«Quando Fabrizio sfidò i terroristi»

di Gabriele Lippi
Il 14 aprile 2004 Quattrocchi veniva ucciso in Iraq dicendo «vi faccio vedere come muore un italiano». «Con quella frase voleva farci sentire uniti. E non ha mai chiesto pietà»: intervista alla sorella.

qIl 14 aprile 2004, Fabrizio Quattrocchi pronunciava le sue ultime parole.
Parole che sarebbero diventate famose e avrebbero spaccato in due l’Italia, mentre alla sua famiglia non restava che piangere la sua morte. «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano». In quelle parole «c’è tutto Fabrizio», racconta a LetteraDonna la sorella Graziella, con la voce incrinata dall’emozione, «quando le ho sentite la prima volta, ho capito subito che era lui».
«Eroe», per la destra, «mercenario» per una certa parte di sinistra. Un fratello, uno zio, un figlio amatissimo di 36 anni per la sua famiglia, che lo pensava in Kosovo mentre moriva in Iraq, dove lavorava come guardia di sicurezza privata. «Ricordarlo per me è una grande sofferenza», spiega Graziella, che nel suo nome ha fondato un’associazione e che oggi si appresta a iniziare il suo 14esimo anno senza Fabrizio.

Fabrizio Quattrocchi

Fabrizio Quattrocchi.

DOMANDA: Di cosa si occupa l’associazione?
RISPOSTA: L’ho aperta tanti anni fa e si occupa di sport, in particolar modo di arti marziali, e attività culturali di vario genere. O se ne dovrebbe occupare, perché non è attivissima.
D: Come mai?
R: Tante persone mi hanno chiesto di essere associate ma io non ho preso nessun associato perché non ho ancora fatto eventi, a parte una volta all’anno in occasione dell’anniversario. Finora è stato difficile organizzarmi da sola.
D: Perché proprio le arti marziali?
R: Fabrizio è stato campione italiano di taekwondo, quindi è un omaggio a lui. Le arti marziali sono discipline che danno tanto non solo dal punto di vista fisico, ma anche a livello psicologico ed educativo. La società comunque è aperta anche agli altri sport.
D: Cosa ricorda di quel 14 aprile 2004?
R: Ho tutto registrato nel mio cervello. Purtroppo è stato un evento mediatico veramente importante. Abbiamo saputo tutto dalla televisione, per noi è stata una vera doccia fredda. Noi nemmeno sapevamo che fosse andato in Iraq, ma lo credevamo in Kosovo.
D: Si è mai chiesta perché non ve l’avesse detto?
R: Per non darci preoccupazioni. Siamo una famiglia molto legata, io e lui abbiamo avuto sempre un rapporto forte e lui non voleva darci un dispiacere.
D: Cosa rimane oggi di Fabrizio Quattrocchi?
R: Ci ha lasciato tanto. Era una persona molto positiva, aveva un carattere gioioso, era equilibrato e dal carattere forte. Era un punto fermo per la famiglia. Le mie figlie sono cresciute con lui, era uno zio giovane e c’era un rapporto molto bello e complice. È stata molto dura. Mia madre, da allora, è sempre sotto cure per una fibrillazione atriale.
D: Quella frase, «vi faccio vedere come muore un italiano», è diventata famosissima. Che effetto le ha fatto sentirla la prima volta?
R: Ho pensato subito: «È Fabrizio». Quella frase lo rappresentava. Lui guardava in faccia le persone, affrontava la vita diretto, era una persona sicura e tranquilla, si approcciava a tutto con calma. In quella frase c’è tutta la sua persona, quello che era veramente.
D: Com’è leggerla o sentirla ripetere oggi?
R: Fa un effetto strano. So che mio fratello non c’è più, è un orgoglio ma è anche sofferenza. Avrei preferito non leggerla e non sentirla, perché Fabrizio sarebbe qua con noi adesso.
D: La disturba il fatto che la morte di suo fratello sia stata politicizzata in entrambe le direzioni?
R: Io ritengo che Fabrizio abbia voluto unire, far sentire la sua italianità e farci sentire tutti italiani e orgogliosi di esserlo. Non capirò mai questa divisione e questo accanimento. Lui ha sempre amato il suo Paese.
D: Uscì anche la notizia di una causa intentata ai Vanzina per una battuta che sembrava sbeffeggiarlo in loro film…
R: Io non ho fatto niente. È stato un giornalista a scrivere l’articolo. Vanzina mi ha chiamato per spiegarsi, ma io non c’entravo nulla. E loro hanno querelato il giornalista.
D: Lei ce l’ha con i giornalisti?
R: La categoria è molto vasta, ho anche cari amici giornalisti, non tutti sono così. Lui mi chiamò la mattina, mi chiese se sapevo del film, gli risposi che non ne sapevo nulla e che non pensavo avrebbero voluto fare una cosa del genere, che sarei andata a vederlo e avrei valutato. E lui ha scritto un articolo attribuendomi frasi che non ho detto. Il giornale poi mi ha chiesto scusa.
D: C’è chi parla di suo fratello come «eroe scomodo». Lei pensa sia così? Perché?
R: Scomodo per alcuni. Io ho ricevuto tantissime manifestazioni d’affetto: ho un armadio enorme pieno di lettere arrivate da tutto il mondo, libri, poesie e canzoni dedicate a Fabrizio. Gli italiani sono stati magnifici. Hanno sentito tantissimo il patriottismo e l’italianità che ha portato nel mondo mio fratello. Alcuni no, ma ognuno ha la sua idea. E quando è arrivato il video dopo due anni, in tanti mi hanno chiesto scusa.
D: La contattano in tanti per parlare di Fabrizio?
R: Sì. Mi sono iscritta a Facebook proprio per poter ricevere i messaggi di chi lo aveva conosciuto, e così ho saputo di tanti episodi e aneddoti della sua vita che non conoscevo.
D: Perché c’è voluto così tanto tempo perché il video venisse diffuso?
R: Mio fratello ha sfidato i terroristi, non ha invocato pietà come gli altri. E questo ha dato fastidio. Non è stato diffuso subito per questo, non per una questione di umanità.
D: L’ha più rivisto?
R: Sì, perché ogni tanto, i primi anni, lo ripubblicavano. E quando lo ricordano in qualche trasmissione lo fanno rivedere. Un pezzo, però, io l’ho visto integralmente e non lo dimenticherò mai. Ho persino tutti i giornali conservati, con gli articoli scritti in quegli anni.
D: Perché pensa che suo fratello sia stato l’unico dei quattro ostaggi a essere stato ucciso? (Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio sono stati liberati 58 giorni dopo il rapimento, ndr)
R: Perché hanno chiesto un riscatto allo Stato italiano, che secondo me non era preparato ed è stato preso alla sprovvista, forse ha aspettato troppo. C’è anche la testimonianza di uno dei rapitori, pubblicata dal Sunday Times, che spiega come lo stesso Fabrizio disse loro, mentre lo trasportavano da un covo all’altro per ucciderlo, che l’Italia non avrebbe mai ceduto al loro ricatto.
D: Una reazione impressionante per una persona che sa di essere a un passo dalla morte.
R: Lo stesso rapitore ha raccontato di essere rimasto stupito da quella lucidità e da quella obiettività in un momento in cui altri avrebbero implorato pietà.
D: Come passerà questo anniversario?
R: Siamo al cimitero, vengono tutti gli amici, tantissime persone come ogni anno, i nostri cari amici paracadutisti, tantissimi genovesi e tantissime altre persone da fuori. Io sarò lì dalla mattina ad accogliere tutti.

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Publicato in: Attualità Argomenti: Data: 14-04-2017 01:21 PM


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