Non è uno sport per donne

di Gabriele Lippi
Le atlete Usa hanno ottenuto compensi più equi. Noi siamo lontani anni luce. Giancarlo Padovan, ex presidente della Divisione Calcio Femminile italiana, ci spiega perché.

Non saranno pagate come i loro colleghi maschi, anche se sono più forti, ma le calciatrici della nazionale statunitense possono dire di aver vinto la loro battaglia, dopo aver ottenuto compensi più equi e contributi per la maternità da quella federazione per cui hanno conquistato due Mondiali. Un successo autentico, perché nel calcio una vera parità di salario non è possibile. A dirlo è un mercato troppo diverso per i due prodotti, con la Major League, il campionato maschile, che registra 21 mila spettatori a partita, mentre la National Women Soccer League, quello femminile, si ferma a 5 mila. Numeri spietati che si riflettono anche sull’audience televisiva (sebbene gli ultimi Mondiali abbiano registrato un record di 25,4 milioni di spettatori, più dei 18,2 che videro Usa-Portogallo a Brasile 2014 e più di quelli delle finali Nba), sugli introiti da diritti tivù, sulla pubblicità.

Giancarlo Padovan.

Giancarlo Padovan.

LE CALCIATRICI SONO DILETTANTI
Se è così negli Usa, dove il soccer per tradizione è uno sport da donne, figurarsi in Italia. «Tutto lo sport femminile italiano è dilettante», spiega a LetteraDonna Giancarlo Padovan, attualmente responsabile dell’ufficio stampa del Vicenza Calcio, ex direttore di TuttoSport, ex allenatore di calcio femminile secondo in Serie A col Torino e presidente della Divisione Calcio Femminile italiana tra il 2009 e il 2011, «siamo anni luce distanti non solo dall’America ma anche da altri mondi. In Italia le giocatrici percepiscono dei compensi quando giocano in nazionale, in parte vengono dalla Figc e in parte dall’Aic, ma restano compensi per chi fa attività sportiva a livello dilettantistico».

LA FIGC SPENDE 3,5 MILIONI L’ANNO
Secondo un rapporto dell’Uefa sullo stato del calcio femminile in Europa nella stagione in corso, nel nostro Paese ci sono 659 squadre e 23.196 giocatrici, più della metà (12.129) under 18. Dal 2011/12 c’è stata una crescita del 79%, ma nessuna di loro è professionista. Tutti i campionati di calcio femminile, compreso quello di Serie A, sono gestiti dalla Lega Nazionale Dilettanti, e sul settore la Figc investe 3,5 milioni di euro all’anno. Uno in meno dell’Olanda, che conta un terzo degli abitanti dell’Italia, mentre la Svezia spende 5,1 milioni, la Norvegia 7,2, la Germania 9, la Francia quasi 10, l’Inghilterra sfiora i 16.

Il Lione festeggia la conquista della Women’s Champions League.

Il Lione festeggia la conquista della Women’s Champions League.

IL FALSO MITO DEL DISINTERESSE
L’affluenza media del massimo campionato italiano di calcio femminile è di 1000 spettatori, 850 in più di quanti erano nella stagione 2011/12, ma 20 mila in meno di quelli registrati dai colleghi maschi. Sono cifre certamente inferiori a quelle americane, ma in linea con i migliori campionati europei: la Francia ne conta quanti l’Italia, la Germania appena 76 in più, l’Inghilterra si ferma a 1.058. Insomma, difficile collegare il gap di qualità (e investimenti) italiano al pubblico ridotto delle partite, soprattutto se si considera che la Norvegia, uno degli Stati leader in Europa, si ferma a 250 persone di media sugli spalti. Inoltre, il totale disinteresse degli italiani per il calcio femminile è stato smentito dai 18 mila spettatori registrati a Reggio Emilia il 26 maggio del 2016, per la finale di Women’s Champions League vinta dal Lione sul Wolfsburg (ecco l’intervista a Patrizia Panico, che era ambasciatrice Uefa).

Carlo Tavecchio.

Carlo Tavecchio.

LE GAFFE DI TAVECCHIO E BELLOLI
Eppure, a differenza delle colleghe europee, le nostre atlete sono costrette a convivere con stereotipi duri a morire. L’ormai ex presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli si fece si lamentò: «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche», e fu costretto alle dimissioni. Poco prima Carlo Tavecchio, presidente della Figc ma all’epoca alla guida dei Dilettanti, aveva detto, riferendosi alle calciatrici: «Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili». Parole gravissime, che fecero discutere molto (leggi qui la nostra intervista a Luisa Garribba Rizzitelli, presidente di Assist). E a cui Tavecchio ha provato a rimediare con una serie di iniziative per far crescere il calcio femminile. Da febbraio 2015 è attivo l’Ufficio Sviluppo Calcio Femminile e nello stesso anno sono state avviate tre nuove Nazionali: l’Under 23 e l’Under 16 di calcio a 11 e la Nazionale A di calcio a 5. Sono stati organizzati 15 incontri a Coverciano che hanno coinvolto gli staff tecnici delle Nazionali e dei presidenti, allenatori e preparatori atletici delle Società di A/B. È stato introdotto l’obbligo per ogni società maschile di A di tesserare almeno 20 under 12, in modo da creare un settore giovanile, e di avere almeno una squadra iscritta al campionato Giovanissime.

LE ATLETE SCOMPARSE DAI PALINSESTI
Ma «questi frutti si raccoglieranno, se si raccoglieranno, fra 20 anni» e se qualcosa si sta muovendo, lo fa «al contrario», spiega Padovan. «Quando io ero presidente della Divisione Calcio femminile avevamo un rappresentante in Consiglio federale, ora non più per volontà di Tavecchio. La Rai ogni settimana trasmetteva una partita di campionato, adesso non si sa più dove andare a cercarlo. Tavecchio parla tanto di rilancio, si riempie la bocca dopo aver definito handicappate le calciatrici. È un presidente non credibile che nella sua storia ha distrutto la Divisione Calcio Femminile, un’entità autonoma con progetti e un’autonomia economica, per sostituirla con un dipartimento che ha un presidente nominato da lui, non eletto come fui io. Non solo non mi fido di lui, ma ha pure la mia totale disistima».

le atlete della Fiorentina Women's Football Club.

le atlete della Fiorentina Women’s Football Club.

MANCA ANCORA UN SISTEMA SOLIDO
Per dare un’ulteriore spinta al movimento è stata introdotta la possibilità della cessione del titolo sportivo, in modo da invitare i club maschili a entrare nel calcio femminile come già avviene per alcune grandi squadre europee (il Bayern Monaco, il Wolfsburg, il Lione, il Paris Saint Germain o il Barcellona hanno tutte la loro squadra femminile), permettendo loro di partire direttamente dalle serie superiori. La Fiorentina è stata una delle prime a usufruirne, subentrando alla Firenze Calcio Femminile e trasformandola nella Fiorentina Women’s Football Club. Poco dopo avrebbero fatto altrettanto Lazio e Bari. Ma al momento restano casi sparuti e isolati e secondo Padovan non necessariamente virtuosi: «Se cedere il titolo sportivo a una società maschile di A o B vuol dire uccidere chi al calcio femminile ha dedicato anni e anni di lavoro in attesa dei contributi da parte della federazione, questo non è positivo», spiega l’ex presidente della Divisione Calcio Femminile: «La Fiorentina ha rilevato una squadra e l’ha trasformata con i suoi soldi, rendendola una delle più forti del campionato, non ha fatto un’opera di crescita sul territorio». Insomma, quello che continua a mancare è un sistema solido.

Sandro Mencucci.

Sandro Mencucci.

CONDIZIONI DI ‘LAVORO’ INACCETTABILI
Quando il consigliere d’amministrazione viola Sandro Mencucci ha assunto la carica di presidente della squadra femminile, si è reso conto in prima persona di quanto ci fosse ancora da lavorare per rendere accettabile la condizione delle calciatrici italiane, come ha raccontato a Radio Toscana: «Quando smetteranno di giocare non avranno contributi versati. Non solo: non si è ancora pensato di istituire un fondo di solidarietà. In caso di fallimento di un club le giocatrici non percepirebbero un solo euro. Inoltre c’è un tetto ai salari, quello della Lega Dilettanti, che è di 24 mila euro annui lordi. Dobbiamo pensare a come cambiare questo sistema, perché il calcio femminile al momento è considerato un settore dello sport marginale senza la giusta tutela e considerazione».

Antonio Cabrini, allenatore della Nazionale.

Antonio Cabrini, allenatore della Nazionale.

UN DECLINO TECNICO EVIDENTE
Nemmeno i risultati sul campo sono esaltanti. Il Brescia è uscito agli ottavi nell’ultima Women’s Champions League, eliminato dal Fortuna Hjørring, l’anno prima era arrivato fino ai quarti, dove aveva ceduto al Wolfsburg. Ma, ricorda Padovan, «in passato anche la Torres era arrivata ai quarti, il Bardolino Verona addirittura alle semifinali». La Nazionale di Antonio Cabrini ha centrato la qualificazione per gli Europei che si disputeranno in Olanda dal 16 luglio al 6 agosto, anche se si troverà a dover lottare in un girone quasi impossibile, contro Germania, Svezia e Russia, e nel 2016, in un Trofeo Internazionale disputato a Manaus, ha tenuto testa al Brasile perdendo 5-3 in finale, ma è scivolata al 16esimo posto del ranking Fifa, «mentre fino a 10 anni fa stava intorno alla decima posizione». All’ultima Cyprus Cup, disputatasi tra l’1 e l’8 marzo, ha perso tre partite su tre nel suo girone, contro Belgio, Corea del Nord e Svizzera, segnando un gol e subendone 13. «Persino la Svizzera (poi vincitrice del torneo, ndr) ci ha superati. Sei anni fa, quando eravamo stati eliminati dagli Usa nel barrage per la qualifica ai Mondiali perdendo 1-0 in casa e 2-1 in trasferta, ci stava dietro, ora no. Perché hanno costruito il sistema delle Academy, delle strutture gestite direttamente dalla Federcalcio in cui le calciatrici stanno dal lunedì al venerdì».

Sara Gama, calciatrice del Brescia e della Nazionale.

Sara Gama, calciatrice del Brescia e della Nazionale.

I FALLIMENTI SONO ALL’ORDINE DEL GIORNO
Copertura televisiva e ricavi inesistenti, sponsor volatili da cui spesso dipende la sopravvivenza dei club. Così i fallimenti sono all’ordine del giorno e nel 2015 è toccato alla Torres, la squadra di Sassari, la più titolata di sempre con 7 scudetti, 8 Coppe Italia, 7 Supercoppe italiane. Facendo un paragone un po’ azzardato è un po’ come se la Juventus non potesse iscriversi al campionato per inadempienze finanziarie e sparisse da un giorno all’altro. «La regressione tecnica è evidente, tra le 50 giocatrici più importanti al mondo c’è una sola italiana, Sara Gama del Brescia (dove gioca anche Martina Rosucci, ndr), forse è anche un fatto generazionale, una questione di talento, ma questa gestione non funziona».

CANCELLARE GLI STEREOTIPI PER RIALZARSI
Per far decollare il calcio femminile, secondo Padovan, servono «una struttura autonoma come era la Divisione e un centro federale, che sia Coverciano o la Borghesiana, una struttura dove poter ospitare le ragazze durante la settimana, con la Federazione che si occupa della loro educazione e della loro remunerazione». Solo così, spiega, «le famiglie e la società possono rendersi conto che il calcio femminile non è quel ghetto in cui le ragazze vengono mortificate». Solo così si possono cancellare, una volta per tutte, quei brutti pregiudizi sulle donne che giocano a pallone.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 07-04-2017 02:10 PM


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