Anche l'Onu sta dalla loro parte

di Gabriele Lippi
Mentre i tribunali riconoscono la stepchild adoption, anche il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite richiama l'Italia su questo tema. La storia della famiglia formata da Gabriella, Michela e dal piccolo Lukas.

adozioni coppie omosessuali

Il Comitato per i diritti umani dell’Onu ha richiamato l’Italia, invitando il nostro Paese a «permettere alle coppie dello stesso sesso di adottare bambini, compresi i figli biologici del partner». Un tema, questo, che riguarda da vicino Gabriella, mamma biologica di Lukas, e la sua compagna Michela, pronte ad avviare l’iter legale affinché anche a quest’ultima vengano riconosciuti i diritti di genitore. Riproponiamo allora la storia di questa famiglia.

UNA LEGGE DEPOTENZIATA
Un anno fa la legge Cirinnà veniva approvata definitivamente dal parlamento. Ma lo faceva depotenziata, decurtata di una parte fondamentale. Finalmente anche le coppie omosessuali italiane potevano unirsi civilmente, ma per le tante famiglie omogenitoriali del nostro Paese non veniva riconosciuta la parità di diritti e doveri nei confronti del figlio. La politica e il legislatore si sono fermati davanti allo scoglio del compromesso e dei pregiudizi di una buona fetta del parlamento, i tribunali, però, sono andati avanti. Così, lunedì 13 marzo, a Roma, una mamma non biologica ha ottenuto tutte le prerogative del genitore nei confronti della figlia biologica avuta dalla compagna, e tante altre coppie stanno seguendo lo stesso percorso.

GABRIELLA, MICHELA, LUKAS
Gabriella e Michela vivono a Perugia, stanno insieme da 15 anni, l’8 ottobre 2016 si sono unite civilmente in Italia e cinque anni fa sono partite per la Danimarca, dove hanno avuto Lukas con la fecondazione eterologa. «Abbiamo aspettato con pazienza una legge italiana per vederci riconosciute come coppia», racconta Gabriella, mamma biologica di Lukas, a LetteraDonna, «c’eravamo dette che se la Cirinnà non fosse stata approvata, saremmo andate all’estero. Quando è arrivata la legge, però, abbiamo provato amarezza per lo stralcio della parte relativa alla stepchild adoption». Però non si sono arrese: andranno davanti al tribunale non appena Lukas avrà un’età tale da poter esprimere i propri sentimenti nei confronti di Michela.

I LIMITI DELLA STEPCHILD ADOPTION
«L’adozione del figlio del coniuge, spiega ancora Gabriella, è tutto ciò che possono ottenere con l’iter legale che stanno per avviare, ma non la soluzione migliore: «Vorremmo che la genitorialità fosse riconosciuta subito, all’atto della nascita, come avviene per le coppie eterosessuali che ricorrono alla fecondazione eterologa, che ora è possibile anche in Italia per chi ha problemi particolari di infertilità». Questo perché, con la stepchild adoption, Michela vedrebbe riconosciuti i suoi diritti e suoi doveri nei confronti del bambino, ma sua mamma non ne diventerebbe la nonna, sua sorella non ne diventerebbe la zia, e così via. Con tutto ciò che ne consegue a livello giuridico.

UN ITER LUNGO E IMPEGNATIVO
Quella che provano sulla loro pelle è una discriminazione, perché lo Stato italiano dice in tanti modi che due persone dello stesso sesso non possono fare i genitori, ma nella vita di tutti i giorni si riscontra una realtà diversa: «Le maestre di Lukas, i genitori degli altri bambini dell’asilo, tutti sono dalla nostra parte. Per l’iter legale che stiamo per intraprendere abbiamo dovuto chiedere delle dichiarazioni a chi ci conosce e la nostra pediatra ce ne ha lasciata una bellissima in cui dice di ritenere assurda la necessità stessa di questa sua dichiarazione, perché non le è mai venuto in mente di non considerare Michela come mamma di Lukas». E invece, per la legge italiana, è esattamente così: «Michela non può assistere Lukas in ospedale se sta male, non può andare a prenderlo a scuola o accompagnarlo all’estero senza una mia delega». E poco importa se il bambino la vede e la chiama mamma: «Lei è Mamma Mi, io sono Mamma Ga». Una situazione di vita quotidiana che per essere riconosciuta ufficialmente ha bisogno di affrontare un iter lungo e impegnativo: «La Cassazione si è espressa più volte, affermando che il genere non è determinante nello stabilire i legami genitoriali, ma resta un percorso faticoso: verranno a casa nostra a vedere che tipo di famiglia siamo, dovremo sperare che il giudice che analizzerà il nostro caso non abbia dei pregiudizi negativi, e tutto questo un po’ di pensiero ce lo crea, ma non ci sono alternative».

Immagine«NON CREDO NELLE BARRIERE DI GENERE»
È stata lei, Gabriella, la prima a capire che voleva Lukas e poteva averlo. Michela non ci aveva mai pensato, «forse per una forma di omofobia interiorizzata». Gabriella sì. All’inizio lo riteneva impossibile, poi si è posta, «per un po’», il dubbio che fosse opportuno o meno far crescere un bambino senza papà, quindi ha conosciuto altre famiglie arcobaleno e ha visto coi suoi occhi che funzionavano: «Non credo nelle barriere di genere, ci sono bravi papà e cattivi papà, brave mamme e cattive mamme, coppie di papà o mamme belle o meno belle, come coppie di genitori eterosessuali più o meno buone».

PER LE COPPIE DI UOMINI È ANCORA PIÙ COMPLICATO
Nei giorni passati, un’importante ordinanza del tribunale di Trento ha imposto al comune la trascrizione di un certificato di nascita canadese che riconosceva come papà entrambi i membri di una coppia che avevano avuto un figlio con la maternità surrogata. A Firenze altre due sentenze hanno stabilito la genitorialità per due coppie di uomini che vivono negli Stati Uniti. Ma sul fronte dell’omogenitorialità maschile, le resistenze sono più forti che per quella femminile. «Per loro è più complicato anche solo avere un figlio, perché devono andare più lontano, negli Usa o in Canada, dove c’è la possibilità di una gestazione per altri etica, con donne che non sono indigenti e sappiano a cosa vanno incontro, che non lo facciano per soldi, perché a loro 20 mila euro certamente non bastano a ripagare una gravidanza, ma con altre motivazioni. Perché le coppie omosessuali che sfruttano le povere donne indiane, come dice Giovanardi, non esistono: per il semplice fatto che in India possono andare solo le coppie eterosessuali».

«FACCIAMO ALMENO UN COMING OUT AL GIORNO»
Continua quindi a esserci una resistenza legata allo spinoso tema di quello che dai detrattori viene definito ‘utero in affitto’ e un’altra che corre parallela ed è legata all’incapacità di pensare a un figlio che cresca senza una madre. «Per questo le coppie omosessuali maschili hanno bisogno di un supporto ancora maggiore», quel tipo di supporto che danno le Famiglie Arcobaleno, «non siamo molte, in Italia, ma facciamo sentire la nostra voce. Io e Michela facciamo almeno un coming out al giorno, ogni volta che siamo al parco, sedute su una panchina, e qualcuno vicino a noi si chiede perché Lukas chiami tutte e due mamma. Così diffondiamo una nuova cultura e creiamo il dibattito».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 29-03-2017 02:00 PM


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