La lotta femminista è più viva che mai

di Alessia Albertin
«Le nostre vite non valgono? Noi scioperiamo». Il mondo si prepara a una protesta di genere globale per 24 ore. Ne parliamo con Titti Carrano, presidente di D.i.Re Contro la Violenza.

nonunadimenoChe l’8 marzo si prepara da tempo a essere una giornata di lotta lo preannuncia anche l’hashtag scelto: #LottoMarzo. La Giornata internazionale della donna torna a essere un momento di agitazione, in Italia e in altri 40 Paesi del mondo, con uno sciopero femminista globale di 24 ore. Promotrice dell’iniziativa è la Rete Non Una Di Meno, un movimento internazionale, o meglio «un suono, una mobilitazione, un grido collettivo» contro la violenza sulle donne. «Sciopereremo»,  si legge nel comunicato ufficiale, «interrompendo ogni attività produttiva (lavoro propriamente detto) e riproduttiva (lavoro di cura, domestico, cura di bambini, anziani, parenti, ecc.), declinando lo sciopero in ogni ambito e nell’arco dell’intera giornata, astenendoci dal lavoro, dalla cura, dal consumo, dall’uso dell’energia elettrica per gli elettrodomestici».
Sotto la Rete Non Una Di Meno, e al grido di «Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo», si sono riunite diverse realtà femminili e femministe: la Rete Romana Io Decido, l’Unione Donne in Italia (UDI) e Donne In Rete contro la violenza (D.i.Re). Con tavoli di lavoro svolti in diverse città sono stati elaborati otto punti per l’otto marzo che esprimono il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia. Alla protesta hanno aderito diverse realtà del sindacalismo di base, consentendo a tutte le lavoratrici del pubblico impiego e del privato che lo desiderano di scioperare perché esiste la copertura sindacale generale. Abbiamo chiesto a Titti Carrano, avvocato e presidente di D.i.Re Contro la Violenza, di spiegarci le ragioni dello sciopero e per quali motivi la lotta femminista è necessaria ancora oggi, nel 2017.

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Titti Carrano.

DOMANDA: Come nasce l’idea di un’iniziativa femminista globale l’8 marzo?
RISPOSTA: Dopo la grande manifestazione del 26 novembre, che ha visto oltre 200 mila persone in piazza, ci sono stati dei tavoli di lavoro, cominciati a Roma il 27 novembre e proseguiti il 5 e 6 febbraio a Bologna. Abbiamo lavorato per tavoli tematici perché l’obiettivo è quello di costruire un piano contro la violenza, partendo dal basso.
D: Perché proprio la forma dello sciopero?
R:
Il nostro slogan è «se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo» per cui interromperemo ogni attività. Vogliamo che l’8 marzo ritorni a essere un momento di mobilitazione femminista.
D: Qual è l’obiettivo dell’agitazione?
R: Mostrare con forza che la violenza maschile contro le donne è una questione strutturale della società e che attraversa ogni luogo, dalle case ai posti di lavoro, alle università e quindi va contrastata ovunque. Vogliamo una risposta alla violenza.
D: In che modo si svolgerà la manifestazione?
R: Con tante modalità differenti. I colori che abbiamo scelto, il nero e il fucsia, e il simbolo, la matrioska di Non Una Di Meno, saranno esposti nei luoghi in cui le donne sciopereranno. Alcune scenderanno in piazza con cortei, altre hanno scelto la forma del flash mob, altri del presidio, ci saranno assemblee anche nelle scuole, negli ospedali e nelle università. I centri antiviolenza della Rete Dire aderiscono e alcuni chiuderanno, garantendo naturalmente le emergenze, altri centri rimarranno aperti alla cittadinanza.
D: A chi è rivolto?
R: A tutte e tutti coloro che sentono di dover agire e prendere una posizione nei confronti della violenza degli uomini contro le donne.
D: Cosa chiedete alle istituzioni?
R: Non è possibile trasformare i centri antiviolenza in servizi assistenziali come sta accadendo e come le istituzioni vogliono trasformarci. I centri sono e devono restare spazi laici, autonomi, di lotta delle donne, luoghi femministi che attivano processi di trasformazione culturale per modificare le dinamiche da cui nasce la violenza maschile. Vogliamo che i centri vengano coinvolti attivamente. Chiediamo anche la concreta applicazione della Convenzione di Istanbul, il rapido accesso alla giustizia, come misure di protezione immediate, la libertà anche di avere un reddito di autodeterminazione per uscire dalle relazioni violente.
D: Nel vostro programma c’è anche una critica ai mezzi di informazione. Perché?
R: Combattiamo e scioperiamo contro questo immaginario mediatico che è ancora spesso misogino, sessista e discriminatorio. Contro una rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime passive. Contro i corpi  femminili che vengono rappresentati come oggetti. È molto importante il vostro ruolo nella comunicazione affinché vengano abbandonati i ruoli stereotipati in cui veniamo relegate.
D: Dal suo punto di vista, cosa si può fare per contrastare questa situazione?
R: Alcune politiche che sono state attuate non hanno prodotto risultati. Quindi è importante che ci sia una priorità nell’agenda politica italiana, sia a livello nazionale che locale, e che ci sia una sensibilizzazione di tutti gli amministratori. Va data la possibilità di fare informazione nelle scuole fin dalla primissima infanzia. Servono azioni di sensibilizzazione e formazione anche a tutti coloro che si occupano nel loro lavoro di violenza maschile: servizio sociale, operatori della giustizia, forze dell’ordine, ecc. Sono tante le cose e se non si comincia, mai si potrà vedere un cambiamento.
D: E per quanto riguarda i centri antiviolenza?
R: A loro serve più sostegno, perché non è possibile che i fondi pubblici vengano spesi male o dispersi o assegnati per esempio a delle realtà che nulla hanno a che fare con i veri centri. Inoltre è necessario il loro riconoscimento come luoghi unici per poter contrastare la violenza e poter accogliere le donne, seguirle e accompagnarle in un percorso di libertà.
D: In questo modo pensate sarà possibile raggiungere la parità?
R: Non ne facciamo una questione di parità, noi andiamo ben oltre: puntiamo a un cambiamento culturale e totale. In Italia non ci sono leggi discriminatorie nei nostri confronti: è nei fatti che avviene la discriminazione. Quindi è la mentalità che va cambiata. Il problema è modificare la cultura di quello che è il ruolo della donna in tutte le sue manifestazioni: casa, lavoro, eccetera. La nostra è una parità in astratto, perché poi nella pratica non avviene, ma al contrario ci sono troppe discriminazioni.
D: A tal proposito avrà sentito le dichiarazioni sessiste e offensive del deputato polacco Janusz Korwin-Mikke all’Europarlamento.
R: Appunto. Questo è un esempio importante su quello che ancora esiste: una cultura assolutamente misogina, razzista, discriminatoria, stereotipata delle donne. Affermazioni così gravi e per di più fatte anche da chi ha cariche istituzionali sono davvero inaccettabili.
D: Serve ancora la lotta femminista oggi?
R: Assolutamente sì. Grazie al movimento delle donne sono nati i centri antiviolenza. Se oggi se ne parla è grazie a tutto ciò che ha prodotto il femminismo. È una teoria che si fa pratica. Abbiamo avuto grandi lotte nel passato, grandi trasformazioni radicali nella società e sono partite proprio da noi. E oggi ci ritroviamo in una fase assolutamente importante. Siamo sempre noi il «soggetto imprevisto della storia», per citare una nota femminista.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 08-03-2017 10:40 AM


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