La rivoluzione (rosa) del dress code

Il codice d'abbigliamento solitamente è una vera e propria croce per i dipendenti. Soprattutto per le donne obbligate a portare tacchi scomodi o a truccarsi in un determinato modo. Ora, in Inghilterra, tutto questo sta per cambiare.

donnaCroce e delizia. La prima dei lavoratori, costretti a indossare abiti scomodi, la seconda dei datori di lavoro, che così pensano di dare un qualcosa in più (a livello di immagine) alla propria azienda. Situazione, questa, che colpisce più le donne che gli uomini. Almeno nel Regno Unito dove un rapporto presentato a inizio 2017 da due commissioni parlamentari ha evidenziato come molte siano le impiegate a dover indossare obbligatoriamente determinati indumenti. Proprio come una receptionist (Nicola Thorp) mandata a casa senza paga per non aver indossato i tacchi alti. Senza pensare alla donna di colore a cui, per lavorare da Harrods, è stato chiesto di lisciare i suoi capelli ricci per una migliore immagine aziendale. Storie come tante altre che ha portato i politici britannici a pensare che le attuali leggi per prevenire la discriminazione non sono pienamente efficaci.

Ecco che la questione è presto giunta sui banchi del parlamento britannico. E in molti sperano già che si possa arrivare a una nuova legge per mettere al bando le discriminazioni sessuali in materia di abbigliamento. Soprattutto dopo la nuova ondata di polemiche legate al caso di Nicola Thorp, la segretaria sospesa dal lavoro in una societàlondinese di consulenze finanziarie. Da qui le continue richieste proteste che hanno inondato i legislatori. In molti, infatti, chiedevano di regolamentare e limitare maggiormente le pretese che i datori di lavoro vogliono imporre ai loro impiegati in materia d’abbigliamento.

Eppure le imposizioni che hanno creato scalpore negli ultimi tempi sono già di fatto proibite dall’Equality Act. Ovvero una legge del 2010 le cui disposizioni, purtroppo, spesso vengono ignorate dalle aziende. Questo porta le dipendenti a non essere abbastanza tutelate oltre a sentirsi obbligate a indossare abiti che non le fanno sentire bene. Ma il fatto più grve è che spesso chi subisce un sopruso del genere non sempre ha il coraggio di sporgere denuncia per il timore di perdere il posto. Solo il coraggio però può portare a essenziali e fondamentali cambiamenti nel mondo del lavoro.

«Dalle testimonianze che abbiamo raccolto è chiaro che bisogna fare di più per impedire simili imposizioni», ha affermato la deputata Helen Jones, presidente della commissione parlamentare che ha indagato proprio sui limiti del dress code. «Il sistema attualmente in vigore finisce per favorire il datore di lavoro a scapito dei diritti delle dipendenti». Ora la commissione parlamentare vorrebbe proporre una campagna nazionale per riaffermare i doveri delle aziende, i diritti delle donne che lavorano e un ruolo più attivo dei tribunali per applicare sanzioni punitive più severe a chi viola le norme sul dress code. L’obiettivo è comunque quello di varare una nuova legge incentrata sul codice d’abbigliamento.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti, Top news Argomenti: , Data: 25-01-2017 08:53 PM


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