Le famiglie gay spiegate dai bambini

di Gabriele Lippi
Intervista a Maya Newell, regista di Gayby Baby, documentario australiano che racconta le vite di quattro bambini cresciuti da coppie LGBT: «L'unico problema è la società che li discrimina».

Maya-Newell2È passato più di un anno dall’approvazione della legge Cirinnà. Il primo anno in cui le coppie omosessuali in Italia hanno visto riconosciuto il loro diritto a formare una famiglia. Eppure, in Italia, la strada da fare per una completa parità dei diritti gay è ancora lunga. Manca, per esempio, una legge sulla stepchild adoption che permetta ai bambini che crescono con due mamme o due papà di vedere entrambi i genitori riconosciuti in quanto tali.
I bambini, bisognerebbe preoccuparsi dei bambini. E chiedere a loro che cosa ne pensano, se sono felici, se stanno bene. Maya Newell è stata una di quei bambini. Ora ha 29 anni e ha deciso di dare ai più piccoli quella possibilità che lei non ha avuto. Così li ha fatti parlare con Gayby Baby, un documentario che racconta le vite di quattro bambini australiani cresciuti in famiglie omogenitoriali e la cui proiezione è prevista per il 17 maggio a Padova, in occasione della Giornata Mondiale Contro l’Omofobia, nella rassegna ‘MondOQ – Giornata di Cinema e Cultura Omosessuale e Queer’, e il 19 maggio a Brescia, nel Festival OpenUp.
Le storie di Ebony, Matt, Gus e Graham non sono fiabe perfette né incubi di discriminazione costante. No, le famiglie di Gayby Baby assomigliano tantissimo a quelle eterosessuali, con gli stessi problemi, le stesse discussioni, le stesse piccole liti tra fratelli. Solo con un elemento in più che ogni tanto si affaccia a complicare il quadro: lo sguardo giudicante della società.

15x21 cartolina VOCI INCHIESTA A ROMADOMANDA: Come mai ha deciso di fare un film come Gayby Baby?
RISPOSTA: Quando con la produttrice Charlotte Mars e il produttore esecutivo Billy Marshall Stoneking abbiamo deciso di realizzare questo film, lo abbiamo fatto perché in Australia siamo nel mezzo di un brutto dibattito sull’uguaglianza dei matrimoni e sul fatto che i bambini che crescono in famiglie omogenitoriali siano o meno a rischio.
D: Qual è l’aspetto peggiore del dibattito?
R: Molti politici e figure pubbliche ripetono che «il matrimonio esiste per avere dei figli, e che tutti i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà».
D: Questo è un problema che riguarda tante persone in Australia?
R: Sì, perché anche se le coppie omosessuali non possono sposarsi, già da generazioni è possibile per loro avere dei figli. Io sono una di questi bambini e penso che nel dibattito manchi la nostra voce. Perché nessuno ha chiesto ai bambini una loro opinione? Non siamo noi stessi i migliori esperti del nostro benessere e della nostra felicità?
D: Così avete scelto di fare questo film.
R: Volevamo realizzare un documentario che rappresentasse la voce di questa nuova generazione di bambini. Gayby Baby è uno dei primi a farlo.
D: Ma tanti continuano a pensare che una coppia omosessuale non debba avere figli.
R: Io invece trovo sia straordinario che oggi ci siano centinaia di migliaia di gaybies pronti a spiccare il volo in tutto il mondo. Quando una delle mie madri, Donna, ha fatto coming out, mia nonna era disperata perché era la sua unica figlia e pensava non avrebbe mai avuto un nipote. Oggi il mondo è cambiato ed è fantastico.
D: Molti immaginano il fenomeno come recente, ma così non è. Lei ha 29 anni ed è stata cresciuta da due madri. Negli Anni ’90 era più difficile?
R: Ce ne sono anche tanti che precedono la mia generazione. L’unica cosa che è cambiata è che oggi è molto più accettato socialmente e legale. Ai nostri giorni il fenomeno aveva meno visibilità e spesso i bambini andavano incontro a una maggiore discriminazione.
Gayby Baby_Ebony_1D: Ricorda qualche episodio del genere?
R: Le mie amiche Jesse e Raj sono cresciute nella parte Ovest di Sydney e hanno passato tutta l’età scolastica a raccontare che una delle loro madri era una zia. L’area geografica in cui si cresce conta quanto il contesto storico.
D: In che senso?
R: Io sono cresciuta nella stessa epoca di Jesse e Raj, ma in un sobborgo dell’interno relativamente aperto sul tema, e a scuola mi sono sentita sempre a mio agio con la mia condizione familiare. I bambini di questa generazione crescono con un grande orgoglio delle loro famiglie e hanno almeno alcuni dei media che ne riflettono un’immagine positiva.
D: Le famiglie omogenitoriali si trovano ad affrontare una serie di stereotipi. Lei ha scelto di aprire il suo documentario con alcuni di questi.
R: Sì, è vero. Per quanto non volessimo fare un film che si focalizzasse sui questi atteggiamenti negativi, è importante che in qualche modo si descriva il contesto sociale e politico col quale le nostre famiglie si trovano a battagliare.
D: Per esempio, una delle prime frasi che si sentono è quella di un intervistato che, parlando di un bambino con due mamme, si chiede chi lo porterà a giocare a calcio.
R: Si è abituati a pensare che i maschi abbiano bisogno di padri per crescere come uomini. Io penso che sì, abbiamo bisogno di modelli che ci offrano amore, affetto e supporto, e che ci rivelino un’ampia gamma di modalità per esplorare il nostro genere.
D: E per lei cosa significa essere cresciuta senza padre?
R: Sono una donna, ma sono felice di avere intorno a me tanti zii, nonni e diversi amici maschi che mi hanno guidato nel corso della mia vita. Forse un padre mi avrebbe insegnato ad essere più forte e dura, o magari mi avrebbe portato in giro e viziata comprandomi gelati. Sarei più brava di adesso a tirare una palla, se avessi avuto un papà?
D: Pian piano, però, nel documentario vediamo questi stereotipi distrutti.
R: È la realtà. Nella mia famiglia non si viene definiti secondo stereotipi di genere. Le mie due madri mi hanno insegnato che una donna può essere tutto ciò che vuole essere e che ci sono tanti modi per esprimere la propria femminilità.
D: Insomma, non è vero che ai bambini servono una mamma e un papà.
R: Sarà così solo fin quando manterremo questi ruoli sotto quarantena, artificialmente separati in compartimenti stagni. Potremmo avere mamme mascoline e padri effeminati. Di solito questa esposizione a ruoli di genere non tradizionale porta a una consapevolezza e un apprezzamento maggiori dell’identità di genere, che esercita una forza positiva di libertà attraverso le nostre vite.
Gayby Baby_Matt_2D: Lei racconta la storia di quattro bambini al passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza. E tutti sembrano estremamente consapevoli della loro situazione, anche più di tanti adulti. Uno dei protagonisti dice di non aver paura di ciò che i suoi amici possono pensare, perché, afferma, i bambini a volte hanno idee migliori degli adulti. Lei è d’accordo?
R: Io penso che molti bambini cresciuti in circostanze che li spingono a considerare il loro essere ‘diversi’ maturino rapidamente. Ebony, Matt, Gus e Graham spesso esprimono parole di una saggezza non convenzionale. Spesso siamo portati a non considerare le opinioni dei bambini perché le riteniamo stupide e ingenue, ma credo davvero che i bambini abbiano tanto da insegnarci. Sono più vicini a una moralità umana profonda, non influenzata da comportamenti che apprendiamo da adulti per proteggere e difendere il nostro ego.
D: Matt, uno dei quattro bambini protagonisti del film, ha problemi con la religione. La madre è molto credente, ma lui fatica a concepire la discriminazione che la Chiesa fa nei confronti degli omosessuali.
R: La mia famiglia non è religiosa, ma il mio parere è che il Cristianesimo e la Chiesa non tengano in considerazione che il loro rifiuto della comunità LGBTIQ è un atteggiamento di chiusura anche nei confronti di tanti bambini costretti a scegliere tra la loro famiglia e il loro Dio. Matt sceglie la sua famiglia e arriva al punto di chiedersi: «Perché dovrei amare un Dio che non ama le mie mamme?».
D: Che impatto ha la società su questi bambini?
R: Tutte le ricerche serie e non cristiane sul tema sostengono che i bambini di famiglie omogenitoriali crescono bene esattamente come i figli di una coppia eterosessuale. L’unica area in cui si trovano in difficoltà è quella che riguarda le discriminazioni della società. Non possiamo accettare la stigmatizzazione e l’umiliazione degli LGBT senza pensare agli effetti che può avere sui bambini.
D: In Italia non abbiamo una legge sulle adozioni gay, o sulla stepchild adoption. La maternità surrogata è una sorta di grande tabù. In Australia le cose vanno meglio?
R: Sì, per quanto non siamo ancora giunti all’uguaglianza nei matrimoni, su tutti gli altri fonti siamo abbastanza progressivi. Per esempio, nel 2015 abbiamo avuto una legge che permette a entrambe le parti della coppia di essere iscritte col loro nome nel certificato di nascita. Io avevo 26 anni ed è stato emozionante quando Donna, la mia madre non biologica, è stata sostanzialmente e formalmente inclusa dentro la famiglia, dopo tanti anni in cui, invece, eravamo stati una famiglia molto unita.
D: Che cosa è per lei una famiglia?
R: È la comunità che tu crei, che vive negli atti più semplici come le risate o le cene, o essere spinti su un’altalena, avendo l’impressione di volare. È essere costretti a fare il bagno, piangere perché non si vuole andare a letto e la frustrazione di avere il proprio naso soffiato da qualcun altro. I quattro anni passati a fare questo film, vedendo crescere questi bambini, sono stati una gioia enorme. Spero che, vedendolo, gli spettatori si chiedano «che cosa è una famiglia». Ebony, a questa domanda, risponde così: «Le persone che ti rendono ciò che sei oggi».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 17-05-2017 12:44 PM


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