«Anche i giornali fanno marchette»

di Melania Guarda Ceccoli
L’antitrust americano indaga sugli influencer, colpevoli di essere poco trasparenti nel segnalare i loro post promozionali. Ne abbiamo parlato con la fashion blogger italiana Lucia Del Pasqua.

lucia del pasquaIntorno alla metà di aprile 2017, la Federal Trade Commission, agenzia americana che si occupa di tutelare i consumatori dalla pubblicità occulta, ha cominciato ad interessarsi alle attività promozionali svolta dagli influencer e fashion blogger americani sui canali social, principalmente su Instagram. Il loro lavoro, infatti, è stato considerato poco trasparente per gli standard pubblicitari. Non sempre sarebbe chiaro quando un post viene pubblicato perché pagato da uno sponsor e quando invece no. E questo trarrebbe in inganno i consumatori, spesso adolescenti. In Italia la vicenda non è ancora stata presa in considerazione, ma noi siamo andati ad intervistare una fashion blogger fuori dagli schemi, Lucia Del Pasqua, professione fescion blogger dal 2010 con il suo blog Thefashionpolitan. Che ci ha detto la sua.

DOMANDA: Che cosa pensa della pubblicità occulta sui social?
RISPOSTA: Parto da un discorso generale. La pubblicità funziona così: spingere le persone, tramite la comunicazione e promozione di un prodotto, a comprarlo. Il marchio in questione investe dunque sulla produzione di quella pubblicità, sulla sua successiva diramazione su giornali, tv e web, affinché o più persone o certe persone di un determinato target siano attratte da quel prodotto.
D: Quindi?
R: Quindi, mi vengono da fare delle riflessioni. Numero uno: i giornali vivono di ‘marchette’, ovvero di ‘vil denaro’, esattamente come le blogger. Riflessione numero due: l’etica è relativa per entrambe le categorie.
D: Numero tre?
R: Il lettore, o il follower, deve quindi necessariamente essere più consapevole. E lo è, non è per nulla scemo. Numero quattro: i giornali sono in crisi, quindi tendono ad accettare anche pubblicità che non sono per nulla in target con la propria linea editoriale (io ho visto pagine pubblicitarie di aspirapolveri in giornali di moto). Le blogger un po’ meno, anzi sfruttano il loro momento pigliandosi soldi a destra e a manca. Chiamatele sceme.

D: Come viene contattata dai brand?
R: Direttamente via email. Non ho agenti né finte stagiste.
D: Come sceglie i brand con cui collaborare?
R: Certo, una influencer dovrebbe accettare solo collaborazioni in target con la propria immagine e/o linea editoriale, un po’ come dovrebbero fare i giornali. Per esempio, io non accetterei mai di promuovere un brand di sigarette elettroniche, e manco di sigarette. Prima di tutto perché il mio pubblico è ben consapevole, e me la farebbe giustamente pagare a vita; poi, soprattutto, perché non c’entra niente con il mio mondo.
D: C’è un rapporto di fiducia così elevato tra influencer e follower?
R: L’influencer dovrebbe essere una figura di cui ci si fida, anche se adesso da ‘la persona della porta accanto’ si sta spesso trasformando nel testimonial – una volta erano attori, modelli, cantanti – pagato per parlare bene di un prodotto, quindi sta all’etica di ciascuno accettare o meno collaborazioni. Influencer è una cosa, testimonial è un’altra, cambiano le condizioni. Ma anche qui ho delle riflessioni da fare.

D: Prego.
R: Il fatto è che queste ragazze popolari sul web che guadagnano soldi fanno girare le palle. Perché nessuno se la prendeva con la Cuccarini che sponsorizzava la Scavolini, ma tutti con la Ferragni che è testimonial Pantene? La Cuccarini era la casalinga perfetta, o magari l’esperta di design d’interni, mentre la Ferragni ha a priori dei capelli orrendi?
D: Non sarebbe meglio esplicitare il fatto che si sta facendo pubblicità a qualcosa?
R: È davvero la dicitura ‘contenuto sponsorizzato’ a fare la differenza? A me, se vedo una borsa addosso ad una blogger pagata per indossarla e la borsa non mi piace, sinceramente non frega proprio nulla, perché io ho una mia personalità e una mia opinione.
D: Nelle sue foto o stories su Instagram, quando si fa una foto con un prodotto, lo fa solo a pagamento o liberamente, perché le piace?
R: Io posto foto sia liberamente, sia a pagamento. Il mio blog non è solo marchetta, anzi. Lo dimostra il fatto che mi vesto spesso con abiti vintage, che i grandi marchi di moda, sport compreso, nonostante sia molto sportiva mi snobbano, perché non rappresento la classica fashion blogger. Tuttavia con il blog mi mantengo. Ovviamente ho le mie collaborazioni, che cerco di sviluppare raccontando storie, prevalentemente scritte, e spero più spesso con dei video. Ricordo infine che la redazione di contenuti è un lavoro, ed io sono una professionista, quindi è giusto essere pagata.
D: C’è una differenza tra le fashion blogger in Italia e all’estero, per la parte economica?
R: Certo che c’è differenza tra fashion blogger in Italia e quelle all’estero. All’estero lavorano senza fare la guerra, qui pare la ridicola lotta tra taxi e Uber. Lì vengono pagate (parlando con una ragazza che si occupa di turismo mi ha tranquillamente detto che per le blogger estere hanno del budget, per quelle italiane no), e c’è più consapevolezza e cultura a riguardo. Qui ancora non si sa distinguere una blogger che compra fan da una che non li compra.

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Publicato in: Attualità, Donne della settimana, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 21-04-2017 07:32 PM


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