Alatri prima e dopo Emanuele

di Antonella Rossi
Non è mai stata un'isola felice, ma la vita lì era immutabile da millenni, fatta di feste e tradizioni. Oggi è un paese senza più certezze, anestetizzato dal dolore. Il racconto di chi ci ha vissuto.

Massacrato da branco: in centinaia a fiaccolata per EmanueleQuindici minuti di follia, tanto è bastato ad Alatri per perdere tutte le sue certezze. Nella piccola piazza Regina Margherita, a due passi dall’Acropoli, hanno massacrato un ragazzo, Emanuele Morganti, 20 anni. Qui ci passavo da ragazzina tornando dalle elementari, nel breve tratto a piedi dalla scuola Luigi Ceci a casa. I più coraggiosi facevano lo scivolo sulla pietra liscia che corre lungo le scale antiche, gli altri si incantavano davanti alla fontana. Si trova proprio di fronte al Mirò, il club Arci dove venerdi 24 marzo Emanuele ha incontrato i delinquenti che lo hanno massacrato. È fatta di rocce, come tante altre cose da queste parti. Sembrano poggiate così, alla buona, ma arrampicarsi e sporgersi un po’ per vedere i pesci rossi rintanarsi nel buio del fondo era sempre una festa. Con gli anni la fontana è diventata un indistinguibile groviglio di muschi e alghe, eppure i pesci ci vivono ancora, inspiegabilmente temprati dalla melma che il sole buca a fatica. Ci somigliano. Anche noi alatresi oggi boccheggiamo alla ricerca di un’aria che non c’è. «È successo veramente qui?», ho chiesto a mia madre più volte negli ultimi giorni. Sconcerta il fatto che sia stato commesso un omicidio. E spaventa il fatto che ancora tutto sia quasi nebbia.

Pestato da gruppo di giovani, 20enne in fin di vita

Emanuele Morganti.

Due fermati, due fratelli, Mario e Paolo, due di qui, come noi, non gli albanesi di cui si favoleggiava all’inizio. A difendere Emanuele solo l’amico Gianmarco. «Ho il cuore a pezzi», ha scritto su Facebook il ragazzo. Nessun altro, pare, abbia mosso un dito. Perché? Ci accusano di omertà. Una parola che rimbomba e ferisce, gli alatresi non ci stanno a passare da mafiosi. Sui gruppi social dove i cittadini si riuniscono per segnalare i problemi della città sale la rabbia. Chi c’era quella sera e si ostina a tacere, loro sì, sono omertosi. A Tecchiena, dove viveva Emanuele, le voci si rincorrono, frammentarie. I familiari dei due presunti colpevoli sono barricati in casa. Temono ripercussioni. Dopo l’arresto si vociferava di spedizioni punitive, dicevano che avessero spezzato le gambe al padre di uno dei due. Una fake news, l’ennesima, dopo giorni di attese, smentite, dubbi.

Certo è che in quest’angolo di Ciociaria, con i monti Ernici da una parte e le mura megalitiche dall’altra, dove la vita scorre immutabile da millenni, tutto è cambiato all’improvviso. «Una cosa così grave non la ricorda nessuno», è la frase che ricorre più spesso. La città è sotto choc, come anestetizzata, immersa in un’atmosfera pesante, surreale. Qui del resto non si è abituati alle pagine di cronaca nera. La vita è scandita da altro. Piccole cose. La festa di San Sisto il mercoledi dopo Pasqua, l’infiorata del Corpus Domini, le sere d’estate al «Girone», a fare lo struscio «Dietro le Mura». Non è un’isola felice, intendiamoci. Ci sono i furti, le scazzottate tra ubriachi, ma un omicidio… I vandali sì, quelli il centro storico se lo sono preso da un po’. Orinano davanti alle case, imbrattano i muri, fanno baccano, specie il venerdi e il sabato notte, con i locali pieni. Come quando è stato aggredito Emanuele.

Massacrato dal branco: 9 indagati, a breve gli arrestiIn tanti si chiedono chi fosse questo ragazzo, cosa facesse, di chi fosse figlio. Ad Alatri siamo più di 30 mila ma hai un’identità definita solo se si riesce a risalire di chi sei figlio. Emanuele oggi è un po’ il figlio di tutti, ma più di ogni altra cosa è il nostro prima e il nostro dopo. Capita spesso, nella vita, di poter dire «prima» e «dopo». Un filo sottile che spacca a metà. Capita quando succede qualcosa di terribile, e quando si cade, più o meno rovinosamente.
Poi in un modo o nell’altro ci si rialza, lo impone la vita, che inevitabile continua, ma il prima è sempre lì, a ricordare quel dopo-presente che pare infinito. È il limbo della disperazione. Ad Alatri il prima era sempre stato qualcosa di mitico. Le storie dei padri ciclopi che ci avevano cullati da ragazzini, l’Acropoli e i suoi segreti astronomici, gli studi di Luigi Pietrobono. Oggi il dopo è un via vai senza fine fatto di tivù e fiumi d’inchiostro. «Cogne, Garlasco, Avetrana e Alatri, posti che sarebbe stato meglio rimanessero sconosciuti», ho letto su Twitter qualche ora fa. Davvero siamo come Avetrana? Sì, Alatri è come Avetrana. E bisogna ripeterlo più volte per crederci davvero. L’orrore ci è entrato in casa e non sappiamo ancora perché.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità Argomenti: , , Data: 29-03-2017 06:22 PM


Lascia un Commento

*