Il lato oscuro di Aung San Suu Kyi

di Matteo Mazzuca
Fino al 2015 era il simbolo della lotta per la democrazia. A un anno di distanza dalla vittoria politica, sulla leader birmana si allungano molte ombre: a partire dal silenzio sul genocidio dei Rohingya.

World Leaders Gather In New York For Annual United Nations General AssemblySi dice che non c’è nulla di peggio che incontrare i propri idoli, perché dal vivo sono deludenti. Analogo discorso si potrebbe fare per Aung San Suu Kyi: premio Nobel per la pace, simbolo della lotta contro la dittatura militare, speranza democratica della Birmania. A poco più di un anno di distanza dalle elezioni, però, nella comunità internazionale cominciano a serpeggiare pesanti dubbi sulla reale natura di quella che, di fatto, è la leader incontrastata del Paese.

CHE FINE HA FATTO IL PREMIO NOBEL PER LA PACE?
Aung San Suu Kyi, infatti, non può diventare Capo di Stato perché ha dei figli di altre nazionalità. Ma, de facto, a comandare è lei. Come racconta un lungo articolo del Guardian, però, la premio Nobel per la pace si sta rivelando una sorta di novella Thatcher, più che la donna ‘di sinistra’ che era stata dipinta dall’Occidente, ha detto un diplomatico. Dei princìpi di uguaglianza, fratellanza e progresso sociale proclamati nei suoi discorsi degli anni scorsi, non c’è quasi più traccia. Così come è difficile scorgere un reale progetto politico in quelle che finora sono state le sue decisioni.

LE ACCUSE DI GENOCIDIO
L’accusa più infamante nei confronti di Aung San Suu Kyi è quella che la vede come indifferente alle sorti della minoranza musulmana dei Rohingya, a rischio genocidio. Non è un mistero che la leader abbia costruito la sua popolarità puntando sul gruppo etnico dominante, i birmani di religione buddista. Ma nessuno si sarebbe aspettato l’assordante silenzio che ha opposto per mesi a chi le chiedeva di mettere fine a quella che assomiglia in tutto e per tutto a un’opera di pulizia etnica. Il suo partito, inoltre, nel 2015 aveva impedito ai musulmani di candidarsi al parlamento.

DEVOZIONE E PAURA
Del cambiamento tanto atteso, insomma, non c’è traccia. Ed è difficile dire quali possano essere i piani di Aung San Suu Kyi, che continua a vivere in maniera molto riservata. Qualcuno sostiene che sia lei a decidere quali progetti di legge debbano essere approvati e quali no, e che non c’è modo di contestarla. Chi la conosce, continua il Guardian, prova nei suoi confronti un sentimento ambivalente di devozione e paura.

E SE FOSSE PRUDENZA?
Ma c’è anche chi sostiene che questo atteggiamento sia soltanto dovuto alla prudenza. I militari, principali responsabili della persecuzione dei Rohingya, sono ancora molto potenti. E Aung San Suu Kyi sta cercando di evitare un conflitto con loro, almeno per il momento, in attesa di rafforzarsi. Sarà vero? I leader e i diplomatici occidentali, per ora, le stanno dando il beneficio del dubbio. Ma l’articolo del Guardian è un duro colpo, che getta un’ombra lunghissima sulla reale personalità della leader birmana.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 31-03-2017 04:18 PM


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