Mi vesto, dunque faccio politica

di Flavia Piccinni
Rivoluzioni, campagne elettorali. Ogni mobilitazione ha il suo outfit. Così, mentre figure come Michelle Obama e Theresa May comunicano con gli abiti, la moda diventa marketing. L'articolo di Pagina99.

The First Lady Visits London As Part Of Her Let Girls Learn InitiativeUna modella senza trucco, chignon e aria strafottente avanza in passerella durante la settimana della moda parigina. Indossa una gonna in tulle blu notte con impunture dorate, delle sneakers e una maglietta bianca. In stampatello, a caratteri cubitali, sulla t-shirt di cotone: «We should all be feminists». È il debutto di Maria Grazia Chiuri come direttore artistico di Dior, prima donna in 70 anni alla guida della maison.
All’improvviso, la moda torna a essere una questione politica. Per quanto le femministe non abbiano particolarmente apprezzato, ritenendo la mossa una semplice strategia per ottenere maggiore visibilità in un business che sfrutta il corpo delle donne, la maglietta (dal modesto costo di 700 dollari) ha riscosso un buon successo.
La proposta di Chiuri rivela come l’innocenza delle t-shirt sia ormai definitivamente smarrita. Persa insieme alla Destroy Tee di Vivienne Westwood (che rappresentava un Cristo crocifisso sovrastato da una svastica), allo slogan «The Future is Female» adesso riproposto dal marchio statunitense Otherwild e a quel «58% don’t want pershing» stampato sulla maglia portata da Katherine Hamnett per incontrare Margaret Thatcher a Downing Street nel 1983.
Nella moda contemporanea non esistono più incolpevoli tentativi di rivoluzione. Anche i messaggi a favore della preservazione del pianeta sono scomparsi, ormai svuotati di ogni significato.

Ieshia EvansAdesso vivono gli hijab che, indossati sulle coste francesi, diventano dichiarazione di fede e di cultura, orrore fashion andato a battesimo come burkini e declinato con straordinaria prossemica economica da Marks & Spencer e Dolce & Gabbana. E vive, soprattutto, l’attimo in cui la politica è definitivamente divenuta una dichiarazione di stile.
Il momento preciso, indicato con assoluta certezza da Vanessa Friedman sul New York Times, è l’11 luglio 2016 quando la giovane Ieshia Evans, infermiera di New York, vestita con un grazioso abito grigio resta in mezzo alla strada a Baton Rouge (Louisiana), simbolo degli scontri tra polizia e afroamericani. Di fronte a lei ci sono tre agenti. Lei non parla, non si muove, guarda avanti. La sua protesta non violenta diventa virale grazie alla fotografia di Jonathan Bachman. L’abito che si apre nel vento, il corpo magro contrapposto ai poliziotti che la circondano in tenuta antisommossa, raccontano ancora una volta la forza della bellezza.

Se avesse indossato dei jeans e una polo sarebbe stato lo stesso? Probabilmente no. Perché quell’abito gentile, quelle ballerine delicate, quelle spalle nude raccontano meglio di qualsiasi altra cosa, e svelano il moderno desiderio di fare degli indumenti una scelta politica. Esattamente come quella messa in atto, una manciata di mesi prima, da Beyoncé nello stadio di Santa Clara durante il Super Bowl: con una squadra di ballerini abbigliati secondo lo stile delle Pantere Nere, i capelli biondi e gonfi al vento, una giacca da guerrigliera, l’ape regina della musica americana aveva cantato Formation. Il testo è più di una provocazione, ma a far infuriare i repubblicani furono gli abiti: un richiamo troppo esplicito al potere nero militante dei ghetti.
La polemica continua ancora, alimentata anche dall’uso spregiudicato nel corso della più massiccia e modaiola campagna presidenziale di tutti i tempi da parte di Beyoncé e di altre decine di celebrità – fra cui anche Anna Wintour, che aveva espressamente invitato tutti i lettori di Vogue ad andare a votare – delle Hillary tee, t-shirt con foto e motti della Clinton, declinate pure su Instagram a suon di #imwithher.
Le elezioni hanno poi mostrato come la mobilitazione del mondo della moda non sia servita a niente, se non a rivelare come il power dressing femminile abbia bisogno di nuovi e più moderni codici. Qualcosa di più innovativo dei pantaloni da suffragetta di Hillary Clinton, adottati dalle sue sostenitrici al pari di una divisa.

Decisamente diverso appare l’appeal di Melania Trump, con l’indimenticabile pussy-bow blouse rosa di Gucci indossata dopo la divulgazione delle parole sessiste del marito. Per giorni ha catalizzato l’attenzione, a dimostrazione di quanto lo stile possa rivelarsi terreno fertile per sviare l’attenzione. Da settimane sempre Melania Trump è al centro di un grande dilemma: chi la vestirà? Dopo l’invito di Sophie Theallet ai colleghi stilisti a boicottarla, si è scatenato un piccolo inferno, con i «no dress for Melania» capitanati da Tom Ford. La faccenda suggerisce una dimensione interessante: quanto conta la visione politica di uno stilista? E, vestendo un politico, ci si può alienare per davvero una fetta di mercato?
Problemi che non toccano la figlia di Trump, Ivanka, che possiede la sua linea di abiti e di gioielli. La pubblicizza senza remore nelle occasioni formali, postando poi sui social fotografie con tanto di link per l’acquisto (memorabile l’abito cipria da 138 dollari scelto per la campagna presidenziale a luglio e andato esaurito in poche ore).

Per ora paiono entrambe, e purtroppo, solo prove maldestre per sostituire Michelle Obama, da sempre attenta agli stilisti emergenti e in grado di utilizzare la moda per mandare dei messaggi politici, come quando nel 2015 scelse all’insegna del dialogo uno splendido abito della designer cino-americana Vera Wang in occasione della cena di stato con il presidente cinese Xi Jinping.
Non resta che consolarsi con il primo ministro britannico Theresa May e con la sua originale filosofia: indossare quello che più le piace, e non disdegnare scarpe originali che rompano il ghiaccio – del resto la patinata Vogue Usa ha annunciato che il prossimo aprile le dedicherà la copertina. Utilizzare dunque la moda come strumento per iniziare una conversazione. Comprensibili, se non giustificabili, diventano allora le sue scelte azzardate. Calzature leopardate (di cui pare avere una piccola collezione), abiti considerati un po’ troppo provocanti per il suo ruolo istituzionale e accostamenti eccessivamente creativi (indimenticabile il tubino viola con ballerine nere, viola e rosse).

Sempre nel Regno Unito, la moda politica sembra vivere una nuova primavera. In risposta a Brexit le spille da balia sono diventate un modo per dimostrare solidarietà agli immigrati, e adesso vengono anche adottate anche negli Stati Uniti dopo le elezioni di Donald Trump da immigrati, persone di colore, membri del movimento Lgbtq. E durante la London Fashion Week, a settembre, lo stilista indiano Ashish Gupta ha concluso il suo show indossando una maglietta bianca con scritto «Immigrant»; si trattava di una provocazione, ma le richieste sono state così numerose da convincerlo a inserire il capo nella collezione T’aint by Ashish nei negozi Browns.

La rivoluzione più imponente non è ancora quella degli acquisti – più o meno sostenibili e solidali – ma quella in corso sulle passerelle. Se le modelle di colore e le curvy sono ormai unanimemente accettate, l’inclusione della comunità transgender è decisamente bassa. Ma il genere si mischia: alcuni brand, come Prada, hanno proposto capi unisex; altri, come Burberry, hanno invece optato per un’unica presentazione. Intanto Karl Lagerfeld – che aveva inscenato alla fine della collezione primavera/estate del 2015 una protesta femminista, con tanto di cartelloni in mano alle modelle con su scritto «Ladies first!» e «History is her story!» – questa primavera ha portato a Cuba, per le vie di L’Avana, Chanel Croisière 2016/17. La questione, ancora una volta, non era di business, ma di immagine: realizzare il primo evento di moda internazionale dalla rivoluzione del 1959. Parlare di politica, e di libertà, attraverso lo stile.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, ‘Addio Chinatown’, in edicola, in digitale e in abbonamento dal 21 gennaio.

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Publicato in: Attualità Argomenti: Data: 20-01-2017 09:30 AM


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