteraDonna com’è nato il gruppo e cosa significa essere lesbiche nel 2017.

DOMANDA: Signora Pagarini, perché l’omosessualità delle donne sembra invisibile?
RISPOSTA: Perché il gay maschio, anche se subisce discriminazioni, «è previsto».
D: Che cosa intende?
R: Se sei un maschio e sei effemminato c’è lo stigma, anche perché si vede. Ma la sessualità femminile sembra non esistere se non per il piacere maschile. L’amore fisico tra due donne non è proprio preso in considerazione.
D: Gli episodi di lesbofobia, però, sono tanti.
R: Sì. Quando posso vado a parlare nelle scuole e mi accorgo che tra ragazzi e ragazze omosessuali ci sono delle differenze, che sono espressione di questo fenomeno.
D: Quali, per esempio?
R: Per le femmine lo stigma è più sottile perché non è così evidente. Le ragazzine, magari, non si suicidano con la stessa frequenza dei loro coetanei maschi omosessuali ma spesso si tagliano, stanno male e qualche volta si ammalano di anoressia. Sugli uomini c’è bullismo omofobico, sulle donne più spesso gli stupri.
D: Che cosa rappresenta un abuso per una donna omosessuale?
R: La violenza sessuale è il picco massimo dell’orrore e rappresenta un mezzo tipico della violenza maschile sulle donne, in generale. Ma per le lesbiche assume una declinazione ancora diversa.
D: In che senso?
R: Significa sottomettere anche l’identità sessuale di una donna, oltre che al suo corpo. È come se, con quel gesto, volessero rimetterla al suo «posto sessuale» ed è come se le dicessero: «Te lo faccio vedere io come si deve comportare una donna».
michela pagariniD: Perché, però, sono così poche le denunce?
R: Denunciare uno stupro è, di per sé, complicato. Si sommano vergogna e violenza. Se a subirlo è una lesbica è anche più difficile perché significa uscire allo scoperto, «denunciarsi» anche in quanto omosessuali. E non tutte sono disposte a farlo.
D: Signora Pagarini, lei ha subito più discriminazioni in quanto donna o in quanto omosessuale?
R: Si dice che le donne omosessuali vivano una doppia discriminazione, che spesso si sovrappone. Non saprei dirle con precisione quale delle due abbia prevalso, perché a volte si fondono e non è semplice districarle. Posso farle un esempio?
D: Certo.
R: Quando dici di essere lesbica, magari in un ambiente medio-basso, arriva subito una domanda sulla vita sessuale. Questa è la doppia discriminazione, secondo me. A una donna eterosessuale è raro che facciano domande dirette sulla propria intimità o sul partner. E al maschio gay raramente chiedono che cosa gli piaccia.
D: Si è mai sentita in pericolo per il fatto di essere omosessuale?
R: Diciamo che il prezzo potrebbe diventare pesante se si vuole essere visibili.
D: Che cosa intende?
R: Nella mia vita, un gesto affettuoso o spontaneo con la mia compagna, senza prima controllare che cosa accade alle mie spalle, non me lo sono mai potuta concedere.
D: Perché?
R: Perché può succedere che un momento bello possa finire male. E sono ancora convinta che, prima di dare un bacio, devi sempre guardare chi c’è attorno a te, anche per capire se lo puoi fare. Questa è, per me, la condizione sicuramente più pesante.
D: Che cosa significa essere donna, omosessuale e avere 40 anni, in Italia?
R: La generazione dei 40enni è una generazione di «fregati». Ci hanno raccontato una storia che non corrisponde alla realtà: avevamo delle aspettative e abbiamo dovuto rifare i conti in corsa. A volte mi sento troppo giovane, altre volte troppo vecchia (ride, ndr). Per quanto riguarda essere una donna lesbica: io sono felice perché sono venuta a vivere a Milano, sono autonoma e faccio il lavoro che mi piace. Ma avere 40 anni è anche una grande soddisfazione perché un sacco di problemi se ne vanno, soprattutto in termini di molestie.
D: In che senso?
R: Quando hai raggiunto quest’età ti senti più tranquilla. Anche in autobus.
D: Quando è nato il gruppo delle Lesbiche in Casa?
R: Due anni fa. In quel periodo io facevo parte del direttivo della Casa delle Donne, che ha sempre aderito alla Pride Week e dopo quell’evento mi sono interfacciata con vari commenti, molto diversi, di alcune persone della casa.
D: Che genere di commenti?
R: Ho sentito opinioni che davano la sensazione che ci fosse molta confusione sul lesbismo, tanti pregiudizi e alcune idee distorte. Per non parlare delle tante domande che mi facevano.
D: Tipo? Le più frequenti?
R: Per esempio, se io facessi del mio essere lesbica un fatto politico. Oppure, se avessi bisogno di ostentare la mia sessualità. Per carità, il fatto che me le facessero era, di per sé, una bella cosa, perché almeno ho avuto modo di rispondere, ma il fatto che mi chiedessero queste cose indicava che c’è ancora molta confusione a riguardo. In quel momento ho sentito forte l’esigenza di fare il punto su alcune questioni legate al lesbismo, proprio all’interno della Casa delle Donne. Così ho parlato con un’altra persona che faceva parte di un altro gruppo all’interno dell’associazione, che sapevo essere lesbica, e si è costituito il team.
D: Quindi è un gruppo nato per dare delle risposte?
R: Quando mi sono avvicinata alla Casa delle Donne penso di aver dato per scontato che non ci fosse bisogno di fare attivismo lesbico all’interno dell’associazione, anche perché è costituita da donne di tutti gli orientamenti, come recita lo statuto. Quando sono entrata non avevo immaginato che potessero esserci socie che, pur avendo firmato quello statuto, avessero delle resistenze o dei problemi in merito. Ero arrivata all’associazione per scoprire il femminismo, dopo anni di attivismo. Eppure, mi sono resa conto che non potevo lasciare indietro questa parte, perché era evidente che in alcuni soggetti l’essere omosessuale fosse un problema.
D: Quante donne fanno parte del vostro gruppo?
R: Nella mailing list dei nostri eventi siamo in 35, praticamente le fondatrici. Di attive siamo circa in 15.
D: Chi fa parte delle Lesbiche in Casa?
R: C’è la militante con 20 anni di esperienza, la ragazza più giovane che magari l’ha appena detto ai suoi genitori. Ci sono tante storie, tutte diverse.
D: Quali sono le vostre attività quando vi riunite?
R: Spesso si tratta di incontri in preparazione a eventi. Nel nostro gruppo succede esattamente la stessa cosa che accade in ogni altro gruppo della Casa delle Donne: si discute sulle progettualità e si fa il punto su di noi.
D: Cioè?
R: Parliamo anche dei nostri problemi. Qualche mese fa abbiamo fatto un lavoro sul corpo e sull’età, per esempio. Il gruppo è un mondo a parte e bello rispetto a quello fuori che è pieno di complessità e di problemi.
D: Che cosa intende?
R: Essere lesbica è una condizione a cui tu ti abitui, ma il mondo non si abitua mai. A volte, alcuni, nemmeno ti credono e magari, quando lo dici, vedi il vuoto negli occhi di chi ti ascolta. Perciò, ogni tanto, serve vedersi per fare il punto, per parlare e per condividere cose che è bene non tenersi addosso tutta la vita.
D: Che rapporto c’è tra il gruppo e La Casa delle Donne?
R: Il gruppo fa parte dell’associazione come tutti gli altri. Lo statuto della Casa delle Donne prevede che per fondare un gruppo questo deve essere in linea con il regolamento e devono esserci almeno sei socie interessate a un determinato tema. Poi il direttivo lo vaglia. Noi, per esempio, eravamo circa 25, già tutte socie attive all’interno della Casa.
D: Da militanti, come vi siete trovate?
R: La Casa ha una progettualità molto chiara, ma poi è chiaramente fatta dalle singole e ognuna porta il suo vissuto e la sua testa. Non è nemmeno così facile che, all’inizio, escano pregiudizi perché tutte sanno di essere all’interno di un luogo di accoglienza. Ma ogni tanto può capitare che qualcuna dica cose tipo: «Io non ho niente contro di voi, però non sono d’accordo che adottiate». Oppure «Io non ce l’ho con i gay, ma le lesbiche mi fanno impressione». Ma anche: «Io non ho niente contro di voi, ma che bisogno avete di sposarvi?».
D: C’è omofobia, quindi?
R: Non si può parlare di presenza omofoba in senso forte, però piccoli pregiudizi, anche verso noi stesse e anche se difficili da intravedere, esistono.
D: Cosa si può fare?
R: È sicuramente un percorso difficile di educazione, ma anche di autoeducazione, di spiegazione continua e costante. Questo è un altro dei motivi per i quali il gruppo serve.
D: Non vi hanno mai accusato di frammentarvi troppo?
R: Da un lato è sicuramente una delle accuse che ci viene mossa più spesso. A volte penso a quelle del Coro (un altro gruppo all’interno della Casa delle Donne, ndr) a cui nessuno pone la stessa domanda. A noi, spesso sì. Il nostro non è soltanto un bisogno, ma anche un desiderio: è come il femminismo, è una scelta. Io però credo che dovremmo imparare tutte a stare dalla parte delle donne, in generale.
D: Che cosa intende?
R: Noi siamo molto giudicanti, soprattutto tra di noi. Agli uomini capita molto più raramente. Noi donne ci facciamo anche molto male, abbiamo standard molto alti: se hai fatto carriera, per esempio, allora hai sacrificato gli affetti; se sei casalinga non hai un ruolo sociale; se sei brutta non esisti; se sei carina, invece, viene messa in discussione la tua intelligenza. Se avessimo anche solo un occhio di riguardo, tra di noi, si semplificherebbe la vita di tutte.
D: Ma le donne non sono una categoria omogenea.
R: No, questo è vero. E non lo sono nemmeno le lesbiche. Noi ci troviamo in un gruppo ma abbiamo caratteristiche molto diverse tra di noi. Ma il rispetto delle diversità deve essere tutelato. L’aggregazione deve servire per approfondire un pezzo, non per separarsi dalle altre.
D: In che senso?
R: Io ho una formazione separatista, che benedirò sempre perché mi ha dato una struttura, ma il separatismo non è una scelta di esclusione degli altri. È piuttosto la scelta di concedersi uno spazio e un momento per sole donne.
D: Lei cura anche una rubrica di posta su un magazine online che si chiama SuiGeneris (una rivista quadrimestrale sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, ndr). Quali sono le domande che riceve più di frequente?
R: Quelle sui grandi concetti. A volte mi chiedono di parlare di relazioni o di sentimenti, in generale.
D: Tipo?
R: Da donna ti viene insegnato, da subito, quali sono le tecniche per sedurre un uomo, ma come fare la stessa cosa con un’altra donna non te lo insegna sicuramente nessuno. Mi chiedono queste cose perché, dal punto di vista sentimentale e progettuale, è complicato costruire questo tipo di relazione (omosessuale, ndr).
D: Perché?
R: Perché non ci puoi entrare come se avessi a che fare con la tua amica del cuore, ma nemmeno come se fossi un uomo. Noi dobbiamo trovare dei codici affettivi, sessuali ed emotivi per imparare a interagire con qualcuno di simile ma di diverso. Qualche anno fa curavo un’altra rubrica di posta del cuore, per un altro giornale. La cosa curiosa è che ora, in un contesto diverso, mi è stata posta una domanda praticamente identica a una che mi era stata rivolta allora.
D: Quale?
R: La storia di una donna che aveva fatto coming out, da tempo, ma la sua compagna invece aveva scelto di non essere visibile. Questo pesa e, a volte, può spaccare la vita di una coppia. La scelta della visibilità è un percorso difficile, che si suda con tanta fatica e, anche se si possono comprendere il terrore di chi si vuole ancora celare, tornare a nascondersi nel buio è per l’altra persona una violenza incredibile. Convivere con due scelte così diverse non è affatto semplice: tornare a essere «l’amica del cuore» o la «cugina» può fare male.
D: Chi difende i diritti delle donne e, in particolare, quelli delle donne omosessuali?
R: Nessuno (ride, ndr). Sto rispondendo a titolo personale perché, ripeto, siamo un gruppo eterogeneo. Io credo che ognuno debba combattere per sé, che però non significa che non si possano supportare altre battaglie. Posso fare sapere che ci sono, ma ognuno deve combattere le sue lotte. Questo vale per tutti. Per le lesbiche è più complicato perché in tante vivono nascoste perché è facile poterlo fare, confondersi. E ci si risparmia un sacco di violenza.
D: La Legge sulle Unioni civili ha compiuto da poco un anno. Le piace?
R: Mi piace che ci sia una legge che prevede almeno che esistiamo. Non mi piace che ci sia una legge fatta apposta perché quella che c’era non prevedeva la nostra esistenza. Comunque sono felice che il testo sia andato avanti e la sarei ancora di più se le persone potessero sposarsi, senza due pesi e due misure. Ma la battaglia prioritaria sarebbe quella per una legge contro l’omofobia, contro la violenza omofobica e transfobica.
D: Nella Cirinnà è stata stralciato il passaggio sulla stepchild adoption. Lei pensa possa essere stato un compromesso accettabile?
R: Il tema ha fatto molto discutere. C’era chi diceva che questa fosse l’ennesima prova che lo Stato considerasse gli omosessuali persone di serie B e c’era chi sosteneva che dal nulla si fosse passati a qualcosa di concreto. Credo di non aver sentito nessuno dire che questa fosse una legge perfetta. Personalmente penso che abbiano stralciato l’unico passaggio sui cui dovevano comunque fare i conti.
D: Che cosa intende?
R: I figli di persone LGBT oggi hanno 30 anni. C’è un vuoto legislativo attorno a loro. Non è che se questa cosa non la inserisci nella legge significa che non esista. Probabilmente non si è voluto votare l’adeguamento legislativo per questioni, soprattutto, legate al mondo cattolico, per non irritare una certa parte.
D: Cosa pensa della Gestazione per altri?
R: Questo tema sta spaccando pesantemente la comunità e la discussione è molto vivace. Io, personalmente, sono contraria ma ci tengo molto a dire che sono favorevole a tutte le forme di procreazione assistita e alle adozioni.
D: Perché è contraria alla pratica dell’utero in affitto?
R: Non credo che la Gestazione per altri sia un gesto di autodeterminazione: tu firmi un contratto e la perdi. Esistono una serie di norme sul corpo molto vincolanti, oltre al fatto che esiste un mercato pazzesco, servono molti soldi e devi rateizzarlo. I bambini occidentali biondi, poi, valgono molto di più dei bimbi asiatici. Però, mi creda, è molto difficile dire che non sei d’accordo.
D: Come mai?
R: C’è l’idea che se sei contraria allora sei omofoba, fascista, magari fai sponda ai cattolici e che ti imponi sul corpo delle altre. Vorrei ribadire però che io difendo la Legge 194 e penso che nessuno possa permettersi di dire che una coppia omosessuale non è in grado di crescere dei figli. Io sono una persona che ha una vita, un lavoro, una mamma, una sorella, dei sentimenti, delle emozioni, una ex fidanzata. Quando gli altri entrano nella tua normalità si tranquillizzano molto. Il mondo va educato. Come un bambino.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 17-05-2017 04:28 PM


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