70 anni di arte estrema

Il 30 novembre 2016 è il compleanno della performer Marina Abramovic. Le sue opere dal vivo sconvolsero il pubblico e misero a rischio la vita di lei. Ecco le cinque esibizioni più memorabili.

BRAZIL-SERBIA-ART-ABRAMOVICInafferrabile. Uno dei termini più calzanti per descrivere Marina Abramovic e le sue opere. Ciononostante, l’artista montenegrina, che il 30 novemebre 2016 compie 70 anni, ha segnato come pochi altri l’espressione artistica della seconda metà del ’900, quando anche le avanguardie e l’astrattismo sembravano ormai aver finito le cose da dire. Fu allora che sulla scena irruppe la performance art, una forma di espressione che consisteva nel compiere una serie di determinate azioni dove spesso anche il pubblico era chiamato a interagire. Per questo l’arte di Marina è inafferrabile: non è un quadro, una statua, un video che possono essere rivisti, sempre uguali nel tempo. Sono azioni che si sono svolte e concluse, di cui rimangono delle testimonianze che però non sono l’opera d’arte in sé. Abramovic negli Anni ’70 si impose subito al centro della scena, grazie a delle performance che a molti sembrarono (e continuano a sembrare) delle provocazioni gratuite. Tre le tematiche al centro dei suoi lavori: i limiti del corpo, le possibilità della mente e il rapporto con il pubblico. Ma per capire meglio di che cosa stiamo parlando, scopriamo Marina attraverso cinque delle sue opere più rilevanti.

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Una delle prime opere che, nel 1974, resero Abramovic nota anche al di fuori degli addetti ai lavori e durante la quale rischiò di morire soffocata. L’artista diede fuoco a una stella a cinque punte unta di petrolio che rappresentava il comunismo. Mentre le fiamme ardevano, si tagliò le unghie di mani e piedi e i capelli, gettandoli nel fuoco. Quindi, saltò al centro della stella, attraverso le fiamme. Che però avevano consumato tutto l’ossigeno. Marina svenne, nascosta dal fumo agli occhi degli spettatori, che impiegarono qualche secondo prima di accorgersi che le fiamme rischiavano di ustionarla. Portata in salvo, una volta rinvenuta si rammaricò del suo mancamento, che le aveva impedito di essere parte attiva della performance. L’obiettivo era rappresentare l’energia prodotta dal dolore.

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Nel 1974, a Napoli, Marina mise il suo pubblico di fronte a 72 oggetti che avrebbero potuto usare a piacimento sul suo corpo, senza alcun limite. Lei non si sarebbe opposta. Cominciò così una delle performance più estreme e controverse di sempre, dove la situazione rischiò di sfuggire al controllo. Gli spettatori la denudarono, per poi cominciare a tagliuzzarla con delle lamette, a leccarne il sangue che sgorgava dalle ferite e a palparla pesantemente. Il culmini venne raggiunto quando qualcuno le mise in mano una pistola, poggiandole il dito sul grilletto e rivolgendone la canna contro il viso. Alla fine, un gruppo di persone decise di frapporsi tra l’artista e gli ‘aguzzini’.

thomas lips abramovicTHOMAS LIPS
Il punto di partenza di questa performance del 1975 è l’esplorazione dei limiti umani, che sfocia nell’autolesionismo e nel costringere il pubblico a intervenire. Dopo aver mangiato un chilo di miele e bevuto un litro di vino rosso, si incise sul ventre con un rasoio una stella a cinque punte. Poi procedette con la fustigazione, e a sdraiarsi su dei blocchi di ghiaccio che sfociarono in un principio di congelamento. Fu allora che il pubblico intervenne per fermare l’esibizione.

dragon head abramovicDRAGON HEAD
È la prima performance, risalente al 1990, di Marina Abramovic dopo la separazione dal compagno Ulay. Seduta in mezzo a un cerchio di blocchi di ghiaccio, lasciava che dei grossi serpenti privati di cibo da due settimane le scivolassero sul corpo. Secondo la Abramovic, i serpenti seguivano le linee di energia che scorrevano lungo il suo corpo. Il ghiaccio impediva ai serpenti di scivolare verso il pubblico e concentrarsi sul calore emanato da Abramovic.

balkan baroqueBALKAN BAROQUE
Un cumulo di ossa di manzo ricoperte di sangue, con Marina intenta a ripulirle una a una: accadde nel 1997 alla Biennale di Venezia. Stavolta l’obiettivo di Abramovic era rievocare l’orrore delle guerre jugoslave. Seduta in mezzo alle ossa, mentre le lavava recitava dei canti della tradizione popolare. Nel corso dei quattro giorni di performance, man mano che le 1500 ossa venivano ripulite il vestito bianco dell’artista si tingeva sempre più di sangue.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 30-11-2016 04:27 PM


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