«Per Gianni la tivù era un gioco»

di Giovanna Pavesi
Per alcuni ha legittimato lo 'spettacolo' dell’ignoranza, per altri è stato un genio. Massimo Bernardini racconta a LetteraDonna il contributo portato da Boncompagni alla tivù italiana.

gianni-boncompagni-Sudore, inguine, amante. Ma anche ernia, piedi, divorzio e membro. Un elenco di parole proibite, sconsigliate e inadeguate a un programma radiofonico. Eppure, Gianni Boncompagni decise di leggerle. Tutte. Una dopo l’altra, nella prima puntata di Alto Gradimento, nel luglio del 1970. Partì da Arezzo, appena 18enne, per la Svezia dove iniziò a studiare fotografia e grafica. Tra gli Anni ’60 e ’70 fece, insieme a Renzo Arbore, Giorgio Bracardi e Mario Marenco, un pezzo di storia della radiofonia italiana. Esordì in televisione con Discoring, nel 1977. Ma nel 1984 divenne regista di Pronto, Raffaella?, condotto dalla Carrà. Amica e compagna di una vita. Fu il primo spettacolo televisivo della Rai trasmesso nella fascia del mezzogiorno. Nel 1991, Portò Eva Robin’s alla conduzione di Prima Donna, quando ancora ci si riferiva alle persone transgender con il termine di «ermafrodito». Il 9 settembre dello stesso anno Boncompagni creò Non è la Rai, considerato da molti un varietà di Lolite. Canzoni, balletti e giochi telefonici, incorniciavano cento ragazze giovanissime e normali. Anonime e ancora acerbe, divennero immediatamente delle vere icone pop. Fu la prima trasmissione di intrattenimento delle reti Fininvest a impiegare la diretta. Con degli shorts e una maglietta bianca, Ambra Angiolini correva da un lato all’altro dello schermo. Insieme a lei Claudia Gerini, Antonella Elia, Miriana Trevisan, Laura Freddi, Alessia Merz e Antonella Mosetti. Tornò in Rai nel 1996 per disegnare Macao, condotto da Alba Parietti.

UNA RIVOLUZIONE
Anticonformista. Beffardo. Blasfemo. Della televisione e della radio, Gianni Boncompagni, conobbe ogni piega. Complesso, spesso indecifrabile, inafferrabile, ma mai superficiale, riuscì a mutare sé stesso fino all’ultimo, per non essere incasellabile. Da nessuna parte. Accusato, da una parte, di aver legittimato la televisione dell’inutilità e dell’ignoranza, di aver portato, per primo, il corpo provocante di giovani ragazze davanti a milioni di telespettatori, Gianni Boncompagni lascia, oggi, un’eredità impegnativa, non solo alla televisione. A poche ore dalla sua morte, in molti lo ricordano come un genio e un rivoluzionario del linguaggio televisivoMassimo Bernardini, giornalista e conduttore di Tv Talk, in onda tutti i sabati alle 15, sui Rai Tre, racconta a LetteraDonna, il contributo innovativo che Gianni Boncompagni ha portato alla televisione italiana.

DA TRASGRESSORE A CINICO
«Boncompagni è cresciuto nella Rai radiofonica pedagogica e di questa fu una punta di assoluta scorrettezza», spiega. «Le sue prime proposte, insieme a quelle di Renzo Arbore, costituirono un vero e proprio cambiamento linguistico, di atteggiamento e di provocazione, rispetto a ciò che rappresentava allora la tivù di Stato. Secondo Bernardini, quando venne meno il ruolo pedagogico della Rai, quella stagione si chiuse: «Quando Boncompagni divenne autore televisivo e regista, fece un salto di cinismo totale, perché se la televisione che educa stava tramontando, lui, da trasgressore, divenne il «deus della tivù post-pedagogica» ed ebbe la consapevolezza che quel tipo di prodotto era finito: la tv era diventata una prateria tutta uguale, perché l’obiettivo era, per tutti, massimizzare gli ascolti, catturare più pubblico possibile, non era più quello di formarlo». Boncompagni era «un pesce in grado di nuotare benissimo», spiega ancora il conduttore di Tv Talk. «Da perfetto trasgressore divenne il massimo del cinismo, anche se lui era perfettamente consapevole si trattasse di un gioco. Il suo pregio è stato quello di non travestire mai la sua tv giocosa, che arrivò anche a punti di giocosità quasi nichilisti, se penso a Macao, per tivù importante. E questo, in realtà, ci ha sempre spiazzati. Ricordo che, quando facevo il giornalista della carta stampata, per Avvenire, criticai aspramente Macao, proprio perché secondo me, quello era il massimo della tivù del nulla, che incrementava il niente che cresceva dentro il Paese. Ma ora, a distanza di anni, non riscriverei quel pezzo: sottovalutavo la sprezzatura con cui faceva questa operazione».

«NON HA INVENTATO LUI QUESTO MONDO, LO HA SOLO RITRATTO»
Intercambiabile e mai realmente cinico, per Bernardini, Gianni Boncompagni fu «lo specchio intelligente di una televisione che non era più né buona, né pedagogica, ma che era tutta uguale: non fu Boncompagni a creare il nulla, quello iniziò a crearsi quando il servizio pubblico iniziò a togliersi di dosso la sua veste educativa, che era, in fondo, l’unica vera ragione per cui era nato. Boncompagni non era cinico, ma non aveva timore nel maneggiare tutto. Non diamo la colpa a lui di averlo inventato questo mondo, faremmo un errore: lui, questo mondo, lo ha ritratto. In pochi ci siamo accorti dell’operazione abbastanza geniale che stava facendo. Ma lui stesso, mentre noi ragioniamo così, se ci sentisse, riderebbe di noi, perché mettiamo in campo un’articolazione di ragionamento complessa, di una cosa che secondo lui era brutta e inutile. Ci direbbe che noi la stiamo prendendo troppo sul serio la televisione. Lascio il punto di domanda: abbiamo ragione noi o aveva ragione lui?».

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 18-04-2017 08:00 PM


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