Non è una riforma per donne

di Federica Villa
Un'esponente di Femministe per una Costituzione fica ci aveva spiegato perché, al referendum, il suo gruppo avrebbe votato No. «Con il Sì, chi è già in secondo piano finirebbe ancora più ai margini».

Manifestanti per il ‘No’ a Roma il 27 novembre.

«Il 4 dicembre mi tengo libera. Io voto No». È questo uno degli slogan che le Femministe per una Costituzione fica hanno scelto per invitare quante più persone possibile a votare contro il progetto di riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi. Un progetto, spiegano, che favorirebbe chi ha il potere e peggiorerebbe la situazione di quelle minoranze (ma anche di maggioranze che si vogliono tenere subalterne) che già adesso lottano per rivendicare i propri diritti e affermare le proprie istanze di uguaglianza e libertà. Donne comprese. «La Carta costituzionale deve essere chiara per tutte e tutti. E non deve diventare un testo incomprensibile ai più, manipolabile dalla maggioranza di turno», aveva spiegato a LetteraDonna un’esponente anonima del gruppo (che ci ha chiesto di essere chiamata Chiara Carta), prima del referendum che ha visto il trionfo del No e l’annuncio delle dimissioni di Matteo Renzi. Ecco cosa ci aveva detto in questa intervista.

DOMANDA: Come e quando è nato Femministe per una Costituzione fica?
RISPOSTA: Siamo una decina di amiche e femministe, da sempre attive nei movimenti, ad esempio contro la violenza sulle donne. Questa volta ci siamo allarmate davanti al progetto della riforma e abbiamo deciso di prendere una posizione contro ciò che Renzi propone. A nostro parere, la riforma produce una concentrazione di potere incompatibile con un assetto che possa consentire la partecipazione attiva di tutta la cittadinanza.
D: Qual è il vostro obiettivo in vista del referendum?
R: Sensibilizzare le donne sulla posizione da assumere nei confronti del voto: non vogliamo che si arrivi ad avere un’Italia in cui c’è una ulteriore concentrazione del potere al governo con un parallelo svuotamento del ruolo di garanzia e di contrappeso degli altri poteri dello Stato e delle autonomie territoriali.
D: Ma in che modo la riforma penalizzerebbe le donne di più rispetto ad altri soggetti?
R: Perché chi è già in secondo piano finirebbe ancora più ai margini. E, visto che le donne hanno meno potere economico, sociale e politico degli uomini, così ne avranno ancora meno. Si tratta di una riforma che risponde ai dettami del processo di de-democratizzazione in atto già da tempo a livello più complessivo, proprio del neoliberalismo.
D: In particolare, quali sono i punti più critici della riforma?
R: La concezione oligarchica del potere. Il fatto che una sola Camera, dove una minoranza ottiene grazie a una legge elettorale iper-maggioritaria ottiene una maggioranza abnorme di deputati (340 su 630 seggi), possa dare la fiducia al governo, eleggere tre giudici costituzionali e deliberare lo stato di guerra. Con il Senato ridotto, la maggioranza di governo prevarrà facilmente anche nel Parlamento di seduta comune (minimo 340 su 730 seggi). Così potrà controllare l’elezione del presidente della Repubblica e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura. Insomma, non ci sarebbero contrappesi al ‘capo’ che guida la lista che vince le elezioni. Per di più, questa minoranza approverà le leggi secondo procedimenti legislativi incomprensibili e impossibili da decifrare e verificare, per noi tutte e tutti.

Il premier Matteo Renzi.

Il premier Matteo Renzi.

D: In pratica, sarebbe impossibile un controllo dal basso.
R: Esatto, sarà impossibile esercitare un controllo politico. E non potrà farlo neanche il Senato che diventerà una farsa, dovendo rappresentare istituzioni territoriali svuotate di ogni autonomia dal governo centrale. L’unica cosa certa è che non avremo più il diritto di eleggere i suoi componenti.
D: Ma secondo voi c’è una riforma ‘ideale’?
R: Sì, quella che promuove forme di convivenza di tipo orizzontale, non verticistico, sociale, solidale e di riequilibrio sociale.
Riteniamo urgente un rilancio radicale e diffuso della partecipazione e dell’impegno sociale, con le garanzie che una Costituzione degna di questo nome deve dare. Sono altre le modifiche che potremmo sostenere: dall’eliminazione del pareggio di bilancio all’inserimento di una chiara formulazione del diritto alla casa, fino alla riformulazione dell’articolo 29, che definisce la famiglia ‘società naturale’.
D: E per quanto riguarda l’ordinamento della Repubblica?
R: Andrebbe rivisto soprattutto per rimediare ai danni provocati dalle precedenti revisioni costituzionali. Ad esempio, siamo anche favorevoli alla revisione del Titolo V, cioè del rapporto fra Stato e Regioni, ma vogliamo che non ci sia un ipercentralismo statale, come invece propone questa riforma. Vorremmo un sistema che garantisca l’autonomia territoriale, con spazi di autogestione e meno burocrazia dirigista dei ministeri.
D: Il vostro Articolo 1 ideale recita: «La Repubblica si fonda sul lavoro produttivo e riproduttivo, su reti di cura non centrate sulla famiglia». Volete un sistema non incentrato sulla famiglia?
R: Non ci piace che dicendo ‘famiglia’ si intenda che le donne devono sobbarcarsi tutto il peso del lavoro di cura, che continua sempre più ad aumentare a causa dello smantellamento dello stato sociale. Sono le donne ad avere subito più le conseguenze della crisi economica e per di più non si dà alcun valore al lavoro riproduttivo, anzi si disconosce che si tratti di lavoro. Le forme della convivenza infine sono molte più articolate e fantasiose di quello che comunemente si vuole riconoscere.
D: Se dovesse vincere il ‘No’, vi aspettate le dimissioni di Renzi?
R: Questo voto è ben più importante che decidere chi governerà dopo il 5 dicembre. Se dovesse vincere il ‘No’, potrebbe essere l’occasione per riflettere collettivamente e rimettere in primo piano l’importanza della nostra Costituzione. Ne riaffiorerebbero i principi democratici e anche la possibilità di chiederne una maggiore attuazione. Da tanto, troppo tempo, questi valori costituzionali rimangono inattuati.
D: E se vincesse il Si?
R: L’Italia del ‘Sì’ sarà problematica, più di quanto non lo sia adesso. Ogni maggioranza parlamentare potrebbe mettere mano alla Costituzione in modo arbitrario. Non ci sarà più modo di ritornare all’attuazione della prima parte della Costituzione e provare ad andare anche oltre. Non ci sarà la percezione per i soggetti più vulnerabili di avere garantiti dei diritti. La convivenza sarà più complicata e anche pericolosa. Non ci saranno garanzie per le minoranze e per le maggioranze che sono in difficoltà.

Un momento della manifestazione del 26 novembre.

Un momento della manifestazione del 26 novembre.

D: Nell’Italia del ‘No’, a cosa si dovrebbe pensare, per prima cosa?
R: Ad altre riforme. Al bene comune. Sarebbe fondamentale anche rivedere la riforma del 2012 che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione. Il Parlamento dovrebbe avere maggior centralità, ma non con questa architettura incoerente. Non è possibile pensare che un Senato non abbia le competenze tipiche di una Camera delle regioni. Con la ‘clausola di supremazia’, per cui lo Stato può rivendicare il diritto di occuparsi di materie che competono al Senato, svanirà qualsiasi forma di potere paritario. Nell’Italia del ‘No’ questo non succederà.
D: A novembre, 150 donne, tra cui anche alcune vip, hanno firmato una petizione per il ‘Sì’. Perché si stanno sbagliando?
R: L’argomentazione principale del loro manifesto verte sulla modifica dell’articolo 48, quello che prevede la ‘promozione’ dell’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Ma bisogna ricordare che ci sono già state modifiche dall’articolo 51 e 117, con la previsione specifica di pari opportunità per l’accesso alle cariche elettive. Se queste norme non hanno prodotto nulla di scardinante, vuol dire che il problema rimane alla base. Non si tratta dunque di un elemento determinante. Insomma, non vedo argomenti convincenti.
D: In generale, sono molti in vip che si sono schierati. Pensa che questi personaggi possano influire sulla scelta politica delle persone?
R: Non credo. DI sicuro il governo si sta impegnando molto ed ha più facilità ad arrivare agli altri rispetto al resto della popolazione, anche se mobilitata. Ad ogni modo, tutti quanti stiamo aspettando i risultati, nessuno riesce a capire come andrà davvero.
D: Ci sono altre associazioni femministe che come voi si schierano per il ‘No’?
R: Certo, facciamo parte di un movimento nazionale più ampio, quello che ha portato in piazza la manifestazione del 26 novembre contro la violenza sulle donne nella Capitale. E poi, il 27, c’è stata la giornata di discussione sul tema, che ha visto l’adesione di più di 1.500 donne da tutta Italia. Questo è un grande momento di unione. Il nostro obiettivo è quello di non ritrovarci con un potere concentrato. Vedremo.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: , Data: 05-12-2016 10:00 AM


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