«Noi trans non siamo sbagliati»

di Enrico Matzeu
Uno spettacolo che racconta la transessualità ai bambini. I genitori che si indignano, temendo lo spauracchio del 'gender'. Intervista con Alessandra Angeli, che ci spiega che cosa ne pensa.

alessandra angeliFa’afafine è una parola della lingua samoana che indica chi non si identifica in un sesso o nell’altro ed è anche lo spunto da cui il regista e attore Giuliano Scarpinato ha attinto per ideare lo spettacolo per ragazzi Fa’afafine – Mi chiamo Alex e sono un dinosauro, che sta facendo il giro dei teatri italiani e che è stato al centro di diverse polemiche alimentate da sparuti sit-in di genitori preoccupati che i loro figli venissero coinvolti sul tema del gender. La piéce racconta di un ragazzino che scopre di voler bene a Elliot, il suo compagno di classe, e che un giorno si sente maschio e un giorno femmina, senza dare importanza all’infilarsi una gonna o un paio di pantaloni. Apriti cielo: nel 2017 il terzo sesso fa ancora paura e così fioccano petizioni e appelli di politici più o meno reazionari. Il problema vero, però, è che a rimetterci sono poi i più giovani. Non perché vengono indottrinati sulla fantomatica e inesistente ‘teoria del gender’, ma perché gli vengono sottratti gli strumenti per capire gli altri e sé stessi. Strumenti che potrebbero servirgli il giorno in cui si scoprono innamorati di qualcuno dello stesso sesso, o quando si trovano in corpi che non riconoscono come propri. «Vorrei che le generazioni future possano avere vite più facili di quella che ho avuto io e che hanno ancora oggi molte persone transessuali», ha detto a LetteraDonna Alessandra Angeli, conosciuta dal pubblico del piccolo schermo come Angelina, che con le sue riflessioni taglienti si batte ogni giorno su questi temi. Con grande cognizione di causa.

DOMANDA: Secondo lei cosa preoccupa così tanto le persone, quando si parla di ‘gender’?
RISPOSTA: Io credo che siano spaventate da ciò che non conoscono. La nozione di ‘teoria del gender’, si sa, è stata estrapolata da un concetto femminista, poi stravolto dalla politica per spaventare le menti più deboli. Ormai si sono assunti toni terroristici, specialmente da parte di quelle formazioni destroidi, che vedono nel ‘diverso’ non una ricchezza, ma qualcosa di cui avere paura. Complice, ovviamente, anche la Chiesa, ben presente nel nostro Paese. In questo buio, però, c’è ogni tanto uno squarcio di luce.
D: Ovvero?
R: Mi riferisco, ad esempio, all’assessore Massimo Baldi del Comune di Pistoia, che sullo spettacolo ha detto una cosa bella da uomo di sinistra e da cui forse i suoi colleghi del PD: da padre di due figlie, da rappresentante delle istituzioni e da cittadino italiano ed europeo, è molto spaventato da ciò sta succedendo attorno a Fa’afafine e teme che le figlie un giorno possano essere instupidite e artefici di queste stesse polemiche, più che esserne vittime.
D: Quindi sono temi che vanno trattati con i ragazzi?
R: Assolutamente. La fluidità di genere è sempre esistita, ma anche nelle binarietà dell’orientamento sessuale ci sono un’infinità di sfumature. In questo modo si danno ai ragazzi gli strumenti per comprendere sé stessi, e alle famiglie per interfacciarsi con loro. Senza, non hanno il know how per capire cose ‘esterne’, come ad esempio la pedofilia.
D: Molti genitori però contestano questa possibilità.
R: Non saremmo più sereni se si insegnasse il rispetto per gli altri sin da piccoli, se una persona potesse capire per tempo se è omosessuale o transessuale, senza essere costretta a imbastire pantomime e a nascondersi?
D: C’è secondo lei un’età minima che i bambini dovrebbero avere per parlar loro di temi legati all’omosessualità e alla transessualità?
R: Dipende. Alcuni bambini fanno domande molto innocenti sul sesso in anticipo rispetto agli altri, magari per un maggiore istinto. Non so se va stabilita un’età. Dovrebbe spettare alla discrezionalità dei genitori, che secondo me dovrebbero delegare meno agli altri. Sono argomenti spinosi da trattare con un figlio, ma penso che un bambino di 8-10 anni sia più che pronto, purché gliene se ne parli come se fosse un piccolo adulto. I bambini capiscono tutto, hanno una grande sensibilità.
D: E da adolescenti?
R: A maggior ragione in età prepuberale, quando si ha questa tempesta di ormoni totale, potrebbe essere utile, per evitare che tanti si colpevolizzino inutilmente. In molti hanno avuto esperienze omosessuali da giovani e poi sono diventati etero, o magari bisessuali. Sono cose che vanno spiegate per bene e non affidate solo al catechismo. Dove magari ti dicono che brucerai tra le fiamme degli inferi.
D: Le è mai capitato di raccontare la sua transessualità a ragazzi o a bambini?
R: Sì, proprio recentemente, tramite un’amica che mi ha chiesto aiuto per questo ragazzino 12enne. Mi ha fatto una tenerezza incredibile, perché mi sono rivista e ho rivisto in lui il protagonista del libro George di Alex Gino, che parla di un bambino che affronta la transessualità. Effettivamente lui si riconosce nel genere femminile ed è vittima di bulli stronzi. A scuola nessuno interviene, i professori si girano dall’altra parte. Ho potuto dirgli che ho vissuto le stesse cose, ma non ho permesso a nessuno di sentirmi sbagliata, perché io sono nel corpo giusto. Sono felice e serena. È stata una bellissima esperienza e vorrei continuare a fare qualcosa per le nuove generazioni. Non voglio che facciano la stessa fatica che faccio io. Ovviamente servirebbe l’aiuto di psicologi, ma il cambiamento dovrebbe essere promosso anche dalle istituzioni.
D: Quindi c’è ancora molto da fare su questo tema in Italia?
R: C’è moltissimo da fare, a partire dalle famiglie. È inutile che ce la raccontiamo tra di noi, che il percorso l’abbiamo fatto: quelle che vanno sensibilizzate sono le famiglie. Almeno, se un genitore si trova in una situazione del gener, ha gli strumenti per affrontarla. Se la prima formazione sociale nella quale incappiamo, che è la famiglia, ci gira le spalle, perché non dovrebbe farlo anche la società? Io, grazie al mio carattere, sono riuscita a non farmi mettere al margine. Però vorrei che anche le nuove generazioni ci riuscissero.
D: E per la comunità transessuale a che punto siamo?
R: Vorrei che riuscissero tutti ad avere i diritti sociali, non solo quelli civili, ottenuti con la Cirinnà. Ma anche l’accesso al lavoro, perché oggi per avere un documento corrispondente al tuo cambio sesso, o ti operi o non te lo danno. Questo crea difficoltà e imbarazzi nel trovare lavoro, o anche a un semplice posto di blocco. Io sono grata alla legge 64/1982 e a chi ha combattuto per ottenerla, però è un provvedimento che ha fatto il suo tempo e andrebbe rivisto. Le persone non possono arrivare serene alla decisione di operarsi con un’apprensione del genere. Credo che debbano essere forniti documenti conformi anche a persone che non intendono intervenire sugli organi riproduttivi.
D: Che cosa la spaventa di più di ciò che legge o vede sull’omofobia e transfobia?
R: A me quello che spaventa è che nessuno prenda una posizione chiara. Prendiamo la violenza sulle donne: se ne discute tanto, ma non in modo corretto. Temo che l’assenza di una posizione forte legittimi qualche stronzo a usare violenza su gay, transessuali e appunto donne, perché la misoginia non è meno presente della transfobia. Lo vediamo tutti i giorni. In Italia questa cosa è ancora più forte.
D: E perché?
R: Da noi è il femminile che è messo male, perché viene visto come una debolezza. È un Paese fallocentrico, dove il fatto che una persona sia nata biologicamente maschio e rinunci a certi vantaggi per voler diventare donna è vista come una follia. Essere transessuali non è una scelta: mai nella vita mi sarei voluta complicare l’esistenza.
D: Tra i firmatari della petizione per bloccare lo spettacolo c’è anche una donna della politica italiana: Giorgia Meloni. Che cosa le vorrebbe dire?
R: Secondo me non c’è una possibilità di dialogo. Io a queste persone, però, non auguro figli transessuali o omosessuali, come fanno molti. Se si trovassero in quella situazione, mi chiedo se gli farebbe piacere che loro figlio fosse sottoposto a bullismo, a violenza, a prese per il culo, magari finendo per impiccarsi. In quanto rappresentate delle istituzioni, dovrebbe capire che non rappresenta solo gli eterosessuali. Voglio però ribadire un concetto.
D: Quale?
R: Voi che avete figli non pensate che capiti sempre agli altri, perché non capita solo agli altri. Visto quello che ci propone la cronaca, riflettete su come voi vivreste queste violenze così gratuite, così becere. Noi non siamo sbagliati: è la natura che è così. «»

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