Quando il cibo è sofferenza

di Caterina Belloni
Il 15 marzo è la giornata contro i Disturbi Alimentari: abbiamo chiesto a uno psicologo di spiegare ai genitori di ragazzi con problemi di anoressia o bulimia come accorgersene e come aiutarli.

Plate with spaghetti, measuring tape on tableMolto spesso il cibo è il problema. Non perché manca o fa male: perché crea sofferenza. Secondo le ultime statistiche, in Italia sono tre milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare come anoressia, bulimia o binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata). Problemi che riguardano maschi e femmine e nascono dall’insoddisfazione rispetto al proprio aspetto, ingigantita nel mondo di Internet e dei social media. Per discutere di questa emergenza e fornire sostegno è nata la Giornata del fiocchetto Lilla contro i disturbi alimentari, che si celebra il 15 marzo e coinvolge in tutta Italia associazioni, istituzioni e scuole con iniziative e incontri. Spesso infatti riconoscere il problema non è semplice, come del resto trovare delle soluzioni. I genitori si trovano disarmati di fronte a situazioni di questo tipo. Per aiutarli abbiamo chiesto aiuto a uno specialista, che ci ha fornito indicazioni sui sintomi di queste patologie e sulle cure, partendo dal punto di vista dei genitori.

SE CAMBIANO LE ABITUDINI
«Per capire se un figlio soffre di disturbi alimentari i genitori devono cominciare a prestare attenzione a diversi segni», spiega Luca Pozzi, psicologo italiano che lavora a Londra per il servizio sanitario nazionale inglese, seguendo i casi di adolescenti e giovani in difficoltà. «Spesso l’atteggiamento rispetto al cibo cambia così tanto che è impossibile non rendersene conto. Capita che i mangioni riducano i quantitativi del cibo oppure che i ragazzi comincino ad evitare come veleno condimenti e carobidrati, che invece prima erano tra i loro alimenti favoriti». Se quando sono a tavola, poi, i figli giocano con il cibo nel piatto ma alla fine lo lasciano lì si può pensare che stiano vivendo dei problemi e la stessa sensazione deve nascere nel momento in cui si dimostrino infastiditi se si discute di alimenti, ricette e gusto. «Quando un ragazzo o una ragazza soffrono di disturbi dell’alimentazione anche solo pensare al cibo li mette in difficoltà».

I SEGNALI NON ARRIVANO SOLO A TAVOLA
Certo, non deve essere solo il fattore alimentare a scatenare preoccupazioni. Anoressia e bulimia infatti nascono a causa di una scarsa accettazione del corpo, che fa stare male i giovani tanto da spingerli a comportamenti ossessivi, che sono un altro campanello d’allarme per i genitori. «C’è da preoccuparsi se ad esempio un ragazzo non perde l’occasione per osservarsi, fermandosi a guardare la propria immagine quando passa davanti a uno specchio in casa o a una vetrina o controllandola nel cellulare», dice Pozzi. Questo senso disagio per l’aspetto fisico, che gli esperti chiamano dismorfofobia, può portare a nascondersi sotto abiti oversize, sciarpe o pantaloni senza forma. L’altro segnale che deve preoccupare consiste nella reazione ai commenti sul loro aspetto, che arrivano da parenti o amici dei genitori. «Se qualcuno fa un complimento e vostro figlio se la prende, scuote la testa, si innervosisce e insiste a precisare che si tratta di bugie dette solo per via dell’amicizia, probabilmente occorre indagare un po’ meglio su cosa passa per la sua mente».

QUANDO PREOCCUPARSI
Esistono poi dei segnali di allarme che arrivano da modifiche più generali del comportamento. Se ad esempio i ragazzi stanno meno a casa e più fuori, se parlano malvolentieri, se cercano di restare a tavola con a famiglia il meno possibile in modo da evitare la visione del cibo ma anche il contatto con i genitori e il dialogo, allora mamma e papà devono mettersi a riflettere. «L’importante è che i genitori siano disposti ad ascoltare e vedere», sottolinea lo psicologo. «In molti casi i miei giovani pazienti mi hanno detto che vomitavano tutti i giorni, dopo ogni pasto, senza quasi nascondere questa cosa, eppure papà e mamma non hanno mai fatto una piega. A mio parere spesso questi giovani vogliono che ci si accorga del loro disagio e che li si aiuti, ma non sono abbastanza maturi o forti da chiedere direttamemte un intervento. Quindi cercano di far capire che stanno male, però i genitori, che sono impegnati a fare altro non se ne rendono assolutamente conto».

TROVATO IL PROBLEMA SERVE UNA SOLUZIONE
Una volta che una famiglia si accorge che qualcosa non funziona, occorre intervenire con tempestività ma anche con delicatezza. «Per prima cosa si deve osservare in modo più ravvicinato e approfondito quello che il figlio in difficoltà fa e chiede». In una fase successiva, «messa a fuoco la situazione, si può cercare di parlargli, evitando di farlo però a tavola, o in un cucina, o immediatamente a ridosso dei pasti, come per reazione al suo comportamento. Conviene che ad affrontare la cosa siano i genitori insieme, in modo da dimostrare che sono uniti a fianco del giovane. «Qualora emergesse che il problema è legato all’aspetto e il ragazzo vuole dimagrire gli si può proporre di parlare con un nutrizionista, in modo da mettere a fuoco una eventuale dieta, con l’accortezza che il medico sappia anche fornire indicazioni sui rischi di una alimentazione squilibrata».

CHIEDERE AIUTO A PROFESSIONISTI
Il passo ulteriore è quello di chiedere aiuto a degli esperti, dal medico di base allo psicologo fino ai centri specializzati che presso Asl o centri privati seguono da vicino questo genere di problemi. «I ragazzi spesso capiscono che stanno perdendo il controllo della loro vita, che sono travolti dalla situazione ma non sono in grado da soli di evitare il peggio, quindi saranno disposti a compiere con i genitori un percorso di recupero e di riequilibrio». conclude lo psicologo.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , Data: 15-03-2017 02:45 PM


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