Per sempre vittime

Il femminicidio non colpisce solo le donne uccise, ma anche i loro figli. Uno studio ha individuato le difficoltà, psicologiche e non solo, a cui vanno incontro. E che troppo spesso vengono trascurate dallo Stato.

Sono le vittime dei femminicidi che rimangono in vita, ma di cui la cronaca e l’opinione pubblica perde presto le tracce. E sono tanti: dal 2000 in poi, se ne contano circa 1600. Stiamo parlando degli orfani di quelle donne rimaste uccise dai propri mariti, che poi a loro volta finiscono in prigione o, in molti casi, si uccidono. Per anni le loro sorti sono state ignorate. Il 2016, però, ha visto la pubblicazione di uno studio condotto da Anna Costanza Baldry, che per quattro anni si è dedicata all’analisi del fenomeno. Scoprendo che cosa succede dopo agli orfani dei femminicidi, soprattutto dal punto di vista psicologico.

RIVIVERE IL DOLORE
I dati sono raccolti nel documento Linee guida d’intervento per gli special orphans, realizzato nell’ambito del progetto Switch-off. E raccontano di una realtà difficile, per affrontare la quale non è ancora stato fatto abbastanza. Perché è vero che molti di questi orfani riescono a riassestarsi in autonomia grazie a quella qualità che nel documento viene indicata come resilienza, ma molti altri invece cadono in una spirale depressiva che rischia di accompagnarli per tutta la vita. Anche perché il trauma iniziale viene rivissuto già nelle prime ore dopo l’incidente, quando le forze dell’ordine interrogano bambini e adolescenti costringendoli a rievocare momenti «che per loro sono intrisi di dolore».

LE DIFFICOLTÀ DEGLI AFFIDATARI
Il rischio, concreto e reale, è che questi orfani crescano prima di tutto coltivando dentro di sé un senso di colpa per non aver potuto impedire l’omicidio, e che poi sviluppino un timore crescente nei confronti del mondo esterno. Purtroppo, i parenti a cui vengono affidati gli orfani spesso non sono in grado di rispondere ai loro bisogni di affetto e spiegazioni: prima di tutto perché nessuno spiega loro come fare. Poi, perché spesso si tratta di persone più anziane, appartenenti a una generazione troppo lontana per poter comprendere a fondo i bisogni di una persona giovanissima.

LE POSSIBILI SOLUZIONI
A questo si aggiungono, in una sorta di circolo vizioso, altri elementi negativi. Il senso di abbandono, ad esempio, perché è stato riscontrato che gli orfani da femminicidio hanno difficoltà a inserirsi in una rete sociale più ampia. Ma anche un bisogno di sicurezza che viene frustrato da quella che viene percepita come un’assenza delle istituzioni. Per ovviare a tutte queste problematiche, le Linee guida suggeriscono diverse vie d’uscita: dalla creazione di un fondo dedicato alla formazione di psicologi esperti del tema alla costruzione «una rete informale interfamiliare». Ma anche con interventi legislativi che permettano, ad esempio, all’orfano la possibilità di cambiare il proprio cognome, troppo legato a momenti dolorosi.

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Publicato in: Attualità Argomenti: , Data: 25-11-2016 06:17 PM


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