Delitto di Garlasco, c'è qualcosa che non torna

Una perizia ha dimostrato che il materiale organico ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi non apparterrebbe al condannato. Indagato un conoscente del fratello. Ecco i punti dell'omicidio rimasti oscuri.

chiara poggiIl dna ritrovato sotto le unghie di Chiara Poggi non è di Alberto Stasi. È il clamoroso risultato di una nuova perizia che potrebbe riaprire il caso del delitto di Garlasco, conclusosi nel dicembre 2015 con la condanna di Stasi a 16 anni per omicidio. Il dna rinvenuto non sarebbe riconducibile a una singola persona, ma permetterebbe di identificare i membri maschi di una particolare famiglia, di cui farebbe parte un giovane conoscente della vittima.

Questo è quanto riporta un articolo del Corriere della Sera, scritto sulla base di quanto riferito dalla madre di Stasi, Elisabetta Ligabò. I nuovi esami sono stati «condotti da un noto genetista su incarico degli avvocati dello studio Giarda», riporta il quotidiano. Ecco che la procura di Pavia, alla luce di queste nuove rivelazioni, ha accolto l’esposto della mamma di Alberto Stasi e, nell’aprire una nuova inchiesta sulla morte di Chiara Poggi, ha messo nel registro degli indagati Andrea Sempio, un amico del fratello della vittima le cui tracce di dna, secondo un perizia della difesa, sarebbero state trovate sotto le unghie della ragazza.

Quello della villetta di Garlasco è un caso che per ben nove anni, da quel 13 agosto 2007, ha tenuto gli italiani, divisi tra colpevolisti e innocentisti, incollati alla televisione. Ripercorriamone i punti cruciali, concentrandoci sui suoi tanti (troppi) punti oscuri.

ARMA E MOVENTE SCONOSCIUTI
Non è mai stato chiarito il movente, né quale sia stata l’arma del delitto. Nella sentenza, i giudici hanno scritto che, per Alberto, Chiara era diventata «una presenza pericolosa e scomoda», ma per motivazioni ancora poco chiare. Si pensa invece, che l’oggetto contundente con cui Chiara è stata uccisa possa essere un martello, ma non vi è nessuna certezza.

IL MISTERO DELLE SCARPE
Dubbi anche sulle scarpe di Stasi, rimaste pulite dalle tracce di sangue di Chiara. L’accusa sostenne che Stasi, dopo aver ucciso Chiara, si sia allontanato dal luogo del delitto per buttare via le scarpe sporche e indossarne di nuove. Non coincidono nemmeno le impronte: nella villetta erano state prodotte da una suola a pallini, mentre Stati indossava scarpe con suola a spina di pesce.

UNA, DUE, TRE BICICLETTE?
Al centro dell’iter giudiziario finirono anche due biciclette. Sulla prima vennero trovare le tracce del dna di Chiara, un indizio giudicato però troppo debole. L’altra sarebbe stata presa in considerazione solo sette più tardi, e diede vita a una tesi (poi abbandonata) che vedeva Stasi aver scambiato i pedali della bicicletta per sviare le indagini.

REPERTI TRASCURATI
Quando Chiara venne ritrovata, nella mano sinistra stringeva un capello chiaro e corto, non suo. Si attesero ben sette anni prima di estrarne il dna: troppo tardi, il reperto era degradato. Anche i frammenti sulle unghie, almeno fino ai recentissimi sviluppi, sembravano essere troppo degradati per consegnare agli inquirenti un profilo preciso.

FOTOGRAFIE CHE DOVEVANO ESSERE SCATTATE
Pare che Stasi avesse sull’avambraccio sinistro due graffi freschi, notati da due brigadieri che, però, si dimenticarono di fotografarli nella concitazione dei momenti successivi al ritrovamento del cadavere. Avrebbero potuto essere prove di una colluttazione, ma ovviamente, in assenza di documentazioni fotografiche, non se ne fece nulla.

OPERAZIONI MALDESTRE
Quattro dita insanguinate, sulla spalla del pigiama della vittima: un’immagine che rimane solo in foto, ormai. Perché quando il cadavere venne rivoltato, quelle impronte vennero maldestramente cancellate. Probabilmente, appartenevano all’assassino.

PROVE INFORMATICHE DISTRUTTE
Un quadro piuttosto pasticciato, insomma. E anche sul fronte informatico sono state commesse diverse leggerezze: i file contenuti nel pc di Stasi, e che avrebbero potuto confermare il suo alibi, sono stati alterati da accessi maldestri. Fu lo stesso Gup Stefano Vitelli a sottolineare come «l’attività investigativa dei carabinieri di Vigevano sul computer» avesse prodotto «effetti devastanti in rapporto all’integrità complessiva dei supporti informatici».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Publicato in: Attualità, Top news Argomenti: Data: 23-12-2016 10:00 AM


Lascia un Commento

*