Così partorisce una migrante

di Federica Villa
Manuela pensava di lasciare l’Italia perché non trovava lavoro. Poi è diventata volontaria dell’equipe medica per il primissimo soccorso in mare. E ora aiuta le donne a far nascere i loro figli.

foto1Un anno fa, di questi tempi, Manuela Santangelo guardava i telegiornali. Sullo schermo della sua televisione scorrevano le immagini degli sbarchi dei migranti sulle coste siciliane. Lei, che in Sicilia c’era nata 25 anni fa, mai avrebbe immaginato che pochi mesi dopo sarebbe stata a bordo di una di quelle navi della Marina italiana impegnate nelle operazioni di recupero e salvataggio in mare. Manuela, laureata in ostetricia, non riusciva a trovare lavoro e stava meditando di andare all’estero. Poi la svolta: un amico, in un giorno come tanti, le suggerì di provare a fare domanda per prendere parte alle missioni umanitarie che si sono attivate per far fronte all’emergenza dei migranti. E così, poco più di un mese dopo, l’ostetrica diventava una volontaria della fondazione Francesca Rava che, da ottobre 2013, con cento team di volontari, è costantemente impegnata sulle navi di Mare Nostrum e Mare Sicuro.

foto6AIUTO VOLONTARIO
Questa «macchina dell’aiuto», in quasi quattro anni, ha messo a disposizione circa 160 infermieri e medici d’urgenza, ginecologi e ostetriche, pediatri e immunologi dagli ospedali di tutta Italia, che hanno assistito oltre 100 mila persone, in particolare donne incinte e bambini. Quella di Manuela è stata un’esperienza – di sei mesi e sei missioni – in cui vita e morte si sono alternate in continuazione. E in cui, nella sua prima missione, ci sono stati tre parti sulle navi. Con pochi mezzi a disposizione, nel caldo dell’estate italiana, in mezzo al mare, l’ostetrica ha assistito «donne disperate ma anche felici davanti al miracolo della vita». In un contrasto che non si può dimenticare e che fa nascere legami che proseguono una volta scesi dalle navi, proprio su quelle coste dove si ricomincia da capo. E dove Manuela, come ci ha raccontato in quest’intervista, è rimasta in contatto con i bimbi che ha fatto nascere (Joy Aurora, François Manuel e Manuela) e con le loro mamme:«Perché quando condividi un momento così importante, si crea un legame che non si spezza più».

DOMANDA:Una prima missione impegnativa: tre parti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Com’è stato?
RISPOSTA: Tutto molto intenso. Sono partita il 23 giugno, e il 27 c’è stata la prima nascita. Il secondo, è stato il 5 luglio, poi dopo un’altra settimana ancora, il terzo. Come si dice? Non c’è due senza tre! Nel primo caso, avevamo salvato 771 migranti, nel secondo 980 e nel terzo quasi 700. Quindi le imbarcazioni erano piene e le condizioni igienico sanitarie critiche. Quando sei in azione, capisci che la vera guerra è lì sopra: ci sono povertà, disperazione, morte. Quando ti ritrovi lì, comunque, capisci che non puoi fare solo l’ostetrica ma ti devi occupare di tutto.
D: Cosa intende?
R: Se hai nozioni di medicina devi applicarle. Ad esempio la mia prima esperienza è stata quella di praticare un massaggio cardiaco di 40 minuti a un ragazzo che alla fine non ce l’ha fatta. Per questo, bisogna sempre ricordarsi che la nascita, soprattutto in un contesto come quello del soccorso ai migranti, è un miracolo ancora più profondo.
D: Com’è stato il primo parto a cui ha assistito?
R: La prima donna a cui ho prestato soccorso era alla terza gravidanza ed era accompagnata dal marito. Veniva dall’Africa e lì ha lasciato una figlia di 5 anni. Un giorno spera di poterla far arrivare in Italia. Era contenta di essere viva, di avere un supporto e, sì, di essere diventata di nuovo madre. Ma il parto è stato comunque difficile perché non avevamo a disposizione una sala operatoria e tutta l’attrezzatura che ci sarebbe servita. Avevo il minimo indispensabile: un cardiotopografo e un ecografo. E ho scelto di far partorire la donna nell’infermeria e non sul ponte volo, come vogliono le procedure.
D: Perché? Cosa avrebbe previsto il protocollo?
R: Sul ponte di volo, la situazione era critica: avevamo circa 800 migranti stipati, e le condizioni igieniche erano pessime. Inoltre, non si poteva concedere nemmeno un po’ di dignità e riservatezza alla partoriente. Il comandante si è preso la responsabilità e così il parto è avvenuto in infermeria. Oggi quel bambino si chiama François Manuel. François in onore del comandante Francesco e Manuel… beh, in mio onore, anche se era un nome che avevamo deciso per scherzo all’inizio.
D: In che stato d’animo erano le partorienti di cui lei si è occupata?
R: Il loro stato d’animo è sempre un misto. Sulla nave sei continuamente al confine fra vita e morte e l’apice di questa situazione la vedi nel momento del parto. Le donne ovviamente percepiscono tutto ciò. Ma arrivano da condizioni difficili e quindi sono felici di essere vive e di dare la vita. Intorno a loro, però, ci sono l’emergenza, il dolore e la sofferenza.
D: Il rapporto con le donne che ha aiutato è proseguito dopo lo sbarco?
R: Sì, certo. Ed è una cosa bellissima. Si instaura un rapporto di fiducia. Io ho sempre lavorato come se fossi in un ospedale, cercando di preservare la sacralità del parto. E questo viene percepito. La lingua, che può sembrare uno scoglio insormontabile, non è mai stato un problema e non lo è tutt’ora. Forse anche perché io parlo francese e inglese e con queste lingue riesco a comunicare. Nel momento dei parti ho vissuto la bellezza delle donne che si affidavano a me e da lì nasce un rapporto molto forte, perché collaborare è fondamentale in un momento del genere. La prima donna che ho fatto partorire, la sento ancora oggi. Mi manda le foto del bambino che cresce. Ed è bellissimo vedere che sta bene, ma che soprattutto potrà avere un futuro e riuscirà a integrarsi.
D: Un volontario medico che si occupa di primissimo soccorso in mare, come lei, cosa fa durante ogni missione?
R: Tutto. Nel vero senso del termine. All’inizio la cosa più importante è comunque aiutare a superare le emergenze. Poi tutto dipende anche dalle forze che ha la tua squadra. Se sei in tre, per esempio, è molto complicato gestire circa mille migranti. Se sei in sette o otto allora sei già più fortunato, ma stiamo comunque parlando di numeri piccoli rispetto ai casi che ci si ritrova a dover affrontare.
D: Come funziona in mare?
R: Quando si inizia il recupero, si fa uno screening sanitario e si dividono i casi meno gravi da quelli più seri. Mentre, se ci sono delle emergenze, si chiede l’intervento dell’elicottero. E poi si procede con il dare i primi soccorsi e le prime cure. Ovviamente il lavoro da fare è tantissimo e ultimamente, con un arrivo sempre maggiore di donne e bambine, una figura come la mia nell’equipe sanitaria è richiesta.
D: Prima di trovare questa strada, lei voleva abbandonare l’Italia. Perché?
R: Perché ero disoccupata. Ho una laurea in ostetricia, ma non trovavo lavoro. Le cose qui non sono facili. Purtroppo c’è un alto livello di disoccupazione. Mi dicevano che con una professione sanitaria mi sarei sistemata per sempre. Ma non succede esattamente così. Io ero in crisi, poi mi si è aperto un mondo. E ora voglio provare a vivere di questo, aiutando gli altri, rimanendo nel settore dell’aiuto umanitario. Prima di fare quest’esperienza sulle navi, sognavo l’Africa. In un certo senso, è come se l’avessi raggiunta.
D: Tornerà sulle navi, quindi?
R: Sì, l’idea è quella. Come ormai ho imparato, dipende anche dal mare. Dai flussi, dal tempo. Sicuramente conto di tornare in attività per questa primavera o questa estate. L’importante è fare qualcosa. Io nel mio piccolo credo di averlo fatto. Parliamo tanto di accoglienza, ma poi alla fine non c’è. Ma se ognuno fa la sua parte, si può andare lontano.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 13-03-2017 06:50 PM


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