«Ragazzi, il diabete non è da sfigati»

di Giulia Mengolini
Una storia familiare difficile, una malattia ingombrante. Poi grazie al rap ha imparato ad ascoltarsi. E rinascere dopo ogni caduta. A tu per tu con Izi, che il 5 maggio presenta l'album Pizzicato.
Izi 7

Credito: Studio Cirasa.

Ha scelto di chiamarsi Izi, da easy, facile. Nonostante di facile nella sua vita ci sia stato poco. Un’infanzia complicata, un’adolescenza burrascosa e un presente di riscatto. Il suo nome vero è Diego Germini, nato in provincia di Genova nel 1995.
Genitori separati fin da piccolo, una malattia cronica come il diabete di tipo 1, anni tra assistenti sociali, psicologi e tribunali, la fuga da casa, i lavori per sbarcare il lunario senza un posto dove tornare la sera. Poi la musica, che lo ha aiutato a dare forma a quello che aveva dentro, a capirlo ed esprimerlo, sottoforma di rap. E così, tanto è cambiato.
Oggi Izi è al suo quinto album – Pizzicato, con 13 brani – in uscita il 5 maggio, che arriva dopo il successo di Fenice nel 2016 e l’esperienza cinematografica nel film Zeta, che ha fotografato il mondo dell’hip hop italiano sotto la guida del regista Cosimo Alemà, oltre a tre dischi non ufficiali precendenti. Su Youtube i suoi pezzi hanno visualizzazioni da record: da Pianto (un milione e mezzo) a Tormento (sfiora i 2) e Chic (oltre 12 milioni). Testi in cui racconta una storia intima, fatta di sfide, cadute e rinascite. Dove invita tutti ad ascoltarsi profondamente, cercando di smascherarsi il più possibile e liberarsi dalle tante catene che ci pesano ma molto spesso non ci servono.

«E non sei come me
Non hai dormito in stazione con me
Non hai chiamato gli amici
Per sapere se c’era un letto
Anche bruciato, anche malmesso
Non ho mai messo un soldo fra’
Solo perché non l’avevo
E non c’è pronto soccorso
Solo la luce che arriva dal cielo»

Immagine anteprima YouTube

DOMANDA: Il 5 maggio esce Pizzicato, che racconta del suo vissuto dell’ultimo anno. Di cosa parla?
RISPOSTA: Pizzicato ha molteplici valenze. A partire da un concetto più superficiale come «essere pizzicati da qualcuno per qualcosa di sbagliato», pizzicato dai giornalisti, pizzicato dallo Stato, da tuo padre. Pizzicato facendo qualcosa che non va bene secondo la legge o dei canoni comportamentali: dalle dipendenze e i demoni da cui dobbiamo liberarci. Pizzicato – nel senso di infastidito – da una società in cui conta l’apparenza. L’ultima sfaccettatura è «pizzicato dall’alto»: credo di essere stato toccato dalla luce, quindi voglio mettere la mia esperienza a disposizione di tutti. Mi sento un po’ un prescelto.
D: La musica per lei è una forma di autonalisi? Uno strumento per conoscersi, sfogarsi?
R: Certo, lo è. Io sono molto introspettivo e con la musica tendo a parlare della mia vita. Scrivo tanto di getto, e ho notato che in questo modo tiro fuori cose che sono proprio intrappolate nel mio inconscio. Quando le vado a rileggere ricordo: «Stavo così in quel periodo». E riesco ad avere una comprensione molto più totale.
D: Chi ha tanto da dire di solito ha vissuto tante esperienze. Lei, che è molto giovane, ha avuto una storia piuttosto turbolenta.
R: Sì. Sono cresciuto nella periferia di Genova, mi dispiace dirlo ma anche a livello di musica e soprattutto nel campo del rap la situazione non è mai stata rosea. A me interessa raccontare i ragazzi che si ubriacano dalle 10 di mattina in provincia, raccontare la vita dei proletari, dei ragazzi con un presente difficile. E della loro noia di vivere.
D: Ho letto che da piccolo ascoltava molti cantautori, da De André a Gaber.
R: Per me anche De André era un rapper. La sua attitudine era molto di denuncia: si poneva come un cantastorie che faceva un po’ da telecamera rispetto a quello che succedeva intorno a lui, nella società. Anche io nel mio nuovo album in un certo senso parlo di politica a modo mio.
D: Altri artisti che l’hanno ispirata?
R: I miei genitori hanno fatto molti sbagli, ma devo dire che grazie a loro sono cresciuto ascoltando buona musica. Come i 99 Posse, Vinicio Capossela, Gaber, Tenco, Jhonny Cash, Battiato. Poi ho ascoltato jazz, rock e un po’ di metal.
D: E com’è nato il suo rapporto con il rap?
R:
Fin dal liceo ho sempre avuto un’attitudine tendente alla letteratura. Ho iniziato con le poesie a 12 anni – che non erano poesie romantiche: buttavo sul foglio quello che vedevo intorno a me. Ho iniziato così, poi a 15 anni ho messo questa prima poesia su musica e a 16-17 è uscito il mio primo disco non ufficiale.
D: La sua svolta nei confronti del grande pubblico è arrivata con Fenice nel 2016. L’album racconta di una rinascita. Rinascita da cosa?
R: Io ho il diabete di tipo 1, e ho avuto anche altri disturbi. Sono una persona molto sensibile quindi ho somatizzato tanto. Ci sono stati momenti molto stressanti che hanno intaccato anche il diabete e in certi momenti mi sono trovato ko: ho sfiorato più volte il coma e solo negli ultimi due anni è successo tre volte. Ogni volta che sfioro una situazione del genere a livello fisico ho anche una rinascita spirituale: di consapevolezza, di coscienza. In queste occasioni scrivo cose più profonde, faccio collegamenti particolari. In Pizzicato si capirà.
D: Sa che è d’esempio a molti bambini con il diabete?
R: È proprio questo il mio intento. Voglio dire loro che non siamo degli sfigati, né abbiamo più problemi di altri. Ognuno nella vita ha i propri. Vorrei che i ragazzi lo accettassero, perché purtroppo ce lo abbiamo e dobbiamo e andare avanti con lui, tenendo al guinzaglio questa bestia e cercando di vivere nella migliore maniera possibile. Sicuramente abbiamo molte più responsabilità: devi mangiare bene, trattarti bene, controllare sempre la glicemia, fare l’insulina. Devi sempre stare attento prima di tutto a come ti senti, a come sta reagendo il tuo corpo a una situazione. E tramite l’attenzione si raggiunge un livello di sensibilità molto alto.
D: Come ha reagito all’esordio della malattia?
R: Ora ho 21 anni, ce l’ho da dieci anni esatti. E la presi molto male. I primi giorni in realtà non ho reagito, perché non sapevo cosa volesse dire. Però ho visto mia madre disperata, così piano piano ho iniziato a capire. All’inizio se dovevo andare a mangiare una pizza con i miei amici decidevo di digiunare perché mi vergognavo di fare l’insulina. Questo è durato al massimo un annetto. Poi la situazione è cambiata molto.
D: Come?
R: Sono a seguito all’ospedale Gaslini di Genova, dove sono preparatissimi. Si è instaurato un rapporto con i diabetologi che va al di là della cura. Ho fatto un’esperienza incredibile, che è stata fare da tutore-responsabile a dei ragazzi diabetici più piccoli di me. Ho provato a far capire loro che questa non è la fine. Abbiamo passato delle giornate insieme, fatto dei lavori psicologici e sono venute fuori tante cose. Queste esperienze mi hanno aiutato a trovare un equilibrio. Adesso se devo farmi una puntura lo faccio tranquillamente in mezzo a una piazza, non mi interessa.
D: Come si rapporta agli altri?
R: Spiego che cos’è. In tantissimi ancora credono che il diabete venga perché si mangiano troppi dolci, in pochi sanno che è una malattia autoimmune e i dolci non c’entrano. Di fronte a una spiegazione è raro che una persona non possa capire.
Izi 11-1D: Nel brano Chic canta: «Ho il diabete ed è un mostro». Però da come parla sembra che l’abbia accettato.
R: L’ho accettato, ma per me rimane comunque un mostro. Tante cose che ci attanagliano nella vita sono mostri per noi, il segreto è imparare a convivere con loro. Non potrò mai dire di essere contento di avere questa malattia, ma non vado nemmeno a letto pensando «che schifo avere il diabete». Spero che la ricerca continui e che troveranno una cura.
D: Torniamo alla musica. Quale crede che sia lo stato di salute del rap di oggi in Italia?
R: È evidente che ci sia stato un boom enorme negli ultimi tempi. Da quando c’è la nostra ondata di ragazzi ‘nuovi’ influenzati dal rap estero si è creato un bacino di pubblico molto vasto. Ora è molto più orecchiabile, per questo molta gente ci accusa di essere pop.
D: Se la prende se le dicono che un suo pezzo è più pop di un altro?
R: Io non voglio fare pop, né mi interessa fare musica da discoteca. Detto questo mi fa piacere se la mia musica è ascoltata. Anche in discoteca va bene.
D: In Italia non ci sono rapper donne, o quasi. Perché?
R: Non penso sia una questione di sessismo o discriminazione. Anzi, io aspetto che arrivi qualcuna di veramente forte. Forse non c’è ancora stata qualcuna capace di sfondare quel limite per cui può essere apprezzata da un grande pubblico. Io conosco tante piccole rapper donne, però restano lì, non sfondano. Magari alcune hanno un personaggio forte ma cascano un po’ sul contenuto, altre spaccano di più sui testi ma non sanno gestirsi. Insomma, secondo me non c’è ancora un equilibrio tra questi due aspetti.
D: Cosa pensa dei talent di musica? Se le chiedessero di fare il giudice?
R: Non lo so. Forse accetterei per cercare di dire qualcosa di interessante, ma senza farmi affogare in quel mondo che reputo finto. I concorrenti magari diventano famosi all’inizio in tivù ma poi spente le telecamere non va nessuno a sentirli. Per questo parlo di finzione
D: Guardava X Factor?
R: Sì, e all’inizio mi piaceva, quando c’erano personaggi come Morgan – musicalmente super acculturato – ed Elio, che amo. In quelle edizioni sarei andato, sì. Poi secondo me è peggiorato: mi sembra che ora si siano perse la qualità e il rispetto per l’arte. È diventato spettacolo. Purtroppo, però, non lo spettacolo figo che facevano Gaber e Dario Fo.

Nel giorno d’uscita del disco Izi incontrerà i fan a Genova, quindi il 6 Maggio sarà a Milano e Como, il 7 Maggio a Stezzano (BG), L’8 Maggio a Varese e Paderno Dugnano, il 9 a Vicenza e Mestre, il 10 a Bologna, l’11 a Firenze e Lucca, il 12 a Roma e Latina, il 14 a Napoli e Caserta, il 15 a Casamassima (Bari) e Brindisi e il 16 a Torino.

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Publicato in: Attualità, Protagonisti, video Argomenti: , , Data: 05-05-2017 03:39 PM


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