Se il gender distrae anche il Papa

di Cristina Obber
Il clero è terrorizzato da uno spauracchio che non esiste. Ma è omertoso sulla pedofilia, e trasforma il reato in un peccato da assolvere in nome della misericordia. E non pensa alle vittime future.

pedofiliaFebbraio 2017: quattro anni di carcere a Paolo Malini, educatore e componente del consiglio pastorale dell’oratorio salesiano di Arese (Milano) per stupro su un 15enne; un anno e cinque mesi per adescamento di minore e possesso di materiale pornografico a don Nicolò Migliorini, – con il quale il 15enne si confidò durante il centro estivo dei salesiani e che, anziché intervenire contro lo stupratore, convinse il ragazzino a minimizzare e lo coinvolse in uno scambio di foto intime condivise anche con altri adulti. L’Ordine dei Salesiani risarcirà il ragazzino con 230.000 euro. Fine della storia. Non dal punto di vista giudiziario (è sentenza di primo grado, con rito abbreviato), ma per gli aresini. Perché ad Arese di questo non si parla.

IL SILENZIO SUGLI INNOCENTI
Il fatto che due trentenni che indossavano vesti e ruoli rassicuranti abbiano abusato di un ragazzino che frequentava l’oratorio non fa notizia, non riempie le chiacchiere dei bar o le tavolate tra parenti. Questo mi scrive una cittadina di Arese sconfortata dal silenzio che sulla vicenda pervade case e scuole. Come se non fosse urgente interrogarsi sulle persone a cui si affidano bambini e adolescenti, sulle responsabilità, sui segnali non colti, sulle sofferenze taciute, sulla vergogna e l’insicurezza, sulla fiducia tradita nel più orribile dei modi. Su come prevenire. Magari parlandone: nel silenzio la violenza continua ad alimentarsi. E a fare male.

L’INCOERENZA DEGLI ADULTI
Mi sovviene una analogia con un caso molto più lieve, divertente nel suo paradosso se non fosse che ha origine dalla tragedia della Costa Concordia. Don Massimo Donghi, parroco di Besana in Brianza e insegnante di religione nella scuola pubblica del paese, disse ai parrocchiani che si sarebbe assentato per una settimana di ritiro spirituale quando invece si era concesso una crociera.
Una bugia, avrebbe detto in seguito, per non dare adito alle malelingue. Mentre un bambino viene redarguito per ogni bugia, don Massimo venne difeso non solo da molti parrocchiani, ma addirittura la scuola pubblica in cui insegnava – e da cui non ci si può assentare per vacanza durante il regolare svolgimento delle lezioni – mandò un comunicato a tutte le famiglie degli alunni in cui lo difendeva, rammaricandosi per l’atteggiamento dei media che non ne tessevano alcuna lode. Una grande prova di coerenza dal mondo degli adulti, pedagogicamente parlando. Due pesi e due misure, perché evidentemente la tonaca pesa con tutta la sua stoffa.

UN SILENZIO ASSORDANTE
Paolo Bovi, animatore e catechista (al tempo tastierista e fonico dei Modà) fu condannato a 5 anni e 6 mesi per violenza sessuale su quattro adolescenti durante una gita parrocchiale; sta scontando la pena in affido alla comunità Exodus di don Mazzi. «Dà amarezza il fatto che diverse persone sapevano ciò che avveniva in quell’oratorio ma non hanno mai parlato» disse l’avvocata delle vittime. Anche qui il silenzio. Un silenzio assordante che pare sentirlo rimbombare nelle tempie di quei ragazzini, 13 anni il più piccolo, 15 il più grande.

METTI UNA SERA AL CINEMA
Nel film Il dubbio una Meryl Streep preside e suora di una scuola cattolica allontana un prete apparentemente meraviglioso (Philip Seymour Hoffman) adorato da tutti, anche dal ragazzo verso cui Padre Flynn eccedeva nelle attenzioni. C’è una scena molto bella in cui la suora accenna alla madre del ragazzo i suoi sospetti e capisce che la madre sa, sa tutto, ma vuole tacere perché quello che conta è che il suo bambino riesca ad essere promosso, unico nero in una scuola di bianchi, e possa avere accesso al college e a un futuro decente. Come se la violenza in corso non fosse così devastante da aver già compromesso il futuro del figlio per sempre, al di là dei bei voti e delle eccellenze. Come se la priorità non fosse salvarlo. Il film si chiude senza scandali, il sacerdote si dimette dal suo incarico di insegnante e nel silenzio viene trasferito dal vescovo in un college più prestigioso. Promosso. Il film, come da titolo, si apre e si chiude con il dubbio, ma rispecchia ciò che accade nella realtà: quando la Chiesa viene a conoscenza di sacerdoti che compiono abusi sessuali, non fa che trasferirli dove incontreranno altri fedeli e altri bambini.

LA BIMBA BUGIARDA
Arese fu scossa nel 2007 da un’altra vicenda. Il salesiano don Marco Redaelli, 76enne, una vita passata tra le missioni, fu denunciato per violenza sessuale aggravata ai danni di una bimba di 7 anni. Nel 2012 fu condannato a due anni e mezzo. Non andò in carcere, ma i salesiani lo trasferirono con interdizione dagli uffici di tutela e curatela e il divieto di assumere incarichi nelle scuole e in altre strutture frequentate da minori. Il padre della bambina ricordò con amarezza come, dopo la denuncia, la sua famiglia fu emarginata e diffamata da molte persone, tanto da essere costretta a trasferirsi in provincia di Varese.
In rete non mancano infatti le testimonianze di solidarietà al sacerdote di tanti parrocchiani, che parlano di macchina del fango nonostante le dichiarazioni della bambina fossero state ritenute credibili da periti e psicologi. La denuncia era partita perché la bimba aveva raccontato l’accaduto alla nonna dicendo che don Marco quel giorno «aveva fatto una cosa brutta». Il dubbio che la bambina fosse bugiarda per molti parrocchiani resta, e non per tutti il cerchio si chiude con quella condanna.

TUTTI HANNO DELLE DEBOLEZZE
A volte invece i cerchi si chiudono. Durante le indagini su don Marco Redaelli gli inquirenti si imbatterono nelle telefonate erotiche di un altro sacerdote, don Mario Moriggi, che aveva una relazione con una insegnante (don Moriggi fu condannato per falsa testimonianza e favoreggiamento sul caso di don Marco Redaelli insieme ad un altro salesiano, don Franco Fontana).
In quel periodo la notizia della relazione del sacerdote con una insegnante finì sulla stampa. In difesa di don Moriggi giunse al settimanale Settegiorni di Arese una lettera aperta firmata proprio da Paolo Malini, l’educatore condannato nel febbraio 2017 per lo stupro su un 15enne. Va ricordato che don Moriggi non aveva commesso alcuna violenza, ma le parole di Malini, col senno di poi, ci fanno riflettere:  «Tutti abbiamo debolezze, conviviamo con mancanze più o meno rilevanti: questo non ci rende delinquenti ma umani: cristiani, genitori, sacerdoti non perfetti ma perfettibili. E la coscienza di queste mancanze è strettamente personale e soggettiva». Scrisse anche che «il giudizio non può essere terreno».

UN FAMILY DAY AD ARESE?
Quando gli autori della violenza stanno all’interno degli oratori e nelle sagrestie, un velo di omertà offusca le comunità, forse in nome di una soggezione sedimentata dall’infanzia e dalla quale è difficile liberarsi. Chiediamoci perché il popolino del family day non abbia organizzato dei pullman per Arese, recuperando quegli striscioni inneggianti «Giù le mani dai bambini», quanto mai opportuni in queste tristi occasioni. Perché il loro interesse per l’equilibrio dei bambini e delle bambine viene meno, quando vengono abusati sessualmente? Quel popolino sta sempre zitto quando si parla di pedofilia. Se poi la pedofilia si consuma in parrocchia, la bocca è murata. Dove finisce tutta la severità moralizzatrice? Che confini ha il loro integralismo? Forse si genuflette di fronte alla tonaca, così il reato diventa peccato e si è pronti al perdono. Regna la misericordia.

A SPASSO CON LE ISTITUZIONI
Forse proprio in nome della misericordia, al convegno «in difesa della famiglia» che si è tenuto in Regione Lombardia nel 2015 in seconda fila c’era don Mauro Inzoli, leader storico di Comunione e Liberazione, nonostante una delibera firmata da Papa Francesco lo avesse già sospeso dalla Chiesa per sospetta pedofilia. Il 2016 si è chiuso con la sua condanna in primo grado a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali perpetuati per 16 anni e in cui, dice la sentenza, «ha approfittato con spregiudicatezza della propria posizione di forza e prestigio per ottenere soddisfazione sessuale».

TRA IL DIRE E IL FARE
Papa Francesco ha aperto uno spiraglio contro la pedofilia nella Chiesa istituendo nel 2014 la prima commissione contro gli abusi del clero; un grande atto, dovuto e coraggioso. Dalla commissione si è dimessa, con effetto dal 1 marzo 2017, Marie Collins, irlandese, vittima di abusi da parte di un sacerdote quando era bambina. Tra le motivazioni della sua decisione, la frustrazione per la vergognosa mancanza di collaborazione della Curia romana nel trattamento dei casi di abuso e nell’attenzione alle vittime.
Nel febbraio 2016, un altro membro della stessa commissione (anch’egli abusato da bambino), Peter Saunders, accusò il Papa di non voler cambiare le cose e scrisse: «Pensai che il nostro lavoro sarebbe stato quello di prendere delle decisioni contro i singoli sacerdoti abusatori e invece l’obiettivo è creare politiche e linee guida per stabilire quali sono le migliori pratiche per evitare gli abusi». Con calma, insomma. Mentre ogni giorno un ragazzino o una ragazzina abbassano lo sguardo. Purtroppo, anche le dimissioni di Marie Collins sono state accettate (e nella commissione non vi sono più vittime di abusi), ma confidiamo in un maggiore slancio rivoluzionario di sua santità.

IL GENDER CHE FA BAU
Forse papa Bergoglio è stato distratto dal gender, una fantomatica ideologia inventata dalla frangia integralista dei cattolici per impedire che nelle scuole si parli di violenza, la si impari a riconoscere e prevenire. Gender è semplicemente la traduzione della parola genere, e portare l’educazione di genere nelle scuole (lo fa anche la sottoscritta) significa educare le nuove generazioni a crescere con meno stereotipi e maggiore consapevolezza di sé e di che cosa significhi stare in relazione con gli altri. Niente di pericoloso, dunque: soltanto una grande occasione di diventare adulti meno sessisti, meno omofobi e meno razzisti di chi li ha preceduti. E di capire che le violenze vanno denunciate, chiunque sia l’autore, perché nel subirle non vi è mai colpa. L’educazione di genere dovrebbe essere un diritto inserito nella proposta formativa di tutte le scuole di ordine e grado. Auspichiamo anche per il Papa approfondimenti in divenire.

COME GUARIRE LE FERITE?
Intanto, nella prefazione di un libro in cui lo svizzero Daniel Pittet racconta gli abusi subiti dai 9 ai 13 anni da un sacerdote, nonchè il suo perdono, papa Bergoglio scrive: «Prego per Daniel e per tutti coloro che, come lui, sono stati feriti nella loro innocenza, perché Dio li risollevi e li guarisca, e dia a noi tutti il suo perdono e la sua misericordia». Misericordia per tutti, dunque. E, a quel ragazzino di Arese, 230.000 euro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità Argomenti: Data: 02-03-2017 07:00 PM


Lascia un Commento

*