Design fantastico e dove trovarlo

di Caterina Belloni
Tutto il bello del Fuorisalone raccontato dall'esperta Domitilla Dardi, nostra guida d'eccezione alla scoperta dell'evento. Ecco i quattro appuntamenti imperdibili dell'«alta moda degli oggetti».

fuorisaloneCreatività, ricerca, invenzione, indipendenza. Quando si pensa al Fuorisalone, in programma a Milano dal 4 al 9 aprile, queste sono le prime parole che vengono in mente. E pensare che all’inizio era «un movimento spontaneo che non poteva essere vicino alle dinamiche industriali», ci racconta Domitilla Dardi, storica del design e curatrice della sezione design del Maxxi di Roma ma anche di molti eventi internazionali. Erano infatti i primi Anni ’80 quando, in concomitanza col Salone Internazionale del Mobile di Milano, nacque il Fuorisalone. Si trattava di qualcosa di innovativo e positivo dato che permetteva a «tutti i produttori che non riuscivano a trovare la loro collocazione nella media e piccola industria italiana e nella serialità illimitata» di proporre ugualmente i loro prodotti. Negli anni il Fuorisalone è cresciuto. Tanto in autorità quanto in numero di attività.

DEDALO DI EVENTI
Basti pensare che nei sei giorni della manifestazione sono previsti oltre 1458 eventi pronti a riempire le strade i laboratori, i negozi, gli uffici e anche le case tracciando 12 diversi percorsi. E in questo dedalo di appuntamenti solo un’esperta come Domitilla Dardi ci poteva guidare con passo sicuro e occhio critico. Perché al Fuorisalone ci sono soprattutto le novità artigianali e la fantasia, mentre al Salone si trovano per lo più i prodotti in serie. «In parte è così, anche se ritengo ci possa essere un grandissimo indice di invenzione e creatività pura anche dentro la serie, solo che ci sono regole del gioco differenti. In generale non c’è conflitto tra l’uno e l’altro mondo. Secondo me sono parte di un’unica grande catena», ci conferma Dardi.

D: Cosa ci dice, invece, dell’edizione 2017?
R: Le linee sostanziali che mi interessano sono due.
D: Ci dica la prima.
R: Senza dubbio il grande ritorno a una dimensione industriale e di produzione seriale dopo anni in cui sembrava che la ricerca fosse fatta solo nel mondo del design artistico e da collezione. Tutto il bagaglio di conoscenze si sta trasferendo al mondo industriale. Questo perché i grandi autori hanno voglia di condividere le loro conoscenze acquisite. Anche perché il mercato di settore sembra aver bisogno di questo rinnovamento. Il modello industriale si deve rinnovare, per sua natura, se vuole sopravvivere.
D: E qual è l’altra cosa che va sottolineata?
R:
Da qualche anno c’è un ritorno a un’idea di decorazione diversa. Si sta riscoprendo il concetto antico secondo il quale l’uomo ha bisogno dell’ornamento, ma attraverso la mediazione di altri linguaggi. Le nuove generazioni di autori non pensano più che l’ornamento sia un delitto. L’uomo ha sempre voluto cose gradevoli intorno a sè e adesso la decorazione non è più solo di apparenza, ma sta diventando strutturale. Diventa una parte integrante della vita.
D: Ma in un periodo economico difficile come questo, il design può avere ancora senso?
R: Quando è nato doveva essere democraticp. Un modo per far arrivare il bello a tutti, visto che l’arte è elitaria. Questa cosa rimane valida, ma bisogna avere una visione ben più ampia. Bisogna analizzare il tutto in una visione ben più ampia. Faccio un esempio per spiegare cosa intendo. Nella moda sarebbe come dire che certe tendenze che vediamo in passerella vadano prese alla lettera e portate nella vita di tutti i giorni. Nessuno pensa che si possa andare a fare la spesa vestiti come in passerella, ma quegli abiti generano insegnamenti su colori, qualità dei materiali e linee. Ci sono sfumature del lessico moda che arrivano alla grande catena della distribuzione.
D: Funziona anche nel suo settore?
R: Nel mondo del design è simile. Dobbiamo pensare che siamo nell’alta moda degli oggetti, ma non ne beneficia solo la fascia del lusso. Si fa un lavoro che in seconda battuta, magari tra uno o tre anni, arriverà a tutti. Recentemente ho intervistato Konstantine Grcic, quello che secondo me è il più grande designer in attività. Mi ha detto che in questo momento da Ikea vendono una lampada che è simile a un suo vecchio successo. Ma non era arrabbiato. Perché il suo prodotto, che non era pensata per essere elitaria e aveva un costo di produzione che la rendeva per pochi, ha dato l’idea per un bel pezzo che adesso tutti possono avere a 15 euro.
D: Secondo lei quale sarà il futuro del design?
R: In giro per il mondo ci sono molti autori e creativi che stanno ragionando su oggetti che non esistono. Reti e progetti che non saranno mai una semplice replica del mondo reale, ma l’invenzione del mondo possibile e futuro. Insomma il design del domani è qualcosa che al momento ancora non esiste.

formafantasmaFOUNDATION DI FORMAFANTASMA
Tra le esposizioni che hanno colpito maggiormente Domitilla Dardi c’è senza dubbio «il lavoro sulla luce di Formafantasma, che è arrivato al suo compimento». Il duo italiano con base in Olanda da tre anni fa ricerche sulle radiazioni luminose. «Dopo una produzione quasi a uso esclusivo dei collezionisti, adesso sono passati all’industria». Le loro opere sono in mostra allo spazio Krizia con il titolo Foundation.

ANTHROPICAL PARTY DI SUBALTERNO
E che dire invece di Anthropical Party, la mostra fatta da Subalterno ai Lambretto Studios. «Si tratta di un discorso molto serio di ricerca, con una serie di autori che stanno lavorando tra spazio e design». In questo progetto «la natura viene vista da un punto di vista biologico, come struttura vivente che potrebbe insegnarci qualcosa per le nostre strutture abitative».

rev167317(1)-oriEXCAVATION: EVICTED DI PAUL COCKSEDGE
Un’altra segnalazione non può che riguardare Paul Cocksedge, designer britannico che presenta Excavation: evicted alla Fondazione Rovati. «Lo avevano sfrattato dal suo studio storico a Londra, non ha accettato la cosa. Così ha fatto buchi nel pavimento e portato via le fondamenta dello spazio creativo in cui era stato, trasformandole in oggetti di arredo che vivranno ancora della memoria di quello spazio».

TALISMAN DI BARBARA BRONDI E MARCO RAINÒ
Infine una menzione va anche a Talisman a Palazzo Clerici. «Ogni componente di un gruppo di autori ha progettato un talismano, che è un simbolo del bisogno spirituale che abbiamo. Attenzione, non si tratta di un simbolo necessariamente religioso, ma può essere anche laico». La mostra di Barbara Brondi e Marco Rainò «credo sia uno spunto utile in un momento storico in cui abbiamo bisogno di sentirci protetti e sicuri».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 04-04-2017 07:08 PM


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