Il Biotestamento piace a metà (o meno)

di Matteo Innocenti
La legge è passata alla Camera, ora l'attende il Senato. Se per l'Associazione Luca Coscioni ha ancora «tre trappole», il presidente dei Medici Cattolici Italiani immagina un futuro 'apocalittico'.

«Legge equivoca che non risolve nodi e dubbi», per cui «sarà necessario trovare al Senato formulazioni meno ambigue». La frase si riferisce al disegno di legge sul Biotestamento approvata il 20 aprile in Parlamento. I virgolettati che la compongono sono due opinioni molto simili, che però arrivano da due ‘fronti’ opposti: l’Associazione Medici Cattolici Italiani e l’Associazione Luca Coscioni. Il ddl, che adesso passa al Senato, vorrebbe garantire al paziente il diritto di abbandonare le terapie. Niente nutrizione e idratazione, nessun dubbio su spine da staccare. Di fronte al divieto di accanimento terapeutico, il medico potrà appellarsi all’obiezione di coscienza: in questo caso, il paziente potrebbe rivolgersi a un altro medico della stessa struttura.

LE TRE TRAPPOLE DELLA LEGGE
L’Associazione Luca Coscioni, che si è detta soddisfatta, vede tre possibili trappole nel disegno di legge: «Non dice apertamente che c’è l’obiezione di coscienza, ma nemmeno che si può forzare il medico ad eseguire per intero la volontà del malato. Per me è una trappola. E le trappole ci riportano nei tribunali. Vorremmo evitare situazioni come quella della legge 194 sull’interruzione di gravidanza», spiega a LetteraDonna il segretario Filomena Gallo. Che individua poi le altre due: «Il rinvio alla deontologia professionale del medico, legata a un codice che può mutare a seconda di come cambia l’Ordine dei Medici» e l’assistenza psicologica che deve essere garantita al malato, che non vuole più cure. «Se viene utilizzata come motivazione per invalidare il testamento psicologico quando una persona ha già espresso una volontà, allora è una trappola. Se invece è un iter non vincolante, allora è un’altra cosa», spiega Gallo, precisando poi come l’articolo 2 della stessa legge ‘tuteli’ i soggetti (minori, persone in stato vegetativo, incapaci di intendere) che, evidentemente, non potrebbero avere questo tipo di assistenza.

CAVALLO DI TROIA DELL’EUTANASIA
Per Filippo Boscia, presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani, «la legge sancisce che la vita è un bene disponibile». Il problema, spiega a LetteraDonna, è che «per ragioni che non sono cristiane o cattoliche ma solo laiche, la vita non può essere a disposizione di chicchessia». L’effetto immediato della legge sarebbe l’obbligo, per tutte le cliniche pubbliche e quelle private convenzionate con il sistema sanitario nazionale, di avere nella propria équipe almeno un medico non obiettore. Un obbligo valido anche per gli ospedali cattolici: «Questo non lascia le strutture libere di valutare volta per volta il problema del fine vita. Teniamo libertà, pace e solidarietà, ma perdiamo il più laico dei principi, il rispetto della vita umana». Boscia, come diversi politici, vede in questa legge il Cavallo di Troia dell’eutanasia: «Sospendere idratazione e nutrizione sdogana il diritto di essere uccisi. Come se le sospendessimo a un bambino appena nato perché non può dire se le vuole o no». Ma va oltre: «Alla lunga non potremo nemmeno salvare i suicidi. Se la loro volontà è morire, secondo questa logica non dovremmo dar loro assistenza sanitaria».

UN FUTURO APOCALITTICO
Il presidente dell’Amci, «disturbato dalla spettacolarizzazione della morte di persone sofferenti, fatto per motivi ideologi», prefigura un futuro apocalittico: «Sarà lo Stato stesso a negare assistenza sanitaria a malati, anziani, disabili, persone con problemi mentali. Qualcuno girerà per le case a convincerli che sarebbe meglio se morissero. Lo Stato, che dovrebbe tutelare la vita, è di fatto quello che la abbandona». Il vero motivo? L’economicizzazione delle cure, perché malati e disabili costano, spiega. Quanto al nodo dell’assistenza sanitaria, Boscia ritiene che sia fondamentale: «Bisogna essere prudenti nell’interpretare una domanda di morte che, fatta in un momento di grande angoscia, è in realtà una domanda di amore». E lo dice «non come cittadino ma come medico, abituato a chinarsi su corpi travolti dalla malattia e sugli occhi dei pazienti, pieni di voglia di vivere». Proprio come quelli del Piccolo Cottolengo Milanese di Don Orione, istituto che porta come esempio: «Se la immagina una struttura cattolica che ha sempre accolto i bisognosi, dove uno entra dentro e dice: ‘Adesso facciamo questo eccidio di massa?’». No, non ce la immaginiamo.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 20-04-2017 08:17 PM


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