«Tanto rumore per qualche canna»

di Federica Villa
A tu per tu con Claudia Vismara, la vice-ispettrice Caterina Rispoli nella discussa fiction Rocco Schiavone e unica donna della squadra. «Un genio», dice lei, in confronto agli altri personaggi.

cvismara2Schietta e «polemica», come ama definirsi lei, l’ultimo personaggio a cui Claudia Vismara ha dato vita sul piccolo schermo è la vice-ispettrice Caterina Rispoli, nella discussa fiction Rocco Schiavone. È lei l’unica donna della squadra a tener testa al suo superiore, il vice-questore Schiavone (Marco Giallini) a suon di parolacce, spinelli e metodi bruschi.
Dopo le prime puntate, il protagonista ha suscitato critiche dal mondo politico. Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha definito Schiavone un «eroe per imbecilli», uno che «si droga facendosi una canna ogni mattina». La mossa successiva di Gasparri è stata quella di annunciare la presentazione di un’interrogazione parlamentare, firmata insieme a Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi, per ostacolare la messa in onda della fiction.

DOMANDA: Partiamo dalle polemiche. Lei cosa ne pensa?
RISPOSTA: Sono assurde. Lascio fare ai politici il loro mestiere, anche se ovviamente non condivido la loro posizione. Trovo che polemizzare su un personaggio di fantasia, definendolo diseducativo, sia francamente assurdo e indice di una mentalità (solo di alcuni, per fortuna) molto lontana dai modelli europei e internazionali.
Forse i nostri politici dovrebbero focalizzare maggiormente la loro attenzione sui veri problemi che affliggono il nostro Paese, e meno sulle preghiere laiche del nostro vicequestore.
D: Insomma, nell’Italia del 2016 certi argomenti sono ancora tabù.
R: È così. Mentre nel mondo si producono serie come Transparent, Breaking bad, House of cards e Narcos, tanto per citarne qualcuna, sdoganando e approfondendo qualunque tematica socio-politica, qui c’è chi si scandalizza per qualche tiro di canna o per le troppe parolacce. Questa è l’Italia, purtroppo.
D: Anche fare cinema e serie di qualità sembra essere molto difficile, nel nostro Paese. Sta cambiando qualcosa?
R: Sembra di sì. Di sicuro dobbiamo ringraziare registi come Sorrentino e Garrone che hanno riportato in alto il nome del cinema italiano nel panorama internazionale e ci hanno tolto da quella palude di commedie familiari e cinepanettoni nella quale stavamo affogando. Il mercato si sta riaprendo ad alcune sperimentazioni di genere, vedi Lo chiamavano Jeeg Robot, Non essere cattivo, Veloce come il vento, Indivisibili… Per non parlare di Gomorra, la prima vera serie made in Italy che non ha nulla da invidiare alla grande serialità internazionale. Insomma, dei segnali positivi ci sono. Con Rocco Schiavone speriamo di aver contribuito anche noi a un moto di cambiamento, per quanto riguarda le fiction Rai, e che questo sia solo un bel punto di partenza.
D: Da Veronica di Un medico in famiglia a poliziotta in una fiction senza precedenti.
R: Beh, tra queste due serie c’è stato Il paradiso delle signore, un altro grande successo di Rai Uno, che ho amato particolarmente, sia per il personaggio che interpretavo, Elsa, sia per il gruppo che si era venuto a creare sul set.
D: Ha avuto paura prima di iniziare la nuova avventura?
R: Prima di Rocco Schiavone eravamo tutti molto curiosi. Sapevamo che i romanzi di Manzini erano molto apprezzati, che le sceneggiature funzionavano, che c’era un grande attore come protagonista, un ottimo regista a guidarci. Però, ecco, fino alla fine non si può mai sapere come andrà una volta in onda, come reagirà il pubblico, cosa penseranno gli appassionati dei romanzi! Direi che di paura ne abbiamo provata più il 9 novembre che non all’inizio di questa avventura. L’inizio è sempre eccitazione e grande entusiasmo.
D: Le manca qualcosa di Un medico in famiglia?
R: Sinceramente no. Quello di Veronica non è stato un personaggio che ho particolarmente amato e non ricordo quel set con particolare malinconia.
D: C’era il rischio che il personaggio di Veronica le rimanesse cucito addosso?
R: No, assolutamente. Veronica era l’antagonista di serie e non era un personaggio così tanto caratterizzato da temere un simile rischio.
D: Il suo personaggio, in Rocco Schiavone, è eclettico, coraggioso e timido insieme. Lei, nella vita di tutti i giorni, com’è?
R: Caterina è una donna indipendente, tosta, ama il suo lavoro, è abituata a cadaveri e pistole. Io non ho avuto mai a che fare con questi ultimi due, ma per il resto si può dire che siamo molto simili. Armate di corazza all’esterno, ma fragili e delicate se le si guarda un po’ meglio. Io sono un po’ un maschiaccio per certi versi e molto femminile per altri. Amo tutto ciò che è adrenalinico e sorprendente, mi annoio in fretta e sono perennemente in contraddizione con me stessa.
D: Il suo personaggio è vice-ispettrice ed è anche l’unica donna del team. È un elemento di cui il vice-questore sembra non poter fare a meno. Cos’ha di così speciale?
R: Beh, se la paragoniamo a Deruta, D’Intino e Casella, la Rispoli è effettivamente un genio! Per quanto posso saperne io, credo che Schiavone la apprezzi particolarmente perché è sveglia, svelta, ironica, e soprattutto è in grado di tenergli testa.
cvismara3D: E con Marco Giallini come è andata?
R: All’inizio lo ammetto, mi sentivo un po’ in soggezione. Ma non perché non sia stato un incontro piacevole il nostro, anzi, alla lettura copioni, dopo un minuto stavamo già ridendo tutti con le lacrime agli occhi per le cazzate che sparava.
La soggezione nei suoi confronti credo sia dovuta al fatto di non essere mai riuscita davvero a comprenderlo. Mai fino in fondo.
D: In passato ha provato la stessa soggezione anche con Terence Hill, Lino Banfi e Raul Bova?
R: No, erano così alla mano e così piacevoli che non ce n’era proprio bisogno. All’inizio un po’ di emozione, forse. Soprattutto sul mio primo set.
D: Abbiamo parlato dei successi e dei grandi incontri. Ma com’è cominciato tutto?
R: Nel modo più banale: con degli spot. Ammetto, senza alcuna vergogna, che sono stati la mia prima fonte di guadagno e non intendo rinnegarli. Prima di tutto, perché mi fa molto ridere rivederli ogni tanto, e secondo perché ritengo che una sana gavetta sia essenziale e altamente formativa. Non tollero alcun divismo – piaga purtroppo dilagante in Italia – in me stessa o negli altri, e cerco sempre di essere quella che sono sempre stata: una persona molto aperta, semplice. Questi ultimi traguardi nella mia carriera mi rendono estremamente felice, ma di certo non mi sento arrivata da nessuna parte.
D: Tra le sue prime esperienze c’è anche quella del musical.
R: Ah, è stato il periodo più bello della mia vita. Non tanto perché amassi particolarmente il genere o sognassi di diventare una performer, quanto perché i due anni d’accademia sono stati i più divertenti, in nessun modo paragonabili a quelli del liceo o a qualunque altra età della spensieratezza. Mi convinsi a iscrivermi ad un’accademia di musical proprio per l’aria che respirai la prima volta che ci misi piede: trovai una variopinta gamma di artisti, quasi tutti mezzi pazzi, che stava facendo pausa pranzo in giardino. C’era chi mangiava un panino a ritmo di tip tap, chi si scaldava sulle punte intonando l’Aida, chi provava il suo monologo importunando i passanti, chi – non si sa per quale motivo – stava riparando una bici! Pensai: «Bello. Voglio venire qui». E così fu. Ricordo quegli anni con una bellissima malinconia.
D: Dopo aver completato gli studi a Milano, ha deciso di trasferirsi a Roma per provare a sfondare nel mondo della televisione. Com’è stato lasciare casa?
R: L’inizio è stato difficile, ovviamente. Non avevo agganci, non avevo frequentato nessuna delle principali accademie italiane, non conoscevo nessuno a parte un paio di amici. Il primo agente che trovai, senza fare nomi, era sicuramente un cocainomane, e senza alcun dubbio nutriva un certo ‘interesse’ nei miei confronti (come, immagino, nei confronti delle giovani attrici che sceglieva). Dopo aver rifiutato il suo invito a prendere una cosa da bere assieme una sera, non mi chiamò più per nessun casting. Fortunatamente lavoravo con gli spot su Milano. Era estremamente frustrante.
D: A Roma c’è rimasta. Nostalgia di Milano, ogni tanto?
R: Di Milano come città sento nostalgia solo quando guardo i cassonetti della spazzatura di Roma. O quando mi metto in macchina per raggiungere Trastevere da Pigneto, o quando rischio di mettere sotto un motociclista ad ogni semaforo verde… Per il resto no, non sento una grande nostalgia della città. Chi mi manca di più sono la mia famiglia e quel pugno di amici storici che vorrei poter avere accanto nella mia quotidianità.
D: Dopo i primi «no», cosa ha fatto?
R: Quando mi decisi a cercare una nuova agenzia, mandai il mio materiale a vari agenti, ma nessuno rispose al mio appello. Fu solo quando mi presentai di persona, portando dei volantini di un laboratorio teatrale, che finalmente ottenni qualche risposta ed entrai in una nuova agenzia. Chissà senza quei volantini se a quest’ora sarei finita a consegnare pizze o se starei facendo comunque l’attrice! Credo che agenti e casting dovrebbero armarsi di un po’ più di coraggio, perché iniziare è sempre uno scoglio enorme, soprattutto per chi non ha fatto il Centro Sperimentale o qualche stabile.
D: Quindi, quello dello spettacolo, in Italia, è un ambiente difficile in cui inserirsi per una ragazza alle prime armi?
R: Sì, lo è. Non per tutti ovviamente, c’è anche chi ha la fortuna di essere la persona giusta nel momento giusto e inizia subito con una carriera fulminante. Ma non li invidio, sa? Credo sia molto più formativo andare avanti a piccoli passi e godersi il viaggio più che l’arrivo. Anche perché, una volta ‘arrivati’ non si ha più nessun punto da raggiungere.

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Publicato in: Attualità, persone, Protagonisti Argomenti: , Data: 23-11-2016 03:50 PM


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