Mito dei diritti delle donne dal '600

di Giulia Mengolini
Dal 30 novembre una mostra a Roma ospita i capolavori di Artemisia Gentileschi, talentuosa pittrice classe 1593 che a 17 anni denunciò il suo stupratore. Diventando un simbolo di ribellione.

artemisia-gentileschiEra una grande artista, una pittrice capace di emergere – anzi, primeggiare – nell’universo maschile che la circondava oltre quattro secoli fa, quando l’arte era roba da uomini. E il suo dramma l’ha trasformata nel simbolo di donna capace di riscattarsi da violenze e pregiudizi.
Si chiamava Artemisia Gentileschi, era nata nel lontano 1593 a Roma: a lei è stata dedicata una grande mostra allestita dal 30 novembre 2016 al 7 maggio 2017 nei nuovi spazi espositivi di Palazzo Braschi-Museo della Capitale dal titolo Artemisia Gentileschi e il suo tempo, finita di realizzare dopo tre anni di lavoro. Affiancati ai capolavori della romana che conquistò le corti d’Italia (in tutto le opere sono circa 100), ci sono quelli dei maestri del suo tempo a cui si ispirò e che ne rimasero a loro volta influenzati, a cominciare dal padre Orazio, ma anche personaggi come Vouet, Guido Cagnacci, Baglione, Ribera, Stanzione.

LA VIOLENZA
Pittrice di scuola caravaggesca, primogenita del pittore italiano Orazio Gentileschi e della madre che morì prematuramente, la giovane Artemisia svolse il suo apprendistato artistico nella bottega paterna, dove imparò anche il disegno.
Realizzò la sua prima opera – La Susanna e i vecchioni (oggi nella collezione Schönborn a Pommersfelden) – nel 1610, quando aveva 17 anni. Un anno dopo Artemisia attirò l’attenzione del maestro Agostino Tassi, il pittore (in quegli anni impegnato con Orazio Gentileschi nella decorazione di un palazzo romano) che un giornò la stuprò mentre le dava lezioni di prospettiva. Lei lo denunciò, portandolo a processo intentato a Tassi dal padre Orazio, dove fu lei stessa a raccontare come erano andate le cose.

LA TESTIMONIANZA
«Serrò la camera a chiave», raccontò nella testimonianza al processo, «e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, havendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne».

UN MITO FEMMINISTA
Riscoperta per merito di studi femministi, negli Anni ’70 del Novecento, Artemisia, a partire dalla notorietà assunta dal suo processo, divenne un mito, un simbolo del femminismo internazionale, della ribellione al potere maschile. Tanto che le furono intitolate associazioni e cooperative: a Berlino, per esempio, l’albergo Artemisia in quegli anni accoglieva esclusivamente clientela femminile.
C’è da dire, però, che la vicenda dello stupro fu controproducente per lei, non solo per il dramma subito: la sua professionalità ne venne oscurata, penalizzata, allontanando l’attenzione dai suoi meriti artistici ampiamente apprezzati dalla critica. Rimase più un simbolo dell’emancipazione femminile per la denuncia degli abusi subiti che per il suo talento e la sua indipendenza professionale così rari all’epoca. La mostra di Palazzo Braschi serve ad esaltarne l’immenso valore artistico.

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Publicato in: Attualità, foto, Gallery, persone Argomenti: , Data: 30-11-2016 01:10 PM


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