Vittime che tornano dai carnefici

A Messina una ragazza ha perdonato l'ex che ha provato a bruciarla viva. Nel complesso, lo fa il 2% delle donne che subiscono violenza. Come spiega l'esperto, è un comportamento comprensibile. E, a volte, addirittura 'necessario'.
Ylenia e Alessio.

Ylenia e Alessio.

La 22 enne Ylenia Grazia Bonavera, non in pericolo di vita, è ricoverata nel reparto di chirurgia plastica del Policlinico di Messina con ustioni sul 13% del corpo. A causarle l’ex ragazzo Alessio, che non riusciva ad accettare che lei lo avesse lasciato. Lui, che si è presentato a casa sua di mattina presto, le ha versato benzina addosso, ha appiccato fuoco ed è fuggito subito dopo, si è costituito. Ma Ylenia continua a difenderlo, ripetendo a tutti che «non è stato lui, hanno arrestato un innocente». Non è certo la prima volta che una vittima perdona (per amore) il suo carnefice. Una posizione difficile da capire se non si ha vissuto sulla propria pelle qualcosa di simile e non così rara, purtroppo. Sul suo blog su Lettera43, lo psiconanalista Maurizio Montanari, che ha avviato con il suo centro di psicoanalisi applicata una collaborazione con la Polizia, spiega come, nel 68% dei casi, la violenza sulle donne si verifichi ‘in famiglia’: l’autore è infatti nel 48% dei casi il marito, nel 12% il convivente e nel 23% l’ex partner. Come se questo non bastasse, c’è un 2% di donne abusate fisicamente che scelgono di far ritorno dall’uomo violento, ritirando la denuncia. Ylenia sarebbe una di loro, di sicuro lo è Romy. Un caso clinico analizzato da Montanari, esposto poi al Congresso Europeo di psicoanalisi. Ecco alcuni stralci del testo. Che spiegano il perché di questo 2%.

«Romy va alla polizia per denunciare il compagno che la picchia da tempo, presentandosi in caserma col viso tumefatto. Dopo aver descritto in dettaglio le percosse subite, firma la deposizione ma decide di fare ritorno a casa, contrariamente al consiglio di un agente che le suggeriva di trascorrere la notte da un parente. L’indomani […] con loro grande stupore, è lei stessa che li allontana, giungendo a scagliare contro l’auto di servizio oggetti e aggradendoli a maleparole».

«’Abbiamo esagerato nella lite, ma io lo amo. Non portatelo in carcere’. Sono le parole dette ai poliziotti, che mi ripete in corso di seduta dopo che inizio a vederla […] La sua iniziale richiesta è quella di aiutarla a ‘ricomporre la coppia’ [...] Sin dalla tenera età era costretta ad assistere a scene nelle quali il padre picchiava la madre per futili motivi. Madre che, in alcuni casi, reagiva blandamente alle percosse, ma non manifestò mai l’intenzione di andarsene. […] Vivere con un uomo significa soffrire, questo fu il primo insegnamento appreso in famiglia [...] Dopo i diciotto anni se ne andò di casa, convinta che il solo modo per essere amata dal partner fosse quello di occupare la posizione di succube».

«Con l’attuale fidanzato convivono da quattro anni, e le percosse sono iniziate dal secondo anno, in un crescendo culminato con la sua telefonata alla polizia. Perché prende contatto con le forze dell’ordine per poi ritrarsi? […] Quando l’intervento della legge ottiene lo scopo di diminuirne l’intensità, non serve più, e la coppia si rinsalda. Infatti scongiurato il pericolo di morire grazie ad un ammonimento formale della polizia al compagno, è Romy stessa che torna a casa a rioccupare quel posto di oggetto che non ha mai realmente voluto abbandonare, ma solo rendere piu’ sopportabile. La presenza di un clinico che le permette uno spazio di rettifica, interrompe l’azione della legge che, incarcerando il persecutore sadico, avrebbe spezzato la coppia privando Romy della sola posizione sino a quel momento conosciuta per rapportarsi all’uomo: quella del deietto».

«Romy sta ponendo le basi per allontanarsi da quel posto, vedendo ogni giorno di più il ‘grande amore’ del quale non poteva fare a meno sotto una luce diversa, degradandolo progressivamente ad un sadico qualunque, scelto come partner per dare forma a quella dimensione masochista ritenuta per molto tempo la sola possibile per poter essere amata […] Accetta di essere ospitata in una casa protetta, seguendo il percorso previsto dalla legge, senza opporsi o mostrare intenzione di tornare da lui […] Ancora non mi è dato sapere se, dopo questo movimento di rettifica, la posizione masochista occupata da Romy sia un luogo dal quale prenderà le distanze una volta e per sempre, se ci ricadrà. Questo lo dirà il suo percorso».

«La perversione obbedisce ad una legge propria, che lambisce e si fa beffe della legge degli uomini, che però è necessaria. La clinica mostra che il perverso è ben lontano dall’ignorare la legge. Ne ha invece bisogno come punto di gravità, attorno al quale muoversi mantenendo una distanza di sicurezza […] Se la minaccia sanzionatoria non esistesse come monito, l’azione di questi rapporti perversi perderebbe di valore e di godimento. Ho indicato ai poliziotti che in casi come quello di Romy la fase clinica deve precedere quella giudiziaria. La legge deve essere presente, mostrando una capacità di azione particolare, che sappia procrastinare l’applicazione pedissequa del codice penale, inserendo tra vittima e carnefice uno spazio di parola e di rettifica».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 10-01-2017 08:08 PM


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