Viaggio al centro del caporalato

di Alessia Albertin
Le più sfruttate sono le donne dell'Est. Lavorano in condizioni indescrivibili, 12 ore senza pause, con la schiena piegata. Dopo il caso di Paola Clemente, una mediatrice culturale ci racconta il fenomeno.

caporalato2È del 23 febbraio la notizia dell’arresto di sei persone ritenute responsabili della morte di Paola Clemente, la 49 enne di San Giorgio Jonico che il 13 luglio 2015 è stata stroncata da un infarto sul campo dove lavorava come bracciante agricola per 27 euro al giorno. Una breccia sul muro di omertà che circonda il fenomeno del caporalato: lo sfruttamento di braccianti, pagati una miseria e costretti a lavorare in condizioni massacranti nelle aziende agricole del Sud Italia. Ma per ogni denuncia ci sono migliaia di persone che continuano a subire questo sfruttamento, anche sotto minaccia. Spesso sono stranieri che non sanno a chi rivolgersi o quali sono i loro diritti.

La mediatrice culturale Carmen Florea.

La mediatrice culturale Carmen Florea.

CHI MONITORA IL FENOMENO
Per contrastare questo fenomeno lavorano instancabilmente persone come Carmen Florea, mediatrice culturale di origine rumena e residente da 20 anni in Calabria, che si occupa delle condizioni dei braccianti agricoli, lavorando per diversi progetti e associazioni. L’ultimo è quello della Caritas Presidio che in questa prima fase sta monitorando il fenomeno in attesa di poter intervenire con mezzi concreti e mirati. Il suo lavoro l’ha fatta diventare un punto di riferimento della comunità romena. A LetteraDonna racconta le situazioni con cui si confronta ogni giorno in cerca di una soluzione per migliorare le condizioni di vita dei braccianti agricoli sfruttati. che sono soprattutto donne dall’Est Europa.

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DOMANDA: Dove avviene il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento dei braccianti?
RISPOSTA: In Calabria l’impiego dei migranti è soprattutto nelle campagne agricole. Nel mese di marzo e fino a fine maggio c’è quella delle fragole nelle serre del Metapontino. Poi da maggio è la volta delle pesche a Policoro, Piana di Sibari e Cassano. Da agosto a settembre c’è la raccolta dei pomodori nelle campagne di Crotone. Da ottobre a fine gennaio invece è il periodo clou della raccolta degli agrumi e delle olive.
D: Chi sono le persone vittime di questo fenomeno?
R: La maggior parte degli immigrati impegnati nella raccolta sono di origine rumena e bulgara, quindi comunitari. Poi c’è anche una parte di persone provenienti dall’Africa: Marocco, Tunisia, Algeria. Questi ultimi si spostano dalla raccolta del pomodoro di Foggia e scendono qui nella Piana di Sibari. Vivono in condizioni precarie perché dormono in una tendopoli che si ripresenta ogni anno durante la stagione della raccolta nelle campagne. Finita la raccolta da noi scendono verso la Sicilia.
D: Come vengono trovati e ingaggiati?
R: I comunitari spesso e volontieri vengono contattati da un connazionale che fa da caporale. Una cooperativa o un’azienda agricola si rivolge a un immigrato che vive qui da più tempo e gli chiede di procurare la manodopera. Lui fa da intermediario e va a reclutare direttamente dal Paese di origine, di solito la Romania o la Bulgaria, delle persone che non sono mai state prima in Italia. Preferiscono i nuovi perché non conoscono i loro diritti, non sanno come muoversi, non hanno della parentela o nessuno a cui rivolgersi e quindi riescono a gestirli e sfruttarli meglio.
D: In percentuale vengono sfruttati più braccianti uomini o donne?
R: La manodopera è soprattutto femminile. Preferiscono la donna immigrata dai Paesi dell’Est perché da noi la donna è il pilastro della famiglia, quella che porta a casa il reddito e quindi sono più lavoratrici. In più le possono gestire e sfruttare più facilmente. Tra i braccianti, le donne in proporzione sono 7 su 9. Gli uomini vengono impiegati magari per caricare le casse, ma per la raccolta preferiscono ingaggiare il sesso debole. Nella raccolta degli agrumi e delle olive vengono impiegate un 70% donne e un 30% uomini. In quella delle fragole, invece, le donne sono al 99%, praticamente gli unici uomini sono quelli che guidano il furgoncino. Per le pesche utilizzano per l’80% donne e anche per i pomodori viene sempre richiesta la donna.
D: Come avviene lo sfruttamento da parte dei caporali?
R: Di solito il primo mese presentano loro un pacchetto che comprende il viaggio fino in Italia che può arrivare fino a 150 euro, l’affitto della casa, il rilascio del codice fiscale e del contratto di lavoro. Quindi il primo mese questi lavoratori non prendono quasi niente, solo il giusto per comprare da mangiare, il resto serve per saldare questo debito contratto con il mediatore-caporale. Lavorano alla raccolta dalla mattina alle 7 e non tornano prima delle 17-18 del pomeriggio. Di una giornata lavorativa non prendono più di 25-30 euro. Ma di questi soldi il caporale ogni giorno si prende 5-10 euro a testa per il trasporto sul posto di lavoro. Alla fine della raccolta, spesso queste persone non hanno nemmeno i soldi per tornare a casa.
D: E dal punto di vista contrattuale come sono regolarizzati?
R: Non lavorano in nero, gli fanno un contratto di lavoro di tre mesi: le famose 51 giornate. Le donne immigrate lavorano effettivamente 51 giornate ma poi i datori di lavoro gliene versano tre di contributi. Perché fanno delle assunzioni false a italiani, che poi stanno a casa, e le giornate di lavoro effettivamente fatte da un immigrato vengono attribuite a un italiano che nemmeno va a fare la raccolta ma che così può usufruire dei benefici dell’Inps: disoccupazione, maternità, malattia.
D: Qual è la situazione più dura in cui possono cadere le donne assunte come braccianti?
R: La raccolta delle fragole che sta per cominciare nelle serre del Metapontino. Là preferiscono soprattutto donne, perché hanno le mani più piccole e quindi riescono a non rovinare la pianta quando raccolgono le fragole. Lavorano in condizioni allucinanti: partono alle 3 del mattino e tornano alle 3 del pomeriggio, lavorano senza pause, neanche per mangiare, e per andare in bagno hanno due permessi al giorno a testa e basta. In più devono stare sempre piegate tutto il tempo per raccogliere le fragole, senza mai potersi alzare. Sviluppano una febbre muscolare alle gambe, dolori alla schiena. Le ragazze mi hanno raccontato che da queste serre escono con delle allergie e delle dermatiti sulla pelle per tutte le sostanze che buttano sulle fragole.
D: Subiscono anche uno sfruttamento di natura sessuale?
R: Questo no. Qui non l’ho visto come è successo nelle serre di Ragusa dove i proprietari facevano proprio i padroni e pretendevano prestazioni sessuali. Però c’è lo sfruttamento lavorativo del caporalato che pretende una quota sulla giornata lavorativa, a volte anche con le minacce: si prendono la carta d’identità e i documenti e non li restituiscono finché non viene estinto il debito contratto per il viaggio. Alcuni addirittura pretendono dei soldi anche solo per il fatto di aver trovato loro il lavoro, magari vogliono fino a 100 euro per questa ‘mediazione’.
D: Quali sono le ripercussioni di questo sfruttamento?
R: Quando arrivano qui sono in genere tutti soggetti sani ma le condizioni di lavoro precarie e quelle igienico alloggiative che sono altrettanto allucinanti incidono sulla salute. Gli appartamenti vengono affittati a 4-5 persone alla volta, chiedendo 100-120 euro a testa. Un appartamento può fruttare al proprietario anche mille euro al mese con questi migranti. Addirittura affittano anche dei garage adibiti a uso abitativo dove ammassano 3-4 persone che dormono su materassi per terra. Tutto questo poi ha delle ripercussioni.
D: Avrà letto la storia di Paola Clemente, 49enne di San Giorgio Jonico, morta sul campo mentre lavorava come bracciante per 27 euro al giorno. Si tratta di un caso isolato o ci sono stati altri decessi dovuti alle condizioni di lavoro precarie?
R: Non è un caso raro. Ogni tanto si sente di persone che muoiono viste le condizioni estreme in cui lavorano e vivono: costrette a lavorare 12 ore al giorno al caldo, sotto il sole o la pioggia, senza poter fare pause o mangiare. Succede anche che cadono e si fanno male. Le norme di sicurezza non esistono. Una volta ho assistito una ragazza che si è rotta un braccio cadendo da delle cassette sopra cui l’avevano messa per raccogliere le clementine dalle cime più alte dell’albero. In questi casi i datori di lavoro le fanno accompagnare dal caporale a casa e le fanno rimanere lì alcune ore, poi le portano al pronto soccorso verso le 8 così non è più in orario lavorativo e fanno finta che si siano fatte male a casa. Queste ragazze spesso non sanno parlare italiano e quindi non sanno cosa il caporale, che le accompagna, dice ai medici del pronto soccorso. In questo modo non gli vengono nemmeno pagati gli infortuni sul lavoro.
D: C’è stato chi si è ribellato?
R: Ci sono pochi casi di denuncia. La gente non vuole, pensa che non succederà niente. Ma queste cose vanno avanti proprio perché nessuno ha mai denunciato. Magari qualcuno viene pure minacciato, perché ci sono stati dei casi di gente che si è rivolta ai carabinieri in cerca di aiuto, ha raccontato la sua storia, ma poi non ha voluto fare i nomi dei caporali. Per paura ma anche perché comunque li hanno aiutati a trovare un lavoro, anche se era pagato pochissimo. In genere vogliono solo aiuto per tornare a casa.
D: Come si può contrastare questo fenomeno?
R: Va fatta più informazione perché sono tanti, soprattutto i nuovi che arrivano, che non sanno parlare la lingua, non sanno a chi rivolgersi. Se ci fossero più servizi attuati sul territorio, come gli sportelli, tante di queste situazioni di sfruttamento, di caporalato non ci sarebbero. Ma bisogna anche dare più informazioni anche in partenza. Nessuna di queste persone quando torna a casa racconta cosa gli è successo, come si vive davvero in Italia, così gli altri pensano che la situazione qui è buona e cadono a loro volta nel tranello dei reclutatori e nelle loro false promesse.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 24-02-2017 07:40 PM


2 risposte a “Viaggio al centro del caporalato”

  1. virlan liliana scrive:

    salve .ti prego anche io volio parlare con lei .sono rumena.. io ha lavorato con marito mio 5 ani al sicillia a agricultura .ci sentiamo .ceao

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