Il triangolo marrone che marchiava gli zingari

di Enrico Matzeu
Nella follia nazifascista non furono coinvolti soltanto gli ebrei, ma anche molte altre minoranze, come i rom e i sinti. Ce lo racconta la presidente dell'associazione A.I.Z.O.

Picture taken 13 January 2005 shows the«Prima di tutto presero gli zingari e fui contento perché rubacchiavano», scriveva il saggista Bertolt Brecht, riprendendo un sermone del pastore Martin Niemöller, che si espresse contro l’immobilismo degli intellettuali tedeschi di fronte alle prime purghe dei nazisti al potere. E fu proprio così, perché come ricorda nella Giornata della Memoria - il 27 gennaio – Carla Osella, presidente e fondatrice dell’Associazione Italiana Zingari Oggi di Torino, «nel 1936, tre anni dopo che Hitler prese il potere, a Berlino c’erano le Olimpiadi e lì fecero la prima razzia di rom e sinti, catturando circa 600 persone».

IL TRIANGOLO MARRONE

Si stima che le vittime dell’Olocausto siano state tra i 15 e i 20 milioni. Nella follia nazifascista, però, non furono coinvolti soltanto i cittadini di religione ebraica, ma anche molte altre minoranze, come gli omosessuali, i disabili, gli oppositori politici e appunto gli zingari.
«Man mano che venivano portati avanti gli studi razziali, scoprirono che i popoli rom e sinti non erano di pura razza ariana e per ciò iniziarono ad arrestarli e deportarli, nonostante molti di loro non fossero più nomadi, ma ormai sedentarizzati con proprie attività», ha spiegato la Osella a LetteraDonna, perché l’ideologia nazista non concepiva il nomadismo che queste genti portavano dentro di loro e che andava contro «l’idea di costruire una grande famiglia ariana pura». Vennero quindi contrassegnati con il triangolo marrone nei grandi lager europei.

GLI ESPERIMENTI SUI BAMBINI ROM
Carla-Osella
Purtroppo le testimonianze rom e sinti in tal senso non sono molte, primo perché ne sono sopravvissuti pochi, «visto che le vittime di queste etnie sono state circa 500 mila, anche se è stato difficile fare una stima esatta proprio per la natura nomade di molti di loro», in secondo luogo perché non hanno lasciato scritti. Quei pochi testimoni hanno parlato soprattutto degli esperimenti che venivano fatti «ad Auschwitz da Josef Mengele, detto ‘l’angelo della morte’, che in particolare studiava il fenomeno dei gemelli, perché se una donna tedesca avesse potuto avere due figli al posto di uno, la razza ariana si sarebbe potuta moltiplicare più in fretta». Così venivano perpetrate atrocità terribili sui bambini: «Con il mio lavoro conobbi una donna rom, che mi raccontò di come in quel campo persero la vita i suoi due figli. Erano gemelli e per studiarne i comportamenti decisero di cucirli schiena contro schiena. La sofferenza di quei bambini era così forte che la madre chiese la morfina per ucciderli. Faccio presente che per la cultura rom la famiglia è sacra», ha raccontato la Osella.

STORIA DI UNA SOPRAVVISSUTA
Un’altra donna rom di origini cecoslovacche vissuta poi a Bolzano, fu Barbara Richter, che alla Osella raccontò negli Anni ’80 «di quando conobbe Mengele ad Auschwitz e di come le iniettarono il virus della malaria per vedere che resistenza avesse alla malattia e come poterla guarire». La Richter, però, a differenza di molti altri riuscì a salvarsi perché fu trasferita al campo di concentramento di Buchenwald e «un giorno passò un camion con le lenzuola sporche sotto alla sua finestra e lei si gettò, nascondendosi poi tra la biancheria e riuscendo quindi a mettersi in salvo una volta fuori», come riuscì poi a raccontare.

L’INTOLLERANZA OGGI
Sono passati 72 anni dalla liberazione dai campi di sterminio ma «l’intolleranza resta ancora la grande paura per rom e sinti, soprattutto quando accadono fatti spiacevoli come l’incendio al campo di Ponticelli di qualche anno fa». Farsi accettare per i nomadi non è facile «perché c’è solo lo stereotipo del ladro e sporco, nonostante molti si siano inseriti, mentendo magari sulle proprie origini e spacciandosi per brasiliani per poter trovare un lavoro o semplicemente per ordinare il caffè in un bar». Proprio come più di mezzo secolo fa, ancora oggi si vive la grande discriminazione «di non poter affermare la propria identità». Quelli che patiscono di più questa situazione rimangono i bambini, «che nei loro disegni rappresentano le case come un posto sicuro, lontano da perquisizioni e come luogo dove poter invitare i propri compagni per il compleanno, visto che nelle baracche non ci vengono». Forse allora il monito di Niemöller servirebbe anche oggi per scuotere intellettuali e politici su un tema così delicato ma tristemente ancora attuale.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , , , , Data: 27-01-2017 07:40 PM


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