Non è islamofobia bellezza, solo questione di sicurezza

di Federico Capra
Si è sentita discriminata perché le è stato chiesto di poter controllare sotto il velo prima di imbarcarsi. Il tutto sarebbe stato fatto in una stanza alla presenza di un'ufficiale donna. Lei se l'è presa e ha iniziato ad attaccare. Ma è la legge che lo impone.

Oltraggiata, offesa, discriminata. Si è sentita così la cittadina indonesiana, ma residente a Londra, quando le è stato impedito di salire sul volo che da Roma l’avrebbe riportata a casa. Tanto da decidere, sul momento e di nascosto, di filmare quanto le stava accadendo per poi denunciare il presunto atteggiamento islamofobico dei due addetti alla sicurezza che le impedivano di accedere alla zona di imbarco. Tutto a causa di quel velo che, per religione, la donna portava intorno al capo. «Mi hanno chiesto di togliere l’hijab. Però non hanno domandato la stessa cosa a due suore che passavano di lì», si legge nel tweet che la donna ha prontamente postato con tanto di filmato una volta arrivata a Londra.

DURA LEX SED LEX
Ma cosa prevede, in questi casi, la legge? Nel 2010 l’Home Office del Regno Unito ha decretato che tutti quei passeggeri il cui viso non è identificabile poiché coperto da indumenti si svestano su richiesta del personale di frontiera aeroportuale. E così è stato anche per Aghnia Adzkia. Che è stata invitata, come da prassi, a seguire un funzionario di sicurezza – rigorosamente donna – in una camera protetta per controllare sotto l’hijab. Che poi avrebbe potuto indossare una volta terminata la ‘perquisizione’. Un’operazione fastidiosa, certo, ma comunque necessaria. «Si potrebbe nascondere qualcosa tra i capelli. Per noi è questione di sicurezza. Controlliamo indistintamente tutti seguendo i protocolli e la legge», ci ha fatto sapere un portavoce dell’aeroporto di Fiumicino. Insomma, si tratta di una procedura comune: «Se il metal detector suona è logico che dobbiamo capire il motivo per cui lo fa. Non si tratta di discriminazione, ci mancherebbe ancora. Ripeto è una questione di sicurezza: nostra e dei passeggeri».

ATTACCO VIOLENTO
E se la donna sostiene che un agente di sesso maschile l’ha trascinata fuori dalla zona di sicurezza in modi bruschi e «indecenti», il filmato che la stessa Aghina ha postato sui social racconta un’altra storia. La donna, visibilmente adirata, ha iniziato a sbraitare accusando velatamente il personale islamofobia. Questo sino all’arrivo di un’altro addetto, questa volta donna, che ha tentato di spiegare la situazione ad Aghnia. Che in tutta risposta ha provato ad allungare le mani. «Non mi tocchi», ripete visibilmente scocciata l’inserviente che poi prova a spiegare. «Lei può nascondere qualcosa sotto il velo. O comunque ci possono essere cose che su un aereo non possono essere imbarcate. È una questione di sicurezza, nulla di più».

RAZZISMO INESISTENTE
Visto il filmato e sentite le accuse una domanda sorge spontanea. Avete mai provato a introdurre su un aereo sostanze ‘proibite’? Se, ai controlli, vengono trovate la prima cosa che fanno qual è? Ovvio, buttarle via. E se suona il metal detector? Ecco io ho preso aerei un po’ in tutta Europa. Spagna, Italia, Francia, Germania. A volte mi è capitato che, al mio passaggio, il metal detector suonasse. E se in alcuni casi mi hanno chiesto se avevo svuotato bene le tasche, in altri la solfa è stata diversa. Mi hanno preso, portato in uno stanzino e fatto una rapida perquisizione corporale. Detto questo non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di filmare tutta la scena. Ma soprattutto di andare poi a denunciare una qualsiasi forma di razzismo, xenofobia o altro. Questa è la legge e per quanto non possa piacerci (personalmente a me non infastidisce affatto) bisogna rispettarla. Soprattutto se motivata e non imposta ciecamente.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 14-04-2017 07:35 PM


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