Maschilista per copione

di Paola Medori
Nella serie Di padre in figlia interpreta un padre padrone all'antica negli Anni '50. Ma nella realtà Alessio Boni è tutt'altro, impegnato nella lotta contro la violenza sulle donne. L'intervista.

Celebrity Sightings - Day Five:67th Venice Film FestivalUn padre padrone, maschilista e all’antica. A indossarne i panni è Alessio Boni, protagonista maschile della nuova serie tivù Di padre in figlia, in onda su Rai Uno dal 18 aprile. «Mi piacciono tutti i personaggi che sono completamente distanti da me. Se qualcuno volesse farmi fare Hitler ne sarei molto affascinato. Per un attore è un lavoro, un processo interiore spaventoso. Devi togliere la tua morale, la tua etica e credere fermamente in quel personaggio», racconta a LetteraDonna.
Ideata da Cristina Comencini e diretta da Riccardo Milani, la serie è la storia di una famiglia patriarcale veneta, capitanata dal dispotico Giovanni Franza, che attraversa i grandi cambiamenti che hanno portato all’emancipazione femminile e al suo riscatto. «Giovanni non è bigotto, ottuso e limitato: l’Italia era così. Il nostro Paese ha impiegato più di 30 anni per dare più diritti e libertà alle donne. All’epoca era difficile per loro alzare la testa contro il patriarcato e il maschilismo». Il racconto di uno spaccato dell’Italia negli Anni ’50, di una classica famiglia contadina prima del boom economico. Il pensiero del suo personaggio è il riscatto, ci dice: «Vuole far vedere che non c’è più la fame e dimostrare di aver raggiunto uno status symbol. Impiega tanti anni, dai ‘50 agli anni ’80, per cedere», da qui il titolo Di padre in figlia. Fino a quando il mio personaggio accetta che lei (interpretata da Cristiana Capotondi, ndr) abbia studiato Chimica – una cosa da uomini – e le fa prendere in mano l’azienda che produce grappa.

DOMANDA: È un personaggio tremendo, un padre padrone?
RISPOSTA: Rapportato ad oggi sì, lo è. Non voglio difendere né avallare il mio personaggio, ma dire che è interessante perché ricorda quello che eravamo, non dimentichiamolo.
D: Un uomo che nel tempo è destinato a cambiare.
R: Ho letto tutta la sceneggiatura, l’ho sviscerata, mi ha commosso. Ci sarà un passaggio meraviglioso, un cambio struggente in Giovanni per un dramma che succede nella sua famiglia e lui cambierà, se ne accorgerà troppo tardi. È fantastico, io amo quel personaggio, più di me stesso.
D: Nella sua vita familiare ritrova qualcosa di Giovanni?
R: No. Mio padre era il pilastro della famiglia, ma c’è sempre stato un equilibrio tra i miei genitori, nei dialoghi come sul lavoro. Erano sempre insieme nella ditta: mio padre posava le piastrelle e mia madre le vendeva. Era una donna davvero attiva. Abbiamo avuto un esempio molto forte. Ma soprattutto era una coppia che si voleva molto bene. Questo traspare ancora ogni momento.
D: Le donne vogliono l’emancipazione. E negli ultimi tempi stanno alzando la voce, dalla marcia contro Trump allo sciopero dell’8 marzo: cosa pensa di queste manifestazioni di massa?
R: È una cosa di pancia, una protesta perché vengono bistrattate ancora adesso. In questi giorni muoiono tantissime donne per femminicidio: è un’ignominia. Ritengo che se c’è un motivo forte e valido sia giusto scendere in piazza. Uomini, donne e operai devono protestare per il proprio valore di essere umano.
D: Lei è stato anche testimonial di Pangea nella campagna contro la violenza sulle donne.
R: La violenza è follia pura. Dobbiamo ricominciare a equilibrare noi stessi. Non si può pensare che solo le istituzioni facciano qualcosa, la violenza al 90 % avviene dentro le mura domestiche. Devi essere tu equilibrato di fronte a qualsiasi cosa succeda.
D: Cosa intende?
R: Oggi siamo fagocitati da migliaia di pensieri, problemi, andiamo sempre di corsa, e non abbiamo mai tempo per noi stessi. Iniziamo ad ascoltarci, a pensare all’uomo da un nuovo umanesimo. Ricominciare dall’essere umano, e non dal mercato e dal mondo virtuale in cui ormai siamo inglobati.
D: È sul set di Una ragazza nella nebbia, un thriller tratto dal best seller di Donato Carrisi, dove ci si interroga su spaccati inquietanti che stanno dietro alcuni grandi fatti di cronaca. Può anticiparci qualcosa?
R: Nulla, non dico niente (ride, ndr). Solo che in questo momento sto girando a Bolzano con un bel cast. Si tratta di una denuncia sociale contro i mass media dove ci si chiede: sono loro che si accaniscono su un fatto efferato o è il pubblico che si ciba di questo? Chi ha più colpa? Una bella domanda che pone Carrisi e che nel film viene ampiamente sviscerata.
D: Recita accanto a Jean Reno e Toni Servillo. Ha qualche aneddoto da raccontarci?
R: Ancora non ho fatto molte scene con loro, ma posso garantivi che più grandi sono professionalmente e più sono tranquilli. Ovviamente Reno è un francese e Toni è partenopeo. Quello che contraddistingue questi due artisti è che sono proprio sereni, ci si parla con semplicità, intelligenza e ironia. Una grande lezione di vita.
D: Ha compiuto 50 anni, che rapporto ha con la sua immagine che cambia nel tempo?
R: Mi trovo sempre meglio perché quello che sono ha l’aspetto di ciò che ho vissuto. È il geroglifico dei miei acciacchi, delle mie vicissitudini e nello stesso tempo della mia maturità. Guardo il mio volto da 30enne e poi lo rivedo 50enne con un cambio spaventoso, ma lo vedo bene. Non sento il peso e non vorrei tornare indietro, né cambiare nulla, anche se forse l’età migliore dell’uomo è tra i 40 e i 50.
D: E oltre?
R: Lì incominciano i primi piccoli attacchi e ripensamenti, non c’è più l’incoscienza: l’hai persa. Ci sono tante responsabilità in più. È una sorta di fardello, prima ti buttavi e ti lanciavi e basta, ora controlli se il paracadute è in sicurezza.
D: Ho letto che vorrebbe debuttare nella regia cinematografica. Che tipo di soggetto le piacerebbe?
R: Ho già tutto in mente. Per farlo però dovrei fermarmi almeno un anno e ho talmente tanti impegni presi che non ce la faccio. il titolo è Un amore impossibile, tratto da una storia realmente accaduta.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , Data: 18-04-2017 05:56 PM


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