L'ombra del genocidio su Aung San Suu Kyi?

Da Nobel a Nobel: una lettera aperta firmata, tra gli altri, anche da Malala, chiede alla leader birmana di fare qualcosa per fermare le violenze dell'esercito contro la minoranza musulmana dei Rohingya.

World Leaders Gather In New York For Annual United Nations General AssemblyNel 1991 venne premiata con il Nobel per la pace. 25 anni dopo, c’è chi la mette in guardia affinché non diventi corresponsabile di uno dei crimini più aberranti: il genocidio. Sono pesantissime le critiche mosse a Aung San Suu Kyi in una lettera aperta che vede tra i suoi firmatari l’arcivescovo Desmond Tutu e Malala Yousafzai (ma anche Romano Prodi ed Emma Bonino) e che è indirizzata al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sotto accusa c’è la dura politica di repressione che il governo birmano ha adottato nei confronti della minoranza musulmana dei Rohingya, e che potrebbe degenerare in una vera e propria opera di «pulizia etnica».

STUPRI E OMICIDI
Il governo birmano ha scatenato contro i rohingya una sorta di offensiva militare, con tanto di dispiegamento di elicotteri e numerose truppe di terra. Secondo alcune testimonianze, sarebbero state uccise centinaia di persone, bambini inclusi (addirittura gettati nel fuoco, sostiene la lettera), e alcune donne sarebbero state stuprate. Le preoccupazioni degli attivisti sono condivise da Amnesty International, che in un report ha affermato che le azioni dell’esercito birmano potrebbero essere considerate come crimini contro l’umanità.

UN NUOVO DARFUR?
I firmatari della lettera temono che la situazione possa ulteriormente degenerare, nello stesso modo in cui è accaduto durante le crisi di «Ruanda, Darfur, Bosnia, Kosovo». Pare, infatti, che l’area interessata sia stata tagliata fuori dalla possibilità di usufruire o essere raggiunta da aiuti umanitari. Le alternative per i profughi, a questo punto, sarebbero due: «Se non facciamo qualcosa, la gente potrebbe morire di fame o uccisa da una pallottola».

IL SILENZIO DI AUN SAN SUU KYI
Come racconta il Guardian, la minoranza musulmana dei rohingya vive in Birmania da generazioni, ma da sempre vengono considerati come dei clandestini. Il governo e i nazionalisti buddisti li hanno perseguitati per anni, costringendoli anche a vivere in alcuni accampamenti le cui condizioni sono state descritte come «squallide». Va ricordato che l’esercito birmano è politicamente molto potente e che Aung San Suu Kyi non è ufficialmente il capo di Stato (la legge glielo impedisce, perché ha dei figli di altre nazionalità), ma di fatto viene considerato come tale per il suo carisma e la sua storia personale. Per questo i firmatari della lettera le chiedono di dare un segnale forte e chiaro, condannando o mettendo fine a quanto sta accadendo.

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Publicato in: Attualità, Top news Argomenti: , Data: 30-12-2016 05:51 PM


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