Kurt non se n'è mai andato

di Matteo Innocenti
Sono passati 23 anni dal suicidio di Cobain. Lo ricordiamo attraverso le parole delle fan di NirvanaItalia.it, della cantante AmbraMarie e di chi l'ha conosciuto nel backstage di un concerto.
Kurt Cobain durante il live MTV Unplugged in New York, registrato il 18 novembre 1993.

Kurt Cobain durante il live MTV Unplugged in New York, registrato il 18 novembre 1993.

Era diventato, suo malgrado, una star, il simbolo di una generazione, il portabandiera di un genere musicale. Era genio, talento, ma anche depressione. E insofferenza verso quello star system che l’aveva fagocitato ma a cui sentiva di non appartenere. Il 5 aprile 1994 Kurt Cobain decise che ne aveva abbastanza, scrisse una lettera a Courtney Love e alla piccola Frances Bean, e si sparò. Da allora sono passati esattamente 23 anni, e oggi il leader dei Nirvana, se non avesse deciso di farla finita prima (cosa molto probabile, ci aveva già provato) avrebbe 50 anni. In fondo, Cobain non si poteva salvare. Stava male, ma era troppo tardi, non c’era modo di scendere dalla giostra. «Quello che è certo è che Kurt non è stato capito, è sempre stato visto come un personaggio maledetto da gente che nemmeno conosceva i suoi trascorsi familiari e la sua personalità particolarissima ma anche molto sensibile tant’è che ha perfino fatto il baby-sitter per un periodo. Purtroppo é stato travolto dagli eventi e dal successo che non é stato in grado di sopportare». A parlare è Sara Bonavigo, membro della community Nirvana Italia, punto di riferimento per i fan della band simbolo del grunge, che a distanza di 23 anni riesce ancora ad appassionare, ispirare, unire e (perché no) far pogare tante persone.

GENERAZIONE X E OLTRE
Sara
, 38 anni, fa parte della Generazione X. Proprio quella di cui Kurt Cobai diventò suo malgrado ‘portavoce’: «Un amico mi prestò il cd di Nevermind che era appena uscito, lo ascoltai una festa e me ne innamorai subito. L’amore per i Nirvana é continuato quando mio marito, appassionato anche lui, mi ha fatto sentire tutti gli altri cd. Mi riconoscevo nel disagio e nella sofferenza che trasmettevano. Non mi sono mai stancata di ascoltarli». E di cantarli, visto che per un anno ha cantato nella tribute band Molly’s Lips. Kurt Cobain ha però parlato anche alle generazioni successive, come quella della 28enne Wioletta Laskawiec, anche lei su Nirvana Italia: «Avendo una situazione familiare molto difficile passavo ore ad ascoltarli con lettore cd o walkman. Stesa sul letto, immaginavo di essere a un concerto dei Nirvana, e suonavo con le mani, senza pensare al tempo che passava».

I Nirvana durante un concerto.

I Nirvana durante un concerto.

KURT COBAIN OGGI
Era talmente tanto il malessere, il disagio, la rabbia contenuti nei brani dei Nirvana, che per le stesse fan è difficile scegliere il preferito: se Wioletta non riesce proprio a farlo, Sara cita Smells Like Teen Spirit come il primo ‘amore’, poi vira su Heart Shaped Box, specificando che comunque dipende tutto dallo stato d’animo di ogni singola giornata. In entrambi i casi, c’è il rimpianto per qualcosa che è finito troppo presto. Ma una fan riesce a immaginarsi Kurt Cobain 50enne? Wioletta proprio no: «Viso angelico, un po’ disorientato. Basta. La mia immagine di lui è come quella dell poster che avevo in camera quando ero piccola». Sara sì, e prova a vederlo felice o, almeno, in pace con se stesso: «Me lo immagino sempre immerso nella musica, ma di sicuro ritiratosi da tanti anni dalle scene. Era parte della sua personalità, lui non avrebbe mai voluto diventare famoso». Probabilmente non avrebbe gradito nemmeno il baraccone mediatico cresciuto attorno alla sua figura, le biografie, le aste di cimeli, i Nirvana diventati un brand da esibire sulle t-shirt. Senza averne mai ascoltato una canzone.

AMBRAMARIE, ANIMA GRUNGE
«L’unico aspetto positivo che posso trovarci è che magari questo input visivo dato da un logo possa far avvicinare qualche giovane curioso alla musica grunge. Quando scopri i Nirvana, scopri un mondo». A parlare è AmbraMarie, cantante (ha partecipato anche a X Factor nel 2008) e volto di Rock Tv: «Non ricordo il periodo preciso in cui ho cominciato ad ascoltarli, probabilmente fu alle medie. Ma se ami il rock e le sue sfaccettature è inevitabile arrivare a Kurt Cobain, per poi innamorartene irrimediabilmente». Una passione che non si spegne mai e che una scintilla può riaccendere in ogni momento: «Montage Of Heck è un documentario su Kurt diretto da Brett Morgen: meraviglioso, ti arriva dritto nello stomaco e ci rimane. Dopo averlo visto, ho passato la notte a riascoltare di fila tutta la discografia dei Nirvana, Mtv Unplugged compreso, e, nonostante quelle canzoni le avessi già consumate per anni, sono riuscita a trovarci ancora sfumature nuove». Anche ad AmbraMarie abbiamo chiesto il suo brano preferito dei Nirvana: «All Apologies. Ha tutto: è dolce, è arrabbiata, è la canzone perfetta da far partire come traccia numero uno di un’ipotetica playlist per un bel viaggio in macchina, di quelli verso il sole coi finestrini abbassati. Poi amo come Kurt ha cantato And I Love Her dei Beatles, una perla da scoprire guardando il documentario dove si sente tutta la bellezza e la desolazione di quell’uomo». Che, aggiunge, «se fosse qua oggi, sarebbe parecchio incazzato».

L’INCONTRO NEL BACKSTAGE
C’è anche chi Kurt Cobain l’ha conosciuto non solo tramite la sua musica, ma anche di persona. Come Marcello Cunsolo, leader dei Flor de Mal, che il 21 febbraio 1994 aprirono il concerto dei Nirvana a Modena (sarebbe stato il penultimo in Italia). «Di pomeriggio loro fecero il soundcheck, poi toccò a noi. Dopo iniziai a cercare Kurt Cobain. Non c’era nessuno in quel corridoio, solo lui, appoggiato al muro con la spalla», ricorda il leader della band catanese, che racconta a LetteraDonna di essere rimasto colpito dalla fragilità, anche fisica, di quella che ormai era un’icona planetaria del rock: «Era lì, biondo e piccoletto. Mi presentai, lo ringraziai e gli offrii una bottiglia di vino siciliano. Lui mi rispose a voce bassa, quasi senza fiato. Mi chiesi come sarebbe riuscito, di lì a poco, a sostenere un intero concerto dei Nirvana». Cunsolo precisa che ovviamente Cobain ci riuscì, grazie a una di quelle metamorfosi che solo i fuoriclasse della musica sanno avere sul palco. E rievoca con affetto quei momenti di nel backstage: «Mi disse che era mai stato in Sicilia e allora lo invitai a casa mia, in campagna. Gli dissi che da quel momento aveva una casa in più dove andare. Ci siamo abbracciati e gli ho fatto sentire un paio di brani dei Flor. Ero così contento che l’ho ‘costretto’ a ballare con me». Poco più di un mese dopo, la notizia della sua morte, ascoltata alla radio, fu una doccia fredda: «Eravamo a Firenze per un concerto. Mi si gelò il sangue, e subito mi tornarono in mente i suoi occhi spenti, l’espressione triste e la voce bassa».

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 05-04-2017 11:45 AM


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