«Poletti, non siamo italiani di serie B»

di Andrea Cominetti
Nel giro di poche ore il suo post in risposta al ministro del Lavoro è diventato virale. E pensare che Lara Lago, quella lettera su Facebook non la voleva nemmeno pubblicare. Ecco la nostra intervista.

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Nel giro di un paio d’ore la sua lettera aperta al ministro Giuliano Poletti – dove, in pratica, lo invitava a fare come lei e come decine di migliaia di altri giovani italiani: mettere la propria vita in una valigia da 23 chili e partire (leggi qui la replica di un’altra italiana espatriata) – era già stata condivisa su Facebook 50 mila volte. A un giorno di distanza, quelle parole hanno fatto il giro di tutte le più importanti testate italiane e sono state apprezzate più di 125 mila volte sui social. Un risultato che lei, Lara Lago – 32 anni, vicentina, una laurea magistrale in giornalismo e un lavoro in una casa di produzione di videonotizie che si chiama Zoomin e ha sede ad Amsterdam – non si aspettava minimamente: «A dir la verità, quel post non lo volevo nemmeno pubblicare inizialmente. Mi pareva che il ministro parlasse di cose troppo piccole e quotidiane. Ma del resto nel mio profilo Facebook parlo sempre di cose piccole e quotidiane quindi mi sono detta anche questa volta perché no?».

DOMANDA: Partiamo dalla sua storia e dal suo arrivo in Olanda.
RISPOSTA:
Era dicembre del 2015 e stavo cercando lavoro dopo un’altra esperienza come giornalista all’estero, a Tirana in Albania. Il bando l’ho trovato su LinkedIn: 303 persone avevano mandato la loro application, mi sono candidata anch’io pensando che tanto non sarebbe mai andata in porto. Ma ci ho sperato dall’inizio e fino all’ultimo.
D: Poi cos’è successo?
R: Dopo due mesi di selezioni e prove sono stata assunta. Ho firmato il contratto dall’Italia, ancora prima di incontrare i miei capi e colleghi di lavoro. Là funziona così: ti crediamo fin dall’inizio, ti mettiamo alla prova, tanto poi se non funzioni a licenziarti ci mettiamo un attimo. Mi sono trasferita di sabato, un salto nel vuoto, dettato più dall’incoscienza che altro. Al lunedì mattina ero in ufficio.
D: Come si trova?
R: Dal punto di vista lavorativo mi trovo molto bene: è un ambiente internazionale con 200 giornalisti da tutto il mondo. Dal punto di vista del Paese a tratti l’Italia mi manca davvero tanto, a partire dai rapporti umani. Ma più rimango e più la situazione migliora. Oggi, dopo 10 mesi che vivo ad Amsterdam, inizio a sentirla come la mia seconda casa.
D: Ha cercato subito all’estero o ha prima provato in Italia?
R: Ho cercato qui, certo. Ma mi proponevano contratti con pagamenti fumosi, corti, pochissime garanzie, senza parlare delle mansioni molto più ristrette rispetto a ciò che faccio ora.

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D: Si considera, quindi, un cervello in fuga?
R: Non mi considero un cervello in fuga perché non faccio la ricercatrice, non salvo vite, non trovo nuovi vaccini. Non mi sento né eccellente né migliore di altri, e parlo anche dei tanti professionisti che hanno scelto di rimanere in Italia. Il mio post è stato letto anche con una punta di rammarico dalla nostra generazione italiana rimasta qui. A loro, a noi, dico: siamo tutti sulla stessa barca, né migliori, né peggiori. Anche perché poi, migliori e peggiori rispetto a cosa?
D: Cosa le ha fatto più male delle parole del ministro Poletti?
R: Più che male, sono parole che mi hanno indignato. Sembravano molto scollate dalla realtà, come se a pronunciarle fosse una persona che non sa di cosa sta parlando. La mia lettera aperta a lui è nata proprio da questa sensazione. L’ho scritta tutta d’un fiato.
D: Pensa che dovrebbe dimettersi?
R: Sì, penso dovrebbe dimettersi non tanto per le parole di questa gaffe, che comunque pesano, ma perché queste parole provengono da un ministro del lavoro che allo stato attuale non sta facendo nulla per incentivare il ritorno di chi se n’è andato per necessità.
D: Cosa crede abbia colpito di più della sua lettera?
R: Dai tantissimi messaggi privati che ho ricevuto mi pare di aver capito che gli expats si sono rivisti, riletti. In queste ore gente dalla California, Australia e da tanti altri luoghi mi sta raccontando la propria storia. Mi dicono tutti grazie per avere dato voce a delle difficoltà che solo chi ha vissuto sulla propria pelle può capire.

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D: Tra le tante difficoltà quale le è pesata di più?
R: La pioggia! Scherzo, anche se piove davvero sempre. La cosa più difficile è sicuramente dover ricominciare una vita da zero. Farlo a 32 anni un po’ mi ha scioccato: sei da solo, senza appigli, senza nessuno che ti aspetti a casa, senza paracaduti. I primi giorni olandesi non riuscivo a non pensare che se fossi caduta dentro a un canale nessuno avrebbe mai più avuto alcuna notizia di me. L’essere soli nel mondo spaventa, spaventa il momento esatto in cui te ne rendi conto. Ma allo stesso tempo ti dà una forza incredibile.
D: Il complimento più bello che le hanno fatto?
R: Mi scrivono «sei l’Italia che amiamo» e «vorrei che mia figlia avesse il tuo coraggio». Ma onestamente il sorriso più grande l’ho fatto quando un utente social mi ha detto che il mio modo di scrivere gli ha ricordato Oriana Fallaci.
D: Dopo quest’ondata di popolarità, pensa di restare, di tornare?
R: Vorrei tornare ma la cosa mi attrae e mi spaventa assieme per le condizioni lavorative che tutti sappiamo.
D: Un auguro che fa a se stessa per il suo futuro?
R: Mi auguro di fare come sto facendo in questi anni: alzare sempre un po’ di più l’asticella degli obiettivi. Ma a 60 anni vorrei vivere scrivendo romanzi.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 22-12-2016 07:00 PM


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