Identikit del branco

di Caterina Belloni
Emanuele Morganti è stato ucciso da un gruppo di giovani mentre cercava di difendere la sua ragazza. Un'ex vittima di bullismo ci ha spiegato la sua idea sul grave fenomeno.

bullismoEmanuele Morganti è stato ucciso a colpi di spranga davanti a una discoteca. La ‘colpa’? Aver difeso la sua ragazza da un giovane arrogante e da un gruppo di amici che lo hanno spalleggiato e, nel buio della notte, sono diventati quello che si definisce un branco. Non più esseri umani ma bestie, capaci di rovesciare colpi su un giovane fermo a terra sanguinante, mentre intorno nessuno tentava di fermarli. Nella tragedia di Alatri gli elementi chiave sono quattro: il gruppo violento, la vittima, l’indifferenza. E poi il bullo, in questo caso il ragazzo che ci ha provato con la fidanzata della vittima. «Io ormai ho una teoria per spiegare la relazione tra questi elementi. Il branco non esiste se non c’è un ‘leader’ che lo forma intorno a sé. Si dice che sia il numero a dare forza ai giovani e a renderli aggressivi, ma in realtà da solo non basta. Serve un fattore scatenante, che in genere è il ragazzo più in gamba, quello ‘skillato’, che tutti vogliono compiacere, costi quello che costi». Vincenzo Vetere non ha dubbi in proposito. A 22 anni si è fatto un’idea precisa di come lavora il bullismo e anche di come ferisce, visto che da quando aveva sei anni è stato bloccato nel ruolo di vittima.

IL PRIMO ASSALTO ALLE ELEMENTARI
«Tutto è cominciato per via del fatto che mio fratello era bullizzato» racconta. «Ha quattro anni più di me e a scuola tutti lo prendevano in giro. Così, quando sono arrivato anche io alle elementari, sono diventato uno zimbello quanto lui. Nei piccoli paesi funziona così. Per qualche ragione strana siamo diventati i ragazzini sfigati, quelli da prendere di mira, da umiliare». Così a sei anni il piccolo Vincenzo è stato costretto a inginocchiarsi davanti al branco e a mangiare pietre. «Eravamo all’aperto, in un punto di incontro vicino all’oratorio» racconta . «Un gruppo di compagne di classe di mio fratello ha iniziato a tenerlo fermo per braccia e gambe e a strattonarlo. Io mi sono avvicinato per dargli una mano e mi hanno detto che avrebbero smesso se avessi obbedito al loro ordine. Così l’ho fatto: mi sono messo in ginocchio e ho mangiato i sassi che mi davano. Solo che poi è andata sempre peggio». La notizia si è diffusa a scuola e Vincenzo è stato scaraventato nel mirino. «Mi prendevano in giro perchè avevo i denti rotti per via di quella ‘merenda’ forzata, perché ero magrolino e sembravo uno scheletro, perché avevo una voce dal tono alto». Vincenzo per reazione è diventato balbuziente, il che ha solo peggiorato le cose. Tra le elementari e le medie il suo calvario è stato un crescendo. «Finché alle medie un compagno bullo non mi ha spinto contro un calorifero procurandomi un trauma cranico per cui ho temporaneamente perso la memoria» racconta. «Non ricordavo bene chi fosse stato a spingermi, quindi, una volta uscito dall’ospedale, ho chiesto ai compagni di aiutarmi a ricostruire ma nessuno ha parlato. Il branco si è creato con questo sentimento di omertà». Vincenzo non ha avuto la forza di denunciare. «I miei genitori erano già preoccupati per via di ciò che subiva mio fratello e io non volevo dargli altri problemi» racconta. «Allora ho pensato di parlare con i professori, che mi hanno sconsigliato di fare nomi e rivolgermi alla giustizia, perché ci sarebbero stati dei rischi nel caso fosse emerso che accusavo la persona sbagliata». Pressioni eccessive per un ragazzino fragile e già tanto provato.

L’AVVENTO DEL CYBERBULLISMO
Vincenzo Vetere ha lasciato perdere e continuato a vivere. E a subire. Si è iscritto a una scuola superiore lontana da casa, sperando di sfuggire a questa deriva, ma i bulli hanno tanti amici e quindi qualcuno lo ha rintracciato. Così è rientraro nel mirino, che questa volta era anche passato su un altro livello: quello di Internet. «Parliamo di cinque anni fa, quindi forse sono stato una delle prime vittime di cyberbullismo in Italia» dice abbozzando una specie di sorriso. «Mi perseguitavano con i commenti su Facebook, mi minacciavano sul sito Ask.fm». Arrivato alla quarta superiore, Vincenzo Vetere ha quasi perso tutti i capelli per la paura. «La chiamano alopecia da stress» riflette. «Guardandomi allo specchio ho capito che non potevo andare avanti così e ho deciso di vuotare il sacco. Ho chiesto a un amico d’infanzia di uscire per fare due chiacchiere e gli ho raccontato tutto». Non che l’amico abbia dato consigli o suggerito idee. Si è limitato ad ascoltare e condividere, ma dopo tanti anni di soprusi a Vincenzo è sembrato già molto. E gli ha permesso di capire che non stava vivendo in un modo normale, che occorreva reagire. «Ho chiesto aiuto ad esperti, letto, studiato, scoperto e dopo anni di fatica ho capito che esistono delle alternative» dice. Al punto che ha creato un’associazione che si chiama Acbs contro il bullismo scolastico e promuove incontri di formazione e corsi con scuole e insegnanti. «È stato parlando con decine di ragazzi e professori che ho elaborato la mia teoria a proposito del branco» conclude «Si coagula intorno a un bullo ed esistono in modo dipendente uno dall’altro. A generare questo meccanismo credo sia l’isolamento in cui vivono i giovani dì oggi, sempre attaccati al telefonino, privi di rapporti umani e sociali autentici. Hanno così tanta paura della solitudine in cui sono immersi che farebbero qualunque cosa per sentirsi parte di un gruppo». Anche aggredire un giovane perché si è permesso di difendere la ragazza di cui è innamorato da un prepotente. Perché se il prepotente è il loro leader occorre stare dalla sua parte. Tirando calci, botte e sprangate. Senza chiedersi se è giusto o se possono uccidere.

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Publicato in: Attualità Argomenti: Data: 28-03-2017 09:00 AM


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