«L'amore? Insegnamolo all'asilo»

di Federica Villa
A tu per tu con Dacia Maraini che ha portato al cinema L'Amore Rubato, tratto dal suo libro che parla di violenza sulle donne: «I bambini non nascono assassini: assorbono ciò che hanno intorno».

Photocall del film "L'amore rubato" di Irish BraschiLa pellicola dura appena 60 minuti. Ma il messaggio arriva diretto: no alla violenza sulle donne. È questo che dice dall’inizio alla fine il film L’amore rubato – evento speciale in 32 sale italiane il 29 e il 30 novembre.
La storia, ripresa dalle pagine dell’omonimo libro di Dacia Maraini del 2012, intreccia le vite di cinque donne che vengono maltrattate, picchiate, insultate. E che reagiscono in modi diversi: c’è chi ha la forza di denunciare quanto le sta accadendo e chi, invece, si illude che il proprio uomo, prima o poi, la smetterà. Ma non succede. «Alcune sopportano, patiscono il male. Altre raccontano, ma è più raro. Ed è proprio con queste storie che voglio incitare alla denuncia di chi ferisce le donne, in ogni modo», ci ha raccontato la scrittrice.
Il cast, diretto da Irish Braschi, è stellare: sul grande schermo ci sono, fra gli altri, Elena Sofia Ricci, Stefania Rocca e Alessandro Preziosi. «Tutti incredibili», dice senza esitazioni Dacia Maraini che con L’amore rubato è riuscita a lanciare un messaggio indelebile: «Se accettiamo anche solo una volta la violenza, poi non possiamo più tirarci indietro».

DOMANDA: Come ha selezionato le storie?
RISPOSTA: Dall’attualità. Perché, purtroppo, ci sono molti fatti di cronaca che raccontano di abusi, violenze e femminicidi. Sono partita da lì, poi ho scritto i racconti, ma la base è quella delle notizie che si diffondono quotidianamente. Lo abbiamo sentito anche in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne: nel 2016 ci sono stati più di 100 femminicidi in Italia. Ogni due giorni una vittima muore per mano del partner o comunque di un uomo con cui è stata. Non si tratta di altro, come di furti o incidenti. Si tratta di omicidi compiuti da persone che dicono di amare le loro donne.
D: Come sono gli uomini, nel suo racconto?
R: Sono personaggi che isolano le loro compagne, poi se ne approfittano. Per me, questo è un fatto culturale. Vecchio, se vogliamo, del passato, ma rimane un fatto culturale. Ed è quello per cui l’uomo non tollera di non ricevere il consenso o di non esercitare il controllo. In questi casi sente minacciata la sua virilità. Quando qualcuno lo inibisce, lui si sente messo in discussione e reagisce.
D: C’è una storia che, più delle altre, rappresenta quest’aspetto, secondo lei?
R: Sì, quella di una giovane donna che si innamora di un cantante. Lui ha tutto: soldi, fama, successo. È quindi, in apparenza, una persona appagata. Ma la realtà è un’altra. Anche lui, che ha a disposizione qualsiasi cosa, si accanisce contro la donna che dice di amare. La isola, la allontana dai parenti e dagli amici. Quando è sola e fragile, la attacca. E poi l’ammazza. Qui si vede come la violenza sulle donne non sia una questione di estrazione sociale, come si è invece detto molte volte. No, la violenza non arriva solo se sei povero o emarginato. La violenza c’è dappertutto.
D: Perché, secondo lei, molte donne non chiedono aiuto?
R: Perché si può istaurare un rapporto di sadomasochismo. Anche se un uomo picchia una donna, lei si convince di amarlo. In un certo senso, è come se volesse proteggerlo non denunciandolo. Così nasce un intreccio diabolico, per cui lui può agire e sa che lei lo ama, che non vuole perderlo. E va avanti.
D: In questi giorni si è parlato molto di prevenzione, magari partendo dalle scuole, per far capire ai più giovani che la violenza sulle donne non è tollerabile, così come non è tollerabile il bullismo.
R: Credo che sia giusto. Un bambino non nasce assassino, se mai, lo diventa. Assorbe quello che gli sta intorno, e quello che deve percepire da subito è amore. Serve un’educazione all’amore, per contrastare la violenza. Per me bisognerebbe addirittura partire dagli asili con l’educazione ai sentimenti. Si deve capire che per l’amore ci vuole rispetto.
D: In questo senso la cultura può fare ancora qualcosa?
R: Sì. I bambini imparano dai film, dai fumetti, dai libri e dai cartoni che li circondano. Leggono, osservano e assorbono tutto. Se questi prodotti parlano di rispetto, in tutte le sue forme, allora sono delle buone basi di partenza.
D: Nel film, quanto c’è di suo?
R: Io non ho lavorato molto a questo progetto. Ma Irish Braschi è stata bravissima, come lo sono stati tutti gli attori. Li ho visti così coinvolti, così interessati. Erano tutti partecipi del mondo che racconto nel libro. Hanno fatto davvero un ottimo lavoro.
D: Il film lancerà un messaggio forte a chi subisce violenza. Lei che consiglio si sente di dare a una donna che vive nel quotidiano una storia di soprusi?
R: Di parlarne, da subito. Magari anche solo con un’amica. Dobbiamo ricordarci che spesso le vittime si vergognano e faticano ad aprirsi. Queste donne devono cercare di essere più orgogliose di loro stesse. Non devono mai fidarsi dopo che c’è stato un primo episodio. Non devono cadere nelle scuse, perché questi uomini sanno farsi perdonare. Al primo episodio di violenza bisogna reagire, allontanarsi. Lasciarsi. Bisogna dire «no».

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , , Data: 01-12-2016 10:46 AM


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