«L'arte non conosce discriminazioni»

di Alessia Albertin
A Milano ha aperto Keith Haring. About Art, la mostra che racconta il mondo dell'artista americano scomparso nel 1990. Ce ne parla Consuelo Nocita, ad della società che ha creato il progetto.

haring1Un Keith Haring inedito è approdato a Milano. L’artista americano, morto di Aids nel 1990, è noto soprattutto per il suo anticonformismo e per le sue opere dal forte messaggio politico e sociale. Le figure stilizzate e bidimensionali che popolano i suoi lavori non si trovano solo su tela, ma un po’ ovunque: su muri, carrozzerie di automobili, teloni in vinile, capi di abbigliamento, carta, plastica recuperata dagli scarti e chi più ne ha più ne metta. Convinto che l’arte dovesse essere per tutti, ha creato le sue opere dove chiunque potesse fruirle, anche gratuitamente.
Ma l’arte di Haring era più complessa e sfaccettata di quella rimasta impressa nell’immaginario collettivo. Per questo la società Art ha deciso di portare a Milano, città amatissima dall’artista, una mostra che ne riveli un volto inedito: Keith Haring. About Art, un progetto realizzato in un anno e mezzo di lavoro. 110 opere, molte di dimensioni monumentali, alcune delle quali inedite o mai esposte in Italia, ospitate a Palazzo reale dal 21 febbraio al 18 giugno. Consuelo Nocita, amministratore delegato della società MADEINART che ha creato il progetto in partnership con il Sole 24ore e la Giunti, i finanziatori, racconta a LetteraDonna com’è nata l’idea di questa mostra e come si iscrive nel panorama del mondo dell’arte. «Nei suoi diari Haring parlava tantissimo di quello che lo colpiva e lo influenzava della storia dell’arte, ma anche dell’Italia: diceva che era il suo posto preferito al mondo e Milano la città in cui voleva stare».

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Consuelo Nocita.

DOMANDA: Che immagine dell’artista esce da questa mostra?
RISPOSTA: Volevamo presentare un Keith Haring che non era conosciuto a tutti. Sì certo, lui è sempre stato un’anticonformista, ignorava le convenzioni, era contro l’omofobia e il razzismo. Era per un’arte accessibile a tutti, infatti è stato il primo che si è inventato  soluzioni che potessero essere buone per tutte le tasche. Questa è stata sicuramente una grande innovazione, ma, al di là di tutto ciò che si è diffuso più prepotentemente nell’immaginario collettivo dell’opera di Haring, c’era anche questa sua profondissima attenzione nei confronti della storia dell’arte, di cui era un sofisticatissimo conoscitore, e che poi rielaborava con la propria sensibilità.
D: Com’è stata preparata l’esposizione?
R: Abbiamo iniziato a fare delle ricerche, insieme al curatore Gianni Mercurio, parlando con i vari collezionisti privati che, pur amando tantissimo Haring, non avevano mai ricollegato questo suo amore per la storia dell’arte con i suoi lavori. Si sono dimostrati molti entusiasti di questa nuova chiave di lettura e il loro supporto è stato fondamentale: hanno convinto la Fondazione Keith Haring ad appoggiare questo progetto e a prestarci una ventina di opere. Volevamo realizzare una mostra che potesse girare il mondo e fosse ricca di riferimenti ai luoghi che la ospiteranno.
D: Una curiosità inedita?
R: Una cosa che non si sa di lui è che non usava mai lo spray a differenza di tutti i graffittari, ma sempre lo stilo. Quindi l’immagine è molto diversa da quella dei writers.
D: Quindi un Keith Haring diverso da quello che ci aspettiamo?
R: Senz’altro. Per esempio abbiamo un’opera che ha creato il giorno in cui, a 26 anni, ha scoperto di avere l’Aids. Ritrae un’arpia che, nella cultura classica, è una portatrice di sventura. Haring ha trasposto il proprio stato d’animo su di un’opera sfruttando il valore simbolico di un elemento, l’arpia, molto noto nella storia dell’arte antica.
D: Qual è il percorso per arrivare a presentare un’esposizione di questo tipo su un artista?
R: Una mostra nasce da un’idea, un’intuizione. Si pensa al luogo più giusto per ospitarla e si parla con l’espositore designato, poi si devono cercare dei partner economici. Dal tema scelto nasce la ricerca delle opere giuste per dare concretezza al contenuto: le opere dell’artista e quelle di confronto-approfondimento da legare al suo lavoro. Il tutto seguendo il filo logico della mostra, in questo caso i diari di Haring. Infine, va realizzato un progetto di allestimento in collaborazione con gli archittetti e chi si occupa della grafica, sempre tenendo sempre conto degli imput e dei diktat di chi possiede le opere. A volte ci sono delle limitazione nell’utilizzare determinati lavori o l’immagine dell’artista in un certo modo.
D: Il mondo dell’arte è stato investito dalla crisi?
R: A un certo livello non si percepisce, anzi. Possedere un’opera di un grande nome è una carta moneta internazionale, un investimento sicuro che non subisce scossoni. Ci sono artisti che ormai hanno un tale status che non sono toccati. Chi invece la subisce un pochino sono gli artisti emergenti che non hanno ancora una galleria di riferimento e quindi non sono ancora stati consacrati dal mercato. Per loro diventa un po’ più difficile affermarsi perché è più difficile scegliere di spendere su di loro.
D: Come fa un giovane artista ad affermarsi?
R: Il mercato è sempre legato un po’ anche ai rumors. Non appena si sa che un artista viene acquisito nella scuderia di una determinata galleria molto affermata, subito l’interesse su di lui sale e tutti i collezionisti vanno all’arrembaggio per comprare le sue opere. Ci sono giovani, magari bravissimi, che però non hanno ancora avuto la fortuna di trovare una galleria importante che li scegliesse, quindi faticano a farsi un nome. Chi invece alle spalle ha una galleria rilevante vende senza problemi.
haring2D: Quindi tutto è in mano alle gallerie?
R: Sì, in questo momento hanno un potere pazzesco. I galleristi, che sono quelli che comprano di più, sono grandi clienti delle case d’aste e per fare i loro prezzi guardano i risultati delle battute d’asta. Loro comprano e proteggono i loro artisti. È come un circolo e per far degli investimenti in arte è molto importante conoscere questi meccanismi: quello che i galleristi vogliono e quello che le case d’asta proporranno.
D: Se il mondo dell’arte funziona bene a livelli elitari, una mostra come quella di Haring non è un po’ una sfida?
R: Sì, lo è. Ma io credo che l’arte delle mostre debba essere per tutti. Come succede ad esempio in Francia, dove persone di tutti i livelli sociali vengono coinvolte nell’andamento culturale della città grazie a programmi che sostengono la cultura nelle scuole e in tutti gli strati sociali creando delle possibilità accessibili a tutti. L’art è un mezzo per riflettere, divertirsi, imparare, trovare uno stimolo o anche semplicemente rilassarsi.
D: Come si può raggiungere questo obiettivo?
R: Intanto si devono sensibilizzare i bambini fin da piccoli con le scuole, creando dei laboratori d’arte. Quando abbiamo realizzato la mostra su Anish Kapoor abbiamo organizzato nove mesi di attività gratuite, come concerti e workshop, per tutti: bambini, artisti, giovani. Abbiamo avuto un grande riscontro e mi sarebbe piaciuto fare la stessa cosa qui, ma avevamo bisogno di uno sponsor e non l’abbiamo trovato. Devo dire che sono rimasta piuttosto delusa che nessuna banca o azienda fosse disposta a sponsorizzare dei laboratori gratuiti per i bambini.
D: Le istituzioni potrebbero fare di più?
R: Secondo me, con i soldi che hanno, fanno già molto. Forse dovrebbero essere meglio organizzate. Anche se Milano lo è già molto rispetto a tante altre città. La legge dovrebbe fare di più: dovrebbe meglio comunicare che vengono defiscalizzati dei contributi dati a questo genere di progetti. I soggetti privati sarebbero maggiormente incentivati ad investire in progetti di cultura per tutti se potessero defiscalizzare questa loro spesa.
D: Com’è la presenza femminile nel mondo dell’arte?
R: Ci sono tantissime donne. Nel mondo dell’arte uomini e donne sono assolutamente uguali, sia per genere che per orientamento sessuale che per età. È un mondo trasversale da questo punto di vista. Maschilismo non ne vedo. Secondo me dipende dal fatto che chi lavora nell’arte fa della propria passione una professione e quindi incontra tantissime persone diverse accumunate da uno stesso interesse, che poi è diventato anche economico. Sesso ed età spariscono e questa è una cosa bella.
D: È un mondo meritocratico?
R: Questo no. Credo che sia molto anche una questione di a fortuna: essere nel posto giusto, al momento giusto, incontrare le persone giuste. Ma uomini e donne, etero o omossessuali, tutti incontrano le stesse difficoltà e non c’è discriminazione.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , , Data: 24-02-2017 06:00 PM


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