Uomini che odiavano le donne

di Giovanna Pavesi
In Italia esistono centri che si prendono cura dei 'maltrattanti', ostaggi della loro aggressività. La nostra intervista a Carla Verrotti, responsabile di Liberiamoci dalla Violenza.

Era nervoso, meticoloso e schivo. Parlava poco. La mattina si alzava dal letto e la osservava. Lui in piedi, mentre stringeva il nodo della sua cravatta, lei ancora rapita dagli ultimi istanti di sonno. Chiudeva la porta dietro a sé, faceva quattro passi ed entrava in ascensore. In quel momento iniziava la sua ossessione: Caterina. Otto anni insieme, passati prima a rincorrersi e poi ad abbandonarsi. Che stessero sfiorendo lentamente l’avevano capito entrambi, eppure non riusciva a sopportare l’idea che lei uscisse dalla sua vita. La chiamava continuamente: «Con chi sei? Perché non torni? A che ora rientri?». Un pomeriggio Caterina uscì tardi dall’ufficio. Varcata la soglia dell’appartamento trovò ogni stanza buia. Iniziò a chiamarlo. Lo trovò in cucina, seduto al tavolo, con le braccia conserte e lo sguardo perso. Lui si alzò di scatto, sollevò il braccio e le diede uno schiaffo. Nessuno dei due parlò. Accadde di nuovo, qualche mese più tardi. Poi ancora. E gli schiaffi si fecero sempre più forti. Caterina doveva essere soltanto sua e quelle umiliazioni servono a rieducarla.

LIBERARSI DALLA VIOLENZA
Questa è una storia inventata. Ma simile purtroppo a tante altre che ogni anno si verificano in Italia. E che possono avere un finale tragico: dal 2006, le vittime di femminicidio sono state 1.740. Donne uccise da familiari, mariti, compagni o ex. Con armi da taglio e da fuoco. Oppure, semplicemente, da botte sempre più forti. In Italia, da qualche anno, esistono centri (come il Cam di Firenze) che fanno prevenzione e si prendono cura degli uomini maltrattanti, ostaggio della loro aggressività. «La violenza contro le donne, oltre ad essere una violazione dei diritti umani, ha conseguenze molto pesanti sulla loro salute, inclusa quella riproduttiva e sessuale. Il nostro obiettivo è intervenire sulla cultura degli uomini, far acquisire la consapevolezza che è un problema da affrontare con un sostegno adeguato», spiega a Letteradonna la professoressa Carla Verrotti, medico ginecologo e responsabile del Centro Liberiamoci dalla Violenza di Parma (centro pubblico della AUSL), secondo in Emilia-Romagna dopo quello di Modena.

DOMANDA: Come avete elaborato il vostro approccio nei confronti dei ‘maltrattanti?
RISPOSTA: È il risultato dell’elaborazione e dell’adattamento dei programmi di trattamento degli autori di violenza domestica, riconosciuti a livello internazionale, ideati e condotti da Alternative To Vold (‘Alternativa alla Violenza, ndr), un’organizzazione non governativa norvegese che opera su questi temi da più di 20 anni.
Lavoriamo sulla responsabilità degli uomini rispetto al loro agire violento nelle relazioni di intimità, affinché poi attivino un cambiamento nei comportamenti.
D: Quanti pazienti seguite?
R: Siamo attivi da gennaio 2015 e in tutto abbiamo avuto più di 30 contatti per l’avvio di percorsi di valutazione. Attualmente seguiamo 12 uomini.
D: I ‘maltrattanti’ arrivano da voi spontaneamente?
R: L’accesso al centro è volontario e richiede un minimo di consapevolezza personale. Spesso notiamo come questa consapevolezza ancora embrionale sia sostenuta e sollecitata anche dall’esterno.
D: Cosa spinge un uomo a venire da voi?
R: La volontà di ricongiungersi alla partner o di ricostruire una sufficiente armonia famigliare che permetta loro ad esempio di poter incontrare i figli in condizioni di sufficiente serenità. Altre volte a far da motore è il bisogno di ricostruirsi una credibilità sociale di fronte alle Forze dell’Ordine o all’Autorità Giudiziaria. La voglia di ricostruire un differente equilibrio interno che li garantisca nelle relazioni affettive molto di più di quanto non avvenuto in precedenza è invece meno frequente come motivazione iniziale. Ma è proprio quando essa prende il sopravvento su tutte le altre che il percorso terapeutico inizia in effetti ad imboccare la giusta direzione.
D: Cosa succede all’inizio?
R: Innanzitutto, sono previsti colloqui individuali grazie ai quali valutiamo due elementi indispensabili: la consapevolezza da parte dell’uomo dell’esistenza di un problema legato ai suoi comportamenti e un grado di motivazione utile ad affrontare le fatiche di un percorso non breve, delicato e spesso doloroso e che comprende, spesso, timori della ricaduta come fallimento e profondi sensi di colpa. In questo modo orientiamo il percorso. D’altronde, la scelta del trattamento deve tenere conto di molte variabili e rendersi flessibile per offrire, a ciascun uomo, ciò di cui ha davvero bisogno.

Carla Verrotti, durante un intervento promosso dall'Ausl di Parma.

Carla Verrotti, durante un intervento promosso dall’Ausl di Parma.

D: Quali sono le variabili di cui parla?
R: Ad esempio il tipo di violenza esercitata, la durata nel tempo e la frequenza, insieme alle capacità dell’individuo di intercettare e descrivere le proprie emozioni e poi di connetterle coi propri comportamenti.
D: Il lavoro poi come si articola?
R: Fin da subito ci concentriamo sull’interruzione dei comportamenti violenti, spesso con un certo carattere di urgenza per la gravità di episodi recenti e per la possibilità che essi si replichino. In questa fase diviene prevalente l’aspetto di training, un allenamento costante, dettagliato e rigoroso che permette di ridurre notevolmente e in poco tempo il rischio di recidive. E che così realizza fin da subito lo scopo primario di Ldv, cioè la messa in sicurezza della compagna e dei figli.
D: Quali sono i passi successivi?
R: La terapia psicologica che offriamo, applicabile sia in contesti individuali che a gruppi, si basa sull’elaborazione di quattro aspetti psicologici sui quali si fonda o meno il comportamento aggressivo, affrontati dai pazienti e dai loro terapeuti in altrettante fase successive.
D: Come si caratterizzano queste quattro fasi?
R: La prima è centrata sul riconoscimento da parte del paziente della propria violenza e prevede l’elaborazione di quei meccanismi di difesa che ne riducono la percezione. La seconda si focalizza sulla piena assunzione di responsabilità rispetto alla violenza, constatandone la componente intenzionale. La terza è dedicata alla storia personale del paziente con il fine di connettere le esperienze infantili, adolescenziali e la cultura di origine, relativa ai ruoli di genere, con i comportamenti violenti. La quarta pone l’attenzione agli effetti e alle conseguenze della violenza attraverso lo sviluppo della capacità di cogliere la paura e il dolore dei familiari che la subiscono, sia indirettamente che assistendovi: il carnefice deve assumere il punto di vista delle vittime.
D: Quanto dura il percorso di terapia?
R: 8/12 mesi con la frequenza, mediamente, di una seduta ogni sette giorni.
D: E quando può dirsi compiuto?
R: Con la scomparsa di comportamenti violenti e la consapevolezza delle motivazioni che sono state alla base di certi comportamenti. E, magari, con la messa in atto di azioni riparative.
D: Per il Centro Liberiamoci dalla Violenza il 25 novembre è una data significativa.
R: Sì, la la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è importante per la sensibilizzazione verso questo tema. Vorrei comunque sottolineare una cosa: la violenza di cui sono vittime le donne non è necessariamente solo quella fisica. Può essere anche psicologica o economica, con reiterate mortificazioni, impedimenti all’accesso di risorse o autonomie, ingiurie verbali e soprusi. Tutte situazioni che non devono essere mai banalizzate, minimizzate o normalizzate.

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Publicato in: Attualità, persone Argomenti: Data: 25-11-2016 03:53 PM


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